I latini indicavano con arbor infelix (albero o pianta infelice) l'albero che, diversamente dallarbor felix (albero felice) non dava fruttiFesto, De verborum significatione, VI: «Felices arbores Cato dixit quae fructum ferunt, infelices quae non ferunt». o ne produceva di selvatici e non commestibili.Virgilio, Georgiche, II, 314: «infelix superat foliis oleaster amaris». L'espressione veniva utilizzata anche in ambito religioso e cultuale, distinguendo le piante benefiche da quelle maledette e care agli dèi inferi, delle quali un elenco si trova in Macrobio: il linterno, la canna sanguinea, la felce, il fico nero e quelle che hanno bacche e frutti neri, come l'agrifoglio, il pero selvatico, il pungitopo, il lampone e i rovi.Macrobio, Saturnalia, III, 20, 2-3: «Arbores quae inferum deorum avertentiumque in tutela sunt, eas infelices nominant: alaternum, sanguinem, filicem, ficum atram, quaeque bacam nigram nigrosque fructus ferunt, itemque acrifolium, pirum silvaticum, pruscum, rubum sentesque quibus portenta prodigiaque mala comburi iubere oportet».

In particolare, Plinio riferisce che sono dette infelices e damnatae le piante che «non vengono mai seminate e non portano frutto».Plinio, Naturalis historia, 16, 45, 108: «infelices autem existimantur damnatae religione quae non seruntur umquam neque fructum ferunt». Macrobio informa altresì che queste liste erano presenti in un'opera di Tarquinio Prisco, lOstentarium, e pertanto riflettono una tradizione etrusca.Macrobio, Saturnalia, III, 20, 3: «Tarquinius autem Priscus in Ostentario arborario sic ait: Arbores quae inferum deorum avertentiumque in tutela sunt, eas infelices nominant: alternum sanguinem filicem, ficum atram, quaeque bacam nigram nigrosque fructus ferunt, itemque acrifolium, pirum silvaticum, pruscum rubum sentesque quibus portenta prodigiaque mala comburi iubere oportet».

In altro contesto è ancora citato larbor infelix. Definita la lex horrendi carminis, che colpiva i rei di perduellio, Livio descrive la pena irrogata al colpevole: «gli sia coperto il capo, sia sospeso con una corda all'albero infelice, sia frustato dentro e fuori il pomerio».Tito Livio, Ab Urbe condita, I, 26: «caput obnubito, infelici arbori reste suspendito, verberato vel intra pomerium vel extra pomerium». Essere sospeso all'albero significava esservi legato in posizione elevata da terraNonio Marcello, De compendiosa doctrina, II, 1903, p. 617: «Suspensum dicitur alte ligatum»; così Virgilio, Eneide, V, 488-489: «in fune columbam [...] malo suspendit ab alto». e il condannato veniva battuto con le verghe fino a provocarne la morte.

Note

Bibliografia

Eva Cantarella, I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, Milano, Feltrinelli, 2011 ISBN 978-88-07-72277-6

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