Biografia

Nascita, giovinezza e vocazione sacerdotale Nato nell'odierna Montecassiano - allora Marca anconitana, oggi provincia di Macerata - da Francesco Nicolucci e Francesca Piccinotti, quarto di cinque figli, si ritrovò dall'età di tredici anni orfano di entrambi i genitori. Dopo aver venduto tutte le proprietà ereditate per saldare i debiti contratti dal padre, fu preso in casa dalla famiglia del benestante concittadino Bartolomeo Quattrini, grazie al quale poté compiere i suoi studi finché chiese, e ottenne, di poter entrare a far parte dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino nel convento di San Marco a Montecassiano, dove fu accolto come novizio nel 1568. Nel 1574 fu ordinato diacono e due anni più tardi fu consacrato sacerdote. Celebrò la prima Messa a Montecassiano nella chiesa dedicata a San Marco il 3 maggio 1576, nel giorno dedicato all'Invenzione della Santa Croce. Proprio in occasione della sua prima Messa i biografi riferiscono di un prodigio compiuto per tramite del giovane sacerdote: grazie alle sue preghiere un cugino, gravemente malato da due anni, recuperò la salute.

Studi e priorati Negli anni successivi, per ordine dei superiori, venne inviato dapprima a Fermo, poi a Venezia, a Rimini e nuovamente a Venezia per compiere gli studi di filosofia e teologia, finché nel 1581 fu assegnato a Padova dove prese il titolo di lettore in teologia e dove, nel 1583, cadde vittima di una controversia che, pur vedendolo innocente, gli costò un anno di carcere e altre umiliazioni che egli sopportò con profonda umiltà. Tornato nelle Marche, si trasferì poi a Sulmona dove rimase per quattro anni come lettore e insegnante di filosofia e teologia nel convento dei Padri Celestini. Successivamente fu nominato maestro dei novizi nel convento di San Felice a Giano, in Umbria, dove cominciarono a conoscersi la sua austera condotta di vita e le rigorose penitenze a cui sottoponeva il suo fisico giorno e notte, oltre all'assidua pratica della preghiera. Ovunque era apprezzato per le sue doti di umiltà, profondità di intelletto e capacità nell'insegnamento. Ma la stima degli altri lo infastidiva, al punto da portarlo a chiedere di cambiare convento. Fu quindi inviato a Perugia (1590), ma nello stesso anno fu eletto priore del convento di Camerino. Due anni dopo fu eletto priore del convento di Montecassiano, città dove fu anche nominato maestro della scuola pubblica, e dove istituì la scuola catechistica domenicale per i fanciulli.

La scelta eremitica La sua vocazione era però quella di vivere in preghiera e penitenza nella solitudine. Pertanto, nel 1594 chiese al suo priore provinciale di ritirarsi in un romitorio di Castelfidardo ma, poiché la sua fama si era estesa a tutta quella zona, gli fu concesso alla fine di ritirarsi in qualche romitorio al di fuori della provincia. Ricevette dal provinciale di Siena il permesso di raggiungere l'eremo di Monteacuto (oggi Montauto, presso Anghiari), detto anche della Madonna della Sassetta, dove dimorò per due anni, finché quel romitorio fu assegnato ad un religioso della provincia agostiniana di Siena, costringendo il Padre Giovanni a cercare un altro luogo di preghiera e solitudine. Giunse quindi in quella che una volta era la grandiosa Abbazia di Malavalle, o Stabulum Rhodis, distante cinque chilometri da Castiglione della Pescaia, oggi nella Maremma grossetana, in un luogo - la Malavalle, appunto - ritenuto pericoloso per la presenza di animali, uomini malvagi e aria malsana delle vicine paludi. Era la fine del 1597. In quel luogo Papa Gregorio IX aveva fatto erigere nel 1227 una chiesa in onore di San Guglielmo eremita, morto nel 1157 e canonizzato nel 1202, che in quella stessa valle visse gli ultimi anni della sua vita. E proprio lì il Padre Giovanni scelse di stabilirsi per soddisfare il suo desiderio di vivere nascosto e sfuggire alle lodi mondane, ad imitazione del santo eremita di cui, in un certo senso, raccoglieva l'eredità.

Nella Malavalle Pertanto, con la licenza del proprio Ordine poté esercitare la vita eremitica gestendola secondo la propria ispirazione. Ad una vita di penitenza alternata ai raccoglimenti contemplativi avrebbe unito un attivo impegno sacerdotale, messo in pratica mediante l'apostolato rivolto alle genti del posto. Chiunque si recava al suo eremo descriveva con ammirazione il suo sorprendente e singolare costume di vita: fu così che cominciarono ad affluire alla Malavalle sempre più persone desiderose di imitarne lo stile, prima da Castiglione e poi anche dagli altri paesi del circondario. Fu proprio su invito del Vicario foraneo di Castiglione della Pescaia, per partecipare ad una liturgia del Giovedì santo del 1598, che il Padre Giovanni si fece conoscere dall'allora Vescovo di Grosseto, Mons. Clemente Politi. Questi fu informato di un episodio che vide protagonista il frate marchigiano il quale, nel corso di una colazione preparata per tutti i sacerdoti convenuti per la celebrazione, rimproverò i presenti per non aver fatto neanche un segno della Croce prima di mangiare.

Vita di penitenza Mons. Politi volle quindi conoscere meglio questo sacerdote eremita, del quale venne a sapere fatti sorprendenti, ormai noti a chi frequentava l'eremo di Malavalle, ossia le sue predicazioni che attiravano i fedeli, la sua costante propensione alla preghiera a scapito del riposo notturno, al quale concedeva non più di quattro ore per notte e mai su un letto ma per terra o su tavole di legno, la sua totale dedizione per i poveri, ai quali distribuiva tutte le offerte che riceveva, la sua alimentazione che consisteva in un pezzo di pane raffermo se non ammuffito assieme a qualche erba selvatica, e solo una volta al giorno. Inoltre, raramente utilizzava calzari ai piedi, preferendo girare a piedi nudi su tutti i terreni, le strade, le mulattiere e in mezzo ai boschi, tra rocce, spine e schegge di legno, piante e insetti velenosi e animali selvatici, talvolta baciando i sassi su cui inciampava ringraziando il Signore per avergli mandato qualche sofferenza.

La predicazione in Maremma Il Vescovo, una volta venuto a conoscenza delle potenzialità missionarie di questo uomo di Dio, pensò bene di avvalersi del suo contributo per l'evangelizzazione delle popolazioni più povere e arretrate della Diocesi grossetana. L'anno seguente cominciò quindi la missione del Padre Giovanni per portare la Parola di Dio agli abitanti della Maremma: la prima località fu Sassofortino, paese distante quaranta chilometri in linea d'aria dalla Malavalle, verso l'interno, dove l'eremita agostiniano fu inviato per predicare la Quaresima, e dove i fedeli - sulla base delle testimonianze riportate dai biografi - dopo le prime predicazioni affollarono il confessionale per poi presentarsi in numero sempre maggiore le volte successive. E in ogni luogo dove egli predicava, si verificavano le stesse manifestazioni di devozione da parte della gente, che all'uscita dalla chiesa lo attendeva per ricevere una benedizione o una mano sul capo, e talvolta per toccare il suo mantello o addirittura asportarne un frammento da custodire come reliquia. Così accadde in ogni paese che raggiungeva dopo aver attraversato a piedi o con un asinello, di giorno o di notte, i colli, i boschi o le paludi che separavano l'eremo di Malavalle dai borghi nei quali si recava per predicare le Quaresime o gli Avventi o altre celebrazioni. Paesi come Castiglione della Pescaia, Buriano (dove fin dal 1597 esisteva un romitorio fatto costruire dal Padre sul luogo dove secondo la tradizione la Madonna apparve a San Guglielmo), Scarlino, Caldana, Ravi, Giuncarico, Gavorrano, Montepescali, Batignano, Talamone e Montieri, conobbero le sue omelie al pari di città più o meno grandi come Grosseto, Livorno, Siena, Roma, Firenze, Genova, nelle quali invece il Padre Giovanni era inviato su disposizione dei superiori del suo Ordine d'appartenenza, non senza ricevere le stesse manifestazioni di affetto e devozione come accadeva nei piccoli villaggi.

A Tirli Ma un paese in particolare (o quel che ne restava) attirò più di altri l'interesse del Padre Giovanni: era Tirli, distante pochi chilometri dalla Malavalle, che nel 1580 fu raso al suolo da una banda di pirati turchi. Da allora la popolazione sopravvissuta viveva in uno stato quasi primitivo dentro le capanne nel mezzo della selva, priva di un'autorità civile ma soprattutto religiosa. Giunto lì dopo due giorni e due notti di cammino dentro la macchia, vide con i propri occhi come viveva quella gente ormai considerata dal mondo civile come fuorilegge. Chiese dunque al Vescovo Mons. Politi di potersi occupare dell'educazione dei tirlesi, cercando di riorganizzarne la vita comunitaria. Con il consenso dei Vescovi di Grosseto (Mons. Clemente Politi e il suo successore Mons. Giulio Sansedoni) e l'aiuto della Casa regnante del Granducato di Toscana (egli era infatti tenuto in ottima considerazione dalla Granduchessa Cristina di Lorena, moglie del Granduca Ferdinando I de' Medici e madre del Granduca Cosimo II), poté edificare, a partire dal 1606, dapprima la chiesa dedicata a Sant'Andrea Apostolo destinata a divenire parrocchia per la cura spirituale dei fedeli del luogo, e successivamente l'attiguo convento che - previa autorizzazione del Priore Generale dell'Ordine Agostiniano - avrebbe accolto una comunità di religiosi staccatisi dall'eremo di San Guglielmo. Nel 1613 iniziò l'edificazione, in un luogo in mezzo al bosco, poco distante da Tirli ma ricadente nel territorio del Principato di Piombino, di un eremo intitolato al Volto Santo di Gesù, oggi meglio noto come Eremo di Sant'Anna. Ottenuto il beneplacito della Principessa di Piombino, Isabella Appiano Mendoza d'Aragona, si poté costruire in meno di due anni un piccolo romitorio con quattro piccole stanze e una chiesa che da quel momento poteva accogliere degnamente, collocata sopra l'altare maggiore, una copia di un ritratto del Volto Santo di Gesù Cristo - il cui originale era conservato a Roma - che il Vescovo Mons. Sansedoni aveva donato al Padre Giovanni.

Relazioni con le case regnanti