È noto soprattutto per l'approccio transdisciplinare con il quale ha trattato un'ampia gamma di argomenti, fra cui l'epistemologia.

Durante la sua carriera accademica ha lavorato principalmente presso l'École des hautes études en sciences sociales (EHESS) e il Centre national de la recherche scientifique (CNRS). Particolare attenzione hanno ricevuto le sue ricerche sulla complessità e il cosiddetto "pensiero complesso".

Biografia Morin nasce in una famiglia ebrea sefardita, originaria di Livorno. Suo padre era un commerciante ebreo di Salonicco ma si dichiarava laico e di origine "neo marrana"; figlio unico, resta orfano di madre a 10 anni.

Da ragazzo, Morin amava la lettura, il cinema, l'aviazione e il ciclismo. Si lega al socialismo ai tempi del Fronte Popolare francese e della Guerra civile spagnola. Nel 1940, quando i tedeschi invadono la Francia, Morin fugge a Tolosa dove si dedica ad aiutare gli esuli e ad approfondire il marxismo. Nel 1942, poco prima di entrare nella Resistenza, nella quale sarà tenente delle forze combattenti, ottiene una licenza in diritto. Nella resistenza conosce François Mitterrand e adotta il nome di battaglia Morin, che preferirà rispetto al cognome vero. Nel 1941 aderisce al Partito Comunista Francese. Prende parte alla liberazione di Parigi nell'agosto del 1944 e l'anno seguente sposa Violette Chapellaubeau. I due si trasferiscono a Landau dove Morin è prima addetto allo Stato Maggiore della Prima Armata francese in Germania (1944), poi Capo dell'Ufficio Propaganda del governo militare Francese (1945). Alla Liberazione scrive L'an zéro de l'Allemagne sulla situazione del popolo tedesco, libro che richiama l'attenzione di Maurice Thorez, allora segretario generale del Partito Comunista Francese e Ministro della Funzione Pubblica, che lo invita a scrivere nella rivista "Les Lettres françaises".

Nel 1946 torna a Parigi e abbandona la carriera militare, proseguendo le attività nel partito comunista. Per le sue posizioni anti-staliniste il rapporto col partito nel 1949 comincia a deteriorarsi, fino alla sua espulsione nel 1951, seguita alla pubblicazione di un articolo su "Le Nouvel Observateur" (all'epoca noto come "France-observateur"). Nel 1950 entra al Centre national de la recherche scientifique (CNRS, Centro Nazionale della Ricerca Scientifica) nel campo dell'antropologia sociale, su consiglio e con l'appoggio di Georges Friedmann, Maurice Merleau-Ponty, Vladimir Jankélévitch e di Pierre Georges. Nel 1955 anima un comitato contro la Guerra d'Algeria.

Successivamente, si distacca progressivamente dal comunismo per avvicinarsi al Partito Socialista francese, per il quale simpatizza a partire dai primi anni '80, manifestando molta vicinanza in particolare verso le posizioni di François Hollande.

Sviluppo filosofico Nella cinematografia Morin aderisce al surrealismo, pur senza abbandonare il socialismo. Condivide le idee di Franco Fortini e Roberto Guiducci: fonda e dirige la rivista "Arguments" (1954-1962), ispirata alla rivista italiana "Argomenti", di Fortini. Nel 1959 pubblica il libro Autocritique.

Nel 1960, Morin viaggia per l'America Latina, visitando Brasile, Cile, Bolivia, Perù e Messico, dove viene profondamente impressionato dalla cultura indigena e afro-brasiliana. Tornato in Francia, pubblica L'Esprit du Temps. Nel 1961 fonda, con Roland Barthes e Georges Friedmann, la rivista "Communications".

A partire dal 1965 è coinvolto in un ampio progetto multidisciplinare, finanziato dalla Délégation Générale à la Recherche Scientifique et Technologique (DGRST), su una Comune in Bretagna, a Plozévet. Passa l'intero 1965 portando avanti ricerche, assieme ai suoi collaboratori, vivendo a Poulhan. La ricerca dà luogo alla pubblicazione dal titolo La Métamorphose de Plozévet (1967). Si tratta di uno dei primi saggi di etnologia sulla Francia contemporanea. Questa "unicità" gli porta però conseguenze negative: Morin viene etichettato come "eretico" dal DGRST, cosa che contribuirà alla sua crescente avversione per l'ambiente accademico parigino, e lo indurrà a passare un tempo sempre maggiore lavorando lontano dalla capitale.

Nel 1968 Morin sostituisce Henri Lefébvre all'Università di Nanterre. Coinvolto nelle rivolte studentesche di quel periodo, nel maggio 1968 scrive una serie di articoli per "Le Monde" tentando di analizzare quella che chiamava "La Comune studentesca". Segue da vicino la rivolta studentesca con una seconda serie di articoli per "Le Monde" intitolata "La révolution sans visage". Sempre nel 1968, insieme con Claude Le Fort e Cornelius Castoriadis pubblica Mai 68: la Brèche ("Maggio 1968: la Breccia").

Nel 1969 Morin trascorre un anno al Salk Institute a La Jolla, California, dove si fa coinvolgere negli studi di genetica iniziatisi con la scoperta del DNA; queste influenze culturali contribuiranno alla sua visione dell'umanità e del mondo che combina cibernetica, teoria dell'informazione e teoria dei sistemi.

Nel 1983 pubblica De la nature de l'URSS, con cui lo studioso approfondisce la sua analisi del comunismo sovietico.

"Riforma del pensiero" e "politica della civiltà" Edgar Morin ha dedicato gran parte della sua opera ai problemi di una "riforma del pensiero", affrontando le questioni alla base delle sue riflessioni sull'umanità e sul mondo: la necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori a un pensiero della complessità.

In Morin è anzitutto fondamentale la distinzione tra civiltà e cultura. La cultura è l'insieme delle credenze e dei valori caratteristici di una determinata comunità. La civiltà è invece il processo attraverso il quale si trasmettono da una comunità all'altra: le tecniche, i saperi, le scienze.

Morin sostiene che "la cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi": da una parte la cultura umanistica "che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l'integrazione personale delle conoscenze", dall'altra, la cultura scientifica che "separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa". A ciò va aggiunta la sfida sociologica: "l'informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare", una conoscenza "costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero", il quale a sua volta "è oggi più che mai il capitale più prezioso per l'individuo e la società". L'indebolimento di una percezione globale conduce all'indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come all'indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria città: "la conoscenza tecnica è riservata agli esperti" e "mentre l'esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza"."La politica di civilizzazione...", cit.

Secondo Morin è necessario raccogliere queste sfide attraverso la riforma dell'insegnamento e la riforma del pensiero: "È la riforma di pensiero che consentirebbe il pieno impiego dell'intelligenza per rispondere a queste sfide e che permetterebbe il legame delle due culture disgiunte. Si tratta di una riforma non programmatica ma paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza". Per spiegare questo concetto Morin richiama una frase di Michel de Montaigne: "È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena". Egli perciò distingue tra "una testa nella quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso" e una "testa ben fatta", che comporta "un'attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso".

Secondo Morin, una "testa ben fatta", mettendo fine alla separazione tra le due culture, consentirebbe di rispondere alle formidabili sfide della globalità e della complessità nella vita quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.

Riguardo alla civiltà occidentale, che è oramai globalizzata, essa ha ormai più effetti negativi che positivi, ed è anch'essa dunque bisognosa di una riforma, e dunque di una politica della civiltà. Gli assi portanti di una tale politica dovrebbero essere l'umanizzazione delle città e la lotta alla desertificazione delle campagne. Una politica della civiltà deve ristabilire solidarietà e responsabilità, e mirare a una simbiosi tra le diverse civiltà planetarie, raccogliendo il meglio di ciò che ciascuna ha da offrire. Deve infine abbandonare il perseguimento del "di più" a favore del "meglio", abbandonare l'idea quantitativa di crescita generalizzata, per adottarne una qualitativa: la politica della civiltà deve stabilire dove deve esservi crescita, e dove decrescita.

Affrontò con interesse il tema della fine della vita, affrontato nell'opera "L'uomo e la morte" (1951) abbracciando sociologia e storia delle religioni, difese i popoli perseguitati, schierato contro la proliferazione del nucleare per scopi militari e ammirando la Grecia del V secolo a.C. con Atene che aveva resistito nella sua storia. Il suo messaggio resta in queste parole «il tesoro dell'umanità è nella sua diversità creatrice ma la fonte della sua creatività è nella sua unità generatrice».

È morto il 29 maggio 2026 a Parigi, nella sua casa, all’età di 104 anni. La notizia è stata comunicata ai media dalla moglie marocchina Sabah Abouessalam. Gli è stato reso un omaggio nazionale il 3 giugno seguente all’Hôtel des Invalides, durante il quale il Presidente Emmanuel Macron ha pronunciato un solenne elogio funebre. È stato sepolto lo stesso giorno nel cimitero di Montparnasse a Parigi.

Il cinema

Entrato al CNRS nel 1950, Morin inizia a studiare cinema, collaborando con la Revue internationale de filmologie e pubblicando nel 1956 Le Cinéma ou l'Homme imaginaire, nel quale analizza la proiezione cinematografica e l'identificazione dello spettatore con l'immagine. Il saggio, considerato da alcuni come fondatore della storia culturale del cinema, è anche una constatazione sul ritardo delle scienze umane nell'interessarsi al dispositivo cinematografico. Lo studio sul cinema continuerà anche l'anno successivo con Les Stars e con i numerosi articoli scritti per la rivista La Nef.

Nel 1961, Morin co-dirige con Jean Rouch il film Chronique d'un été (Cronaca di un'estate), che getta le basi per il cinéma vérité francese. Il documentario segue la vita di alcuni giovani lavoratori e studenti durante l'estate parigina del 1960, cercando di rispondere alla domanda "Sei felice?"; alcuni rush del film saranno poi riutilizzati da Florence Dauman per Un été + 50 (2011). Nel 1963, il regista Henri Calef chiede a Morin di scrivere la sceneggiatura per L'Heure de la vérité, che racconta della storia di un vecchio nazista rifugiatosi in Israele assumendo l'identità di un deportato che aveva ucciso; in seguito a degli screzi con Calef, Morin deciderà di togliere il suo nome dalla sceneggiatura, usando invece lo pseudonimo di "Beressi", nome da nubile della madre.

Nel 1963 in Italia esce I divi, traduzione di Les stars che è del 1957, dove lo sguardo antropologico attraverso il quale Morin vede il cinema è chiaro fin dalla massima scelta quale introduzione al libro, una frase di Bernard Shaw: «Il selvaggio adora idoli di legno e di pietra; l'uomo civilizzato adora idoli di sangue e di carne». In occasione della scomparsa del filosofo e sociologo francese su Cahiers du cinéma Marcos Uzal approfondisce tale aspetto, citando Morin stesso, ovvero il modo con cui il cinema si confonde con la nostra propria sostanza umana, come il battito del nostro cuore, le passioni della nostra anima.