La tavola (in greco Πίναξ, Pinax) è un dialogo attribuito tradizionalmente al filosofo greco Cebete, discepolo di Socrate e personaggio dei dialoghi platonici Critone e Fedone. L'opera è più probabilmente riferibile invece a un omonimo filosofo stoico originario di CizicoMaximilian Samson Friedrich Schöll, Istoria della letteratura greca profana, recata in italiano da Emil. Tipaldo, Venezia 1830, p. 221. e vissuto ai tempi di Marco Aurelio.
Il soggetto del dialogo è una ecfrasi, descrizione verbale di un'opera d'arte visiva, come ad esempio un quadro, una scultura o un'opera architettonica. Nell'antichità, per ringraziare un dio per aver ottenuto una grazia o per onorarlo, i fedeli appendevano sugli alberi circostanti il santuario, o presso la sua statua o sull'altare del tempio, tavolette di argilla o di legno con un foro per appenderle. Nell'opera di Teofrasto I caratteri si trova la descrizione di uno di questi ex voto.«...ed il tirchio è un tale che, riuscito vincitore in un concorso tragico, offre a Dioniso soltanto una tavoletta di legno, sulla quale con l'inchiostro ha scritto soltanto il suo nome...» (in Teofrasto, I caratteri, [La tirchieria], XXII).
Trama Nel dialogo di Cebete si narra di due giovani che vedono, tra le offerte poste in un tempio dedicato a Crono, una tavola dipinta. Non riescono a capire cosa rappresenti, sino a quando giunge un vecchio il quale spiega che si tratta di un'offerta votiva di un discepolo di Pitagora e Parmenide, quindi espone i significati nascosti nei simboli rappresentati nel quadro, che vuole essere un'allegoria del destino dell'anima umana.
Temi Vi si descrive il percorso dell'uomo saggio e virtuoso dal momento della nascita sino a quello in cui, nella ricerca della sapienza e della virtù, raggiunge la felicità mostrando nel contempo i fallimenti di quelli che si fanno attrarre dai vizi e dall'affidamento alla fortuna.
La tavola dovrebbe rimandare all'impostazione pitagorica di Cebete, ma in realtà appare un'opera tipica della morale di età ellenistica con influenze platoniche, ciniche e stoiche.
Fortuna La Tavola ricevette numerose edizioni dal Rinascimento sino al XIX secolo. La lingua utilizzata era così semplice che l'opera era spesso data come libro di testo agli adolescenti, utile per l'apprendimento del greco e al contempo della morale. Ebbe anche una certa diffusione l'usanza di stamparla in appendice al Manuale di Epitteto.
L'opera, molto apprezzata dagli umanisti come Giambattista Giraldi Cinzio e Ugo Grozio, fu citata anche da Tommaso Campanella, Giambattista Vico e Giacomo Leopardi, mentre in seguito è stata in gran parte dimenticata.Introduzione e note de La tavola di Cebete. Testo greco a fronte, a cura di Alessandro Barbone, La Scuola di Pitagora, Napoli 2010.
Traduzioni in italiano
La tavola di Cebete. Testo greco a fronte, a cura di Alessandro Barbone, La Scuola di Pitagora, Napoli 2010. Walter Lapini, La Tavola di Cebete e la vittoria sui vizi (22.2), in "Omaggio a Sebastiano Timpanaro" («Sileno» 39), La Spezia 2013, pp. 233–237. Onofrio Gargiulli, La Tavola di Cebete Tebano, Stamperia del Valentino, Napoli 2021.
Note
Voci correlate Cebete
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