I sacrari militari di Redipuglia, Oslavia e Caporetto ospitano le spoglie di oltre soldati italiani caduti durante la prima guerra mondiale sul fronte dell’Isonzo; ;
I sacrari militari della prima guerra mondiale in Italia sono quei complessi architettonici e monumentali progettati e realizzati soprattutto dal regime fascista per accogliere e commemorare le spoglie dei soldati morti in guerra, con particolare riguardo ai caduti nella prima guerra mondiale (o Grande Guerra) e tesi a celebrarne il culto con cerimonie di massa finalizzate all'esaltazione dell'eroismo, del sacrificio, della morte in battaglia e del carattere sacro della vittoria sul nemico, tramite un elaborato apparato simbolico e iconografico e l'uso degli spazi, non solo architettonici, ma anche del paesaggio naturale e "storico".
Premessa L'edificazione dei sacrari militari della prima guerra mondiale, salvo rare ed isolate eccezioni, fu pianificata e portata a compimento sotto lo stretto e vigile controllo del regime fascista, e la supervisione di Benito Mussolini in persona, che provvide a delineare un preciso quadro normativo che vincolasse rigidamente ogni iniziativa progettuale in tal senso alle esigenze del disegno propagandistico dello Stato fascista. I sacrari militari di Asiago, Monte Grappa e Pasubio ospitano le spoglie di oltre militari italiani ed austro-ungarici caduti durante la prima guerra mondiale sul fronte alpino; ; Si trattava, in sostanza, da parte dello stesso fascismo di autocelebrare la propria vittoria sui nemici politici e la conseguente presa di potere alla guida della Nazione attraverso l'esaltazione della guerra vittoriosa e di coloro che vi erano morti per portare a compimento con il loro sangue l'opera di unificazione dell'Italia con quella che venne interpretata come l'ultima e definitiva guerra d'indipendenza nazionale. Per queste ragioni i sacrari dovevano prendere il posto sia degli ossari tradizionali sia dei monumenti ai caduti sia, infine, degli stessi cimiteri di guerra: spazi nuovi per una nuova Italia militarizzata, guerriera e fascista.
Pressoché tutti i sacrari italiani sorgono negli stessi luoghi del territorio nazionale ove si svolse il primo conflitto mondiale: il «teatro di guerra» subì una metamorfosi e si trasfigurò in «architettura del silenzio» carica di significati, che ancor oggi connota e storicizza quel paesaggio, facendo di esso il luogo della memoria privilegiato dal regime. Fondata su una poetica ricca di implicazioni simboliche, che danno vita a una nuova retorica della morte, a una nuova epica, a nuovi miti e nuovi riti, l'architettura dei sacrari non rinnega ma rielabora e riutilizza per i propri scopi i simboli funebri della religione cattolica, riuscendo a far convivere il culto della morte e della resurrezione con quello vitalistico della stirpe.
Furono il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino-Alto Adige (le Tre Venezie) ad accogliere questa «architettura necessaria»,Margherita Sarfatti, Nei dodici mesi dell'avvento: l'Arte in "Il Popolo d'Italia", 26 ottobre 1923. come la preconizzò e la definì Margherita Sarfatti fin dal 1923.
La realizzazione della maggior parte dei sacrari di guerra in Italia si colloca nell'arco temporale che va dal 1931 - anno nel quale fu emanata la prima legge organica in materia di sepoltura e onoranza dei caduti - al 1939.
Ossari risorgimentali
L'onoranza dei morti in battaglia dopo le guerre d'indipendenza del Risorgimento e i riti per celebrarne la memoria non mancarono, ciò che venne meno, invece, furono i presupposti per trasformare in mito collettivo l'esperienza della guerra e la diffusione di un culto nazionale del caduto. Lo storico Emilio Gentile ha messo in luce le difficoltà di costruire una religione civile per l'Italia post-risorgimentale: la borghesia laica e anticlericale respingeva, infatti, il misticismo di Mazzini e ciò che esso comportava, cioè il mito della rivoluzione di popolo consacrata a resurrezione spirituale e morale degli italiani attraverso il «sacrificio rigeneratore dei martiri». La borghesia concentrò ogni sforzo di educazione degli italiani sulla scuola e sull'esercito, che fu trasformato in uno strumento di repressione interna, accentuandone il carattere classista distaccato dal corpo sociale del Paese. Questo contribuì a mettere in ombra gli ideali che avevano mosso i volontari, come i garibaldini, a lottare per una Patria comune per diventare «l'espressione della volontà generale di un popolo».George L. Mosse, Le guerre mondiali dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Roma-Bari, 1990, p. 36. Cadevano così i presupposti per trasformare in mito collettivo l'esperienza delle guerre d'indipendenza e per diffondere un culto nazionale del caduto, che ebbe carattere occasionale e non organizzato dallo Stato. Le piazze d'Italia si riempirono di monumenti che esaltavano l'eroe individuale, piuttosto che il sacrificio collettivo dei soldati. Lo Stato unitario si astenne dall'amministrare il culto dei caduti, lasciando ogni iniziativa alle associazioni di veterani, ai comitati spontanei, alle società private, come la Società Solferino e San Martino,v. sotto tra i collegamenti esterni fondata nel 1869. Furono queste associazioni a promuovere la costruzione dei primi ossarivoce Ossari in Enciclopedia Militare, vol. V, Milano, 1933 e Ossario in Enciclopedia Italiana, vol. XXV, Roma, 1935, p. 690-691 monumentali, che dovevano celebrare le guerre d'indipendenza: tra il 1866 e il 1906 ne furono costruiti circa 40.Una rassegna illustrata di tali edifici in I monumenti a ricordo delle battaglie per l'Indipendenza e l'Unità d'Italia Ed. Studio Fotografico Vittorio Cicala, Voghera, 1908, e in Italia moderna. Immagini e storia di un'identità nazionale, vol. I, Dall'Unità al nuovo secolo, Electa, Milano, 1982, p. 26-38.
Sotto il profilo architettonico e stilistico gli ossari risorgimentali non si discostano dai modelli funerari tradizionali del passato, assunti come archetipi: prevalgono i motivi simbolici della piramide e dell'obelisco, tipologie già presenti nell'architettura funeraria egizia prima, romana poi e ripresi in età illuminista, neoclassica e dallo storicismo romantico, che aveva in Italia, come suo più autorevole teorico, Camillo Boito, la cui influenza è evidente nell'ossario di Custoza (1879), mentre in quello di San Martino della Battaglia (1893) si preferisce uscire dagli schemi ed erigere una torre merlata medievaleggiante, dalla cui sommità si poteva avere una veduta completa dei campi di battaglia fino al lago di Garda. La preferenza di custodire i resti dei soldati morti nelle guerre d'indipendenza negli ossari invece che nei cimiteri di guerra nasceva da almeno tre ragioni: la prima era che la pratica della sepoltura individuale in appositi cimiteri militari non era ancora diffusa in Europa e l'Italia non fece eccezione; la seconda fu dovuta alla struttura gerarchica, ancora rigidamente classista, della società italiana dell'epoca, in cui non c'era posto per un culto che esaltasse il soldato comune; la terza era che lo Stato unitario, laico e anticlericale, aveva allontanato la Chiesa cattolica dall'Esercito in seguito alla questione romanaGiorgio Rochat, Giulio Massobrio, Breve storia dell'esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, Einaudi, 1978 e ciò impedì l'integrazione della religione civile della Patria con quella cattolica e di una liturgia funebre che fondasse il culto del caduto sull'idea di sacrificio e martirio.
Cimiteri della grande guerra Alla fine della grande guerra l'Italia conta oltre morti e si trova a dover fare i conti con l'enorme problema della loro sepoltura. Si avvertì anche il bisogno di elaborare il lutto per un così gran numero di caduti, di conservarli, commemorarli e celebrarli con nuovi culti e liturgie che tenessero conto che il conflitto era stato una vera e propria esperienza di massa e come tale doveva essere onorata. I primi cimiteri di guerra nacquero già durante il conflitto, erano spesso recinti provvisori, sorti nelle immediate vicinanze delle prime linee e dei campi di battaglia. Il carattere precario di queste sepolture e la miriade di cimiteri sparsi in un territorio vasto e spesso impervio impose ben presto la necessità da parte dello Stato di provvedere altrimenti, razionalizzando e organizzando in modo organico gli spazi da dedicare ai caduti. Il Regio decreto 13 aprile 1919 istituì la Commissione Nazionale per le Onoranze ai Militari d'Italia e dei Paesi Alleati Morti in Guerra presso il Ministero dell'Interno sotto la direzione del Maresciallo d'Italia Armando Diaz. Il decreto-legge 29 gennaio 1920 affidava questo servizio speciale al Ministero della guerra (Direzione Centrale di Sanità Militare) «a ciò che lo reggesse un criterio unico e un'opportuna disciplina»,Giannino Antona-Traversi, Cimiteri di guerra, in Il Decennale. Pubblicazione nazionale sotto l'augusto patronato di S.M. il Re e con l'alto assenso di S.E. il Capo del Governo, a cura dell'Associazione nazionale volontari di guerra, Firenze, 1925, p. 466. il decreto 10 marzo dello stesso anno istituì un Ufficio Centrale per la Cura e le Onoranze alle Salme dei Caduti di Guerra (COSCG), con organo esecutivo avente sede dapprima a Udine, sotto la direzione del colonnello Vincenzo Paladini, coadiuvato dal capitano Giannino Antona-Traversi e successivamente a Padova, a partire dal 1927 e sotto la direzione del generale Giovanni Faracovi.
Compito prioritario dell'Ufficio Centrale fu di «riconoscere tutto il vasto campo delle operazioni allo scopo di rintracciare ogni tomba isolata ed esumarne la salma, rintracciare i cadaveri dispersi, possibilmente individuarli e raccoglierne le ossa».v. alla voce Cimitero in Enciclopedia Italiana appendice I, Roma, 1938, p. 413-417. Il teatro di guerra fu diviso in cinque zone (Brescia, Trento, Treviso, Udine, Gorizia), assegnando ciascuna di esse a una sezione staccata. Migliaia di cimiteri a ridosso delle prime linee furono soppressi, riducendoli da 2876 (2591, secondo altre fonti) a 349. Di questi 64 furono costruiti ex novo, i restanti furono inseriti nei cimiteri civili appositamente ampliati e consegnati in convenzione ai rispettivi comuni per la cura e la manutenzione.
Anche questa, però, era una soluzione provvisoria, perché i terreni su cui erano costruiti i nuovi cimiteri non erano di proprietà dello Stato ma dati in affitto con contratti decennali; era necessario risolvere il problema di una «sepoltura perpetua». Ciò fu reso possibile grazie alla nomina, nel 1927, di un Commissario straordinario per le Onoranze ai Caduti in Guerra, il generale Giovanni Faracovi. Il 15 novembre 1928, Faracovi presentò un Programma generale per la sistemazione definitiva delle sepolture militari italiane, approvato dal Ministero della Guerra e dal Capo del Governo, piano che conteneva già le linee guida della futura campagna di costruzione dei sacrari.Cesare Alberto Loverre, L'architettura necessaria/Culto del caduto ed estetica della politica, in Un tema del moderno: i sacrari della Grande Guerra, in «Parametro» XXVII, 1996, p. 21-25.
Sacrario militare del Pasubio