Per libertà si intende la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un'azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla.
Riguardo all'ambito in cui si opera la libera scelta, si parla di libertà morale, giuridica, economica, politica, di pensiero, libertà metafisica, religiosa, ecc. Afferma Isaiah Berlin:
Quindi da un punto di vista psicologico si può intendere la libertà com'è percepita dal soggetto: o negativamente, come assenza di sottomissione, di schiavitù, di costrizione per cui l'uomo si considera indipendente, oppure positivamente nel senso dell'autonomia e spontaneità del soggetto razionale: con questo significato i comportamenti umani volontari si basano sulla libertà e vengono qualificati come liberi.
Origine del termine La parola "libertà" viene dal latino libertas (m), a sua volta derivato da liber 'libero', che risalirebbe all'indoeuropeo *leudhero- 'che ha una stirpe, che appartiene a una gente', derivato di leudho- 'gente' . I termini germanico o anglosassone "Free(dom)" o "Freiheit", secondo le ipotesi etimologiche, hanno invece il proprio significato attuale dal germanico * frī-halsa = "qualcuno che possiede il suo collo", che può quindi disporre di sé stesso.Eintrag frei in Friedrich Kluge, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, 24. Auflag Anche dalla radice indoeuropea si può dedurre che qualcuno che è libero appartiene a una comunità di persone che sono vicine e hanno pari diritti, tra coloro che sono in pace e che difendono insieme questa pace interiore dagli attacchi di terzi. Pertanto, la "libertà" come status giuridico sarebbe sempre relativa a un gruppo e alle aree in cui questa norma è vigente.Per uno studio approfondito dell'etimologia vedere Émile Benveniste, Le Vocabulaire des institutions indo-européennes, Parigi, Les Éditions de Minuit, 1969, vol. I, capitolo 3, "L'homme libre", pp. 321-333.
Storia
La libertà nel mito La mitologia romana, che pure aveva tratto da quella greca molte divinità e miti, ne possedeva alcuni autoctoni tra cui la dea Libertà, che rappresentava simbolicamente la libertà personale di ognuno e, nel seguito della storia civile, il diritto riservato a coloro che godevano della cittadinanza romana.
A questa divinità i romani avevano innalzato due templi, uno nel Foro e l'altro nell'Aventino. La dea veniva raffigurata come una donna con ai piedi un gatto, recante in una mano uno scettro e nell'altra mano un berretto frigio.A. Tocci, "Dizionario di Mitologia" - Brancato, 1990Dizionario Larousse della mitologia greca e romana, Gremese Editore, 2003, alla voce corrispondente
La libertà nella filosofia antica La libertà politica
Nella civiltà greca il concetto di libertà atteneva principalmente alla politica e alla religione.
Come ha osservato HobbesHobbes, De cive, X, 8, per i Greci la libertà deve essere connaturata alla potenza e all'autonomia dello Stato piuttosto che agli individui sottoposti a leggi restrittive della libertà al fine di vivere uno stato ordinato.
Nell'ambito di questa autorità vincolante dello Stato tuttavia il pensiero antico greco-romano lasciava spazio alla libertà del cittadino, che godeva dei diritti civili da cui erano esclusi invece gli schiavi, gli stranieri e spesso le donne, con l'eccezione, per queste ultime, di quelle che fossero di estrazione elevata. Cicerone scrive nel De re publica che "la libertà [...] non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno".
Il fato
La libertà in senso religioso era implicitamente negata, in quanto subordinata al concetto di fato come ordine causale universale e necessitato a cui tutti erano sottoposti, compresi gli dei.
La libertà dell'uomo consisteva allora nella libera accettazione del proprio destino e nell'obbedienza al principio dell'equilibrio e dell'armonia universale. Tale principio era esplicitamente posto dagli stoici implicando il concetto di logos, una legge divina regolatrice delle palingenesi del mondo in modo ripetitivo e determinato.
Questo è il senso che anima il tema del fato presente nella poesia e nella tragedia greca arcaica, che – ripreso razionalmente dai filosofi greci antichi e specialmente dallo stoicismo – giunge poi ai pensatori successivi.
Storicamente la prima enunciazione del fato sarebbe in Eraclito (Diels-Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker , Aezio (I, 7, 22) "Secondo Eraclito tutto avviene secondo il fato e questo è la stessa cosa che la necessità.")I Presocratici, Laterza 2004, vol.I, p.188 Segue di poco Parmenide, che nei frammenti resi da Sesto Empirico: "E rimanendo [il cosmo] nell'identico stato, sta in esso e così rimane immobile; infatti la dominatrice Necessità lo tiene nelle strettoie del limite che lo cinge."I Presocratici, cit., p.376
Cicerone espone sinteticamente queste prime riflessioni del pensiero antico sul fato: «Vi erano due opinioni sulle quali si dividevano i filosofi antichi, alcuni pensavano che tutto dipende dal fato, di modo che questo destino esprime la forza della necessità. (Democrito, Eraclito, Empedocle, Aristotele erano di questo parere), altri pensavano che il moto volontario dell'anima avvenga senza alcun intervento del destino; Crisippo, come arbitro sembra aver scelto la posizione intermedia; ma in effetti egli si riferisce a coloro che vogliono pensare che il moto dell'anima sia libero da ogni costrizione.»Cicerone Il destino §39
Sono i sofisti che per primi affrontano il tema della responsabilità morale, risolvendolo retoricamente con argomenti paradossali esprimenti il loro assoluto relativismo.
Così Gorgia nell'Encomio di Elena, che egli definisce come un «gioco dialettico» ,Gorgia in I Presocratici, a cura di Gabriele Giannantoni, Laterza, Bari, 1990, pagg. 927-933) scrive che Elena di Troia è in ogni caso esente da colpa e ingiusto è il disonore gettato su di lei. Infatti era naturale che avvenisse la sua partenza verso Troia, in quanto Elena fu necessariamente sottoposta nelle sue azioni o alla cieca volontà del caso o a una meditata decisione degli dei o alla necessità o alla costrizione della forza o all'incantesimo della parola o alle passioni.
La concezione razionale del libero volere
Una visione intellettualistica della scelta morale condizionata dal sapere è invece nelle tesi socratiche sul principio dell'attraenza del bene e della involontarietà del male: per cui l'uomo per sua natura è orientato a scegliere necessariamente il bene piacevole per la felicità, l'eudemonia, la serenità d'animo, che ne consegue.
Se invece l'individuo opera il male, questo accade per la mancata conoscenza di ciò che è il vero bene: il male non è mai volontario, ma è la conseguenza dell'ignoranza umana che scambia il male per bene.
Anche per Aristotele un'azione volontaria e libera è quella che nasce dall'individuo e non da condizionanti fattori esterni, a condizione che sia predisposta dal soggetto con un'adeguata conoscenza di tutte le circostanze particolari che contornano la scelta: quanto più accurata sarà questa indagine, tanto più libera sarà la scelta corrispondente.Aristotele, Etica Nicomachea, III, 1
Secondo Plotino la conoscenza razionale delle circostanze particolari che ispirano la libera scelta è condizione necessaria ma non sufficiente per un libero volere che deve essere preparato anche dalla conoscenza universale del Bene più alto, l'Uno divino.
Il libero volere dell'anima in questo modo vince gli elementi passionali sensibili che potrebbero condizionarlo e avvicinandosi al Bene ideale, di tipo platonico, prepara con Plotino le successive concezioni cristiane.
Il pensiero cristiano
La teologia cristiana modificò ampiamente la concezione classica della libertà rapportandola non più alla libertà politica e alla libertà personale ma contrapponendola a quella schiavitù interiore derivante dal peccato originale di Adamo.
La buona volontà, e non più la razionalità, è quella che origina la libertà, che non è possibile avere senza l'intervento divino procacciatore della grazia, mezzo essenziale di liberazione dell'uomo.
La volontà non potrebbe indirizzarsi al bene corrotta com'è dalla schiavitù delle passioni corporee se non ci fosse la rinascita dell'uomo operata da Cristo.San Paolo, Lettera ai Romani, 7, 24-25
Rimane comunque l'impossibilità umana a liberarsi dal male, dalla colpa e dal peccato per cui la libertà sarà conseguibile dall'uomo solo quando lascerà questo mondo terreno per il giudizio finale nel regno dei cieli.
Nasce il problema di stabilire quale rapporto ci sia tra la libertà umana - si introduce la concezione del libero arbitrio - e l'intervento decisivo della grazia divina e inizierà su questo tema una lunga discussione che vede protagonisti: Sant'AgostinoIl concetto di libero arbitrio nasce quindi con Sant'Agostino essenzialmente per combattere il determinismo stoico, negatore della possibilità dell'uomo di autodeterminarsi (De Libero Arbitrio, I, 12; III, 3; III, 25).; Scoto EriugenaScoto Eriugena, De praedestinatione; San TommasoSan Tommaso nella Summa Theologica (I, q.83, a. 1 ad. 3) con l'affermazione: "Il libero arbitrio è la causa del proprio movimento perché l'uomo, per il libero arbitrio, determina sé stesso ad agire."; la polemica tra ErasmoErasmo, De libero arbitrio e LuteroLutero, De servo arbitrio che proseguirà tra luterani e calvinisti e tra questi e i cattoliciJuan Luis Vives, De anima et vitaFrancisco Suárez, Metaphysicae disputationes
Libertà positiva e negativa
L'uomo può considerarsi libero se non c'è nulla che lo ostacoli (libertà "negativa") nel mettere in atto ciò che ha pensato e scelto di fare (libertà "positiva"). La libertà positiva quindi coincide con il libero arbitrio in senso astratto, quale libertà astratta nel suo ponderare la scelta, a cui si contrappone quella reale di libertà (negativa) che si oppone e nega concretamente tutto ciò che impedisce la libera azione.I filosofi contemporanei che, come era per Hobbes, negano il libero arbitrio con i suoi aspetti metafisici, concordano che si possa parlar solo di "libertà negativa". Crfr. Guido Tonietto, La libertà in questione. Uno studio su e oltre Aristotele, Mimesis Edizioni, 2008 pp.15 e sgg.
Razionalismo, empirismo e illuminismo
Nell'ambito della concezione religiosa della libertà il pensiero moderno ha assunto una visione razionalista con Cartesio, che definisce la libertà non come un puro e semplice «libero arbitrio d'indifferenza»Così nella Tarda Scolastica ma come impegnativa scelta concreta di cercare la verità tramite il dubbio.Cartesio, Principia, I, 41
La concezione empirista porta invece Hobbes a contrapporre al pensiero cartesiano la concezione della libertà come «assenza di ogni impedimento al moto», per cui ognuno «gode di una maggiore o minore libertà secondo l'ampiezza dello spazio di cui dispone per muoversi»Hobbes, De cive, Ix, 9: la libertà non è dunque altro che avere la possibilità di agire senza alcun ostacolo materialeHobbes, De corpore, 25, 12. Tesi, questa, ripresa da John LockeLocke, Saggio sull'intelletto umano, II, 21 e David HumeHume, Ricerca sui principi della morale, VIII, 1.
In questo senso daranno una definizione in negativo della libertà anche i rappresentanti dell'illuminismo, a cominciare da CondillacCondillac, Dissertazioni sulla libertà sino a Destutt de TracyDestutt de Tracy, Elementi di ideologia, IV.
In contrasto con queste concezioni empiriche della libertà Leibniz osservava che «quando si discute intorno alla libertà del volere o del libero arbitrio, non si domanda se l'uomo possa far ciò che vuole, bensì se nella sua volontà vi sia sufficiente indipendenza»Leibniz, Nuovi saggi, II, 21 e nella Teodicea (III, § 288) affermava come: "La sostanza libera si determina da sé stessa, cioè seguendo il motivo del bene appercepito dall'intelligenza, che la inclina senza necessitarla".