Le Odi (Carmina) di Orazio sono costituite da 103 poesie (scritte a partire dal 30 a.C.) raccolte in quattro libri. Il modello dell'opera è la grande poesia greca di età arcaica, soprattutto Alceo, Anacreonte, Saffo, Pindaro e i poeti dell'isola di Lesbo, con la ripresa di diversi tipi di componimento e di metri vari.
Le odi sono suddivise in quattro libri. Il primo libro contiene 38 poesie, il secondo 20, il terzo 30 e il quarto 15. I primi tre libri furono pubblicati nel 731 ab Urbe condita (23 a.C.), il quarto nel 741 (13 a.C.).
Libro I Ode I (36 vv.; asclepiadei minori)
Pur non avendo una datazione certa si ipotizza che la prima ode sia stata scritta intorno al 23 a.C. La raccolta delle Odi è dedicata a Mecenate con questo primo carme, che il poeta ha premesso, come proemio e dedica, alla pubblicazione dei primi tre libri. In tal modo Orazio attuava l’intenzione di dedicare la sua opera all’uomo che gli fu amico e protettore. Dopo un elenco di differenti stili di vita che le persone seguono, Orazio presenta il suo, ovvero il dedicarsi alla poesia, aspirando un giorno ad essere un grande poeta lirico. L’ode è scritta avendo come modello poeti lirici greci quali Pindaro, Bacchilide e Saffo.
Ode II (52 vv.; strofe saffica minore)
La datazione di quest’ode è incerta ma non vi è dubbio che sia tra le più antiche di Orazio, come appare anche dal tono retorico e dallo scarso valore stilistico e poetico. Tuttavia grazie a riferimenti intertestuali è lecito supporre che il termine post quem sia il 30 a.C. e il termine ante quem sia invece il 27 a.C.
Sulla scorta di Tibullo, Ovidio e Virgilio, Orazio rievoca alcuni degli orrendi fenomeni seguiti alla violenta scomparsa di Cesare e scongiura Ottaviano, incarnazione di Mercurio, di farsi mezzo di espiazione. L’augurio all’imperator (per usare un anacronismo) che egli ritorni tardi in cielo è, al tempo stesso, augurio di pace a Roma e di lunga vita al principe.
Ode III (40 vv.; sistema asclepiadeo IV)
Virgilio, il grande poeta nonché amico di Orazio, sta per compiere o ha intenzione di compiere un viaggio in Grecia. Orazio si rivolge alla nave che dovrà trasportarlo e la prega di condurlo nell’Attica invocando le divinità marine e il vento favorevole. Quest’ode è un "propempticon" , carme di buon augurio per un viaggio. La protesta contro l’audacia umana, se pur suggerita dal pericolo a cui l’amico va incontro, costituisce il vero tema dell’ode.
Ode IV (20 vv.; sistema archilocheo III)
Di datazione incerta, l’ode è dedicata a Lucio Sestio Quirino, appartenente alla ricca nobiltà di Roma. Argomento dell’”odicina” è il ritorno della stagione migliore, la primavera, con Zefiro che riporta la tranquillità sui mari, che si riaprono alla navigazione, così come le opere della campagna e i banchetti, che col bel tempo possono ricominciare. In realtà questo tema anticipa quello che è poi il motivo fondamentale del carpe diem, che si incontra per la prima volta in quest’ode. È questo un motivo centrale nella filosofia epicurea che Orazio segue; la Pallida mors diventa un invito a bere e a divertirsi e insegna che non si accetta la vita se non accettando la morte.
Ode V (16 vv.; sistema asclepiadeo III)
L’elegante carme di Orazio svolge un motivo di poesia greca, che paragona le vicende dell’amore ai pericoli della navigazione e la volubilità delle donne alla viabilità del mare. La Pirra di Orazio è una donna impeccabile nella sua eleganza. Il poeta, di questo amore, ha conosciuto gli aspetti positivi ma anche i negativi, ed ora si rallegra al pensiero che sia giunto al termine; raccomanda al suo rivale in amore di non fidarsi della donna.
Ode VI (20 vv.; sistema asclepiadeo II)
In questo breve carme si potrebbe intravedere una dichiarazione di poetica oraziana; il poeta infatti si rivolge ad Agrippa, valoroso generale di Augusto, sostenendo la sua incapacità di celebrare le sue imprese poiché si tratterebbe di poesia epica. Il poeta sostiene infatti che a lui “si affà la poesia leggera dei simposi e dell’amore”, dunque la poesia lirica sulla quale vengono innestati motivi tradizionali che il poeta ricanta anche altrove.
Ode VII (32 vv.; sistema archilocheo I)
La prima parte dell’ode presenta la città di Tivoli, accogliente con la sua pace e la sua frescura, e a questa immagine si collega quella che invita a cercare nel vino l’assopimento di ogni affanno. Il poeta dunque consiglia a Planco (figura legata a Tivoli), di trovare sollievo attraverso il vino come facevano gli antichi eroi.
Ode VIII (16 vv.; strofe saffica maggiore)
Il motivo del carme, già trattato da Plauto nella Mostellaria, viene riadattato allo sfondo romano: il poeta si rivolge a Lidia, nome tra l’altro non casuale e ricorrente spesso nella poesia erotica, e la incolpa e rimprovera dell’effeminatezza di Sibari, che un tempo eccellente in ogni sorta di esercizio fisico, adesso non ama più la vita virile e anzi se ne sta nascosto come fece Achille alla corte di Licomede perché l’abito maschile non lo trascinasse tra le stragi e le schiere dei nemici. Anche il ritmo è perfettamente adattato a ciò che viene trattato.
Ode IX (24 vv.; strofe alcaica)
Nell’ode sono presenti riferimenti ad Alceo, l’ispirazione al poeta greco si limita alle prime due strofe. Alla descrizione di un paesaggio invernale segue l’esortazione a scaldarsi con il fuoco e a bere vino. Orazio non traduce l’opera di Alceo (della quale ci è pervenuto un frammento) ma rielabora l’originale prendendone spunto. La terza parte dell’ode è certamente più lontana da Alceo. Essa presuppone la vita di una città ellenistica, qual è anche Roma al tempo di Orazio,con le sue piazze e i suoi portici, dove gli innamorati si danno appuntamento. La tristezza data dall'atmosfera invernale termina nella terza e quarta strofa, attraverso l’accenno al placarsi della tempesta. Il nome del destinatario Taliarco, è forse fittizio; può darsi che fittizio sia il personaggio stesso. In questo testo Orazio ci fa vedere come per lui per stare bene gli basta il suo caminetto, una bottiglia di vino e il freddo fuori. Chiude l'ode spronando Taliarco a vivere al massimo la sua gioventu.
Ode X (20 vv.; strofe saffica minore)
Porfirione, storico commentatore di Orazio, afferma che l’ode deriva da un inno di AlceoFr. 2 V.; ma mentre quest'ultimo si atteneva alla materia trattata nell’inno omerico dal quale prendeva le mosse, Orazio invece introduce caratteri che appartengono ad un periodo posteriore al poeta greco. Questi caratteri sono riscontrabili nella concezione di Ermete come dio della parola e maestro della civiltà e negli schemi dell’ode che trattano dei topoi prescritti dai retori per tale tipo di componimento. In questo l’ode si riattacca al genere degli inni cletici che con quest’ode prende il via nell'opera oraziana.
Ode XI (8 vv.; sistema asclepiadeo V)
Anche in questo carme è inverno e si sente fischiare il ”vento furioso”. Raccolti nel tepore di una stanza ben riparata, il poeta e Leuconoe (la fanciulla "dagl’ingenui pensieri" ) si godono il loro momento d'intimità. Leuconoe, per passare il tempo, si dedica a calcoli astrologici per sapere se essi vivranno a lungo. Il consiglio dato dal poeta invece è quello di bere e godersi il presente, che è un attimo che non rivivranno mai più; da qui nasce l’espressione che ha reso celebre l’ode: “carpe diem”.
Ode XII (60 vv.; strofe saffica minore)
Alla celebrazione di divinità quali Giove, Pallade, Bacco, Diana, e di eroi come Ercole e i Dioscuri, il poeta affianca quella di Romolo e di altri romani famosi e infine quella della casa Giulia e di Augusto. Grazie al riferimento delle avvenute nozze di Marcello con la figlia di Augusto si può datare quest’ode in modo abbastanza sicuro tra il 25 a.C. e il 23 a.C..
Ode XIII (20 vv.; sistema asclepiadeo IV)
Il carme rispecchia una situazione puramente fantastica: la gelosia che pervade il poeta nel constatare che la fanciulla da lui amata prova amore per un altro. Nei versi è presente passione e forte coinvolgimento emotivo.
Ode XIV (20 vv.; sistema asclepiadeo III)
Senza dubbio quest’ode oraziana si ispira in tutto e per tutto all’ode di AlceoFr. 326 L.-P. la cui interpretazione allegorica era attestata nelleAllegorie omeriche dello Pseudo-Eraclito. Quella di Orazio invece era già ricorrente al tempo di Quintiliano, che individuava nella nave lo Stato, nelle tempeste le guerre civili, e nel porto invece la pace e la concordia tanto cercate. La differenza fondamentale tra i due è però da ricercare in ciò che da sempre ha costituito il discrimine tra mondo greco e mondo latino, vale a dire l'empatia dei poeti greci che nei latini si trasforma in morale; Alceo infatti viene emulato e non sterilmente imitato da Orazio, che del suo modello ne fa un’opera completamente nuova pur con gli stessi elementi.
Ode XV (36 vv.; sistema asclepiadeo II)
Paride veleggia alla volta di Troia, recando sulla nave Elena. Nereo arresta i venti e predice al fedifrago le conseguenze delle sue azioni. L’ode, dall’andamento scolastico, fu composta secondo Porfirione, sul modello di una di Bacchilide.
Ode XVI (28 vv.; strofe alcaica)
Di datazione incerta, molti critici riconducono l'ode all’ultimo periodo di attività di Orazio, soprattutto per l’accenno alla dolce giovinezza ormai trascorsa e alla poesia archilochea vista ormai lontana. In realtà questo è indizio dell’avvenuto cambiamento del modo di vedere del poeta, il passaggio dal mondo della poesia giambica e satirica alla lirica. È un’ode questa che rappresenta una vera e propria palinodia verso una donna, ancora ad oggi non identificabile con chiarezza, che era stata oggetto di offese da parte del poeta. Ora invece Orazio si rivolge a questa con un tono scherzoso, adducendo come scusa per il suo comportamento grandi esempi attinti da lontane leggende.
Ode XVII (28 vv.; strofe alcaica)
Orazio invita Tindaride nella sua villa sabina, che gli dei proteggono: in quella pace essa non avrà da temere i trattamenti brutali del geloso Ciro. Anche questo è un carme che non ha alcun riferimento alla realtà.
Ode XVIII (16 vv.; sistema asclepiadeo V)
La dedica a Varo, se identificato con Quintilio Varo morto nel 24 a. C., porterebbe a pensare che quest’ode sia stata composta prima di quell’anno. Il tema fondamentale è ancora una volta quello del vino che si elogia in quanto capace di ‹‹rendere libero chiunque, pur nelle ristrettezze della povertà››; non se ne deve però abusare se si vogliono realmente trarre dei benefici. A tal proposito il critico Plessis cita un distico di Teognide in cui l’elogio e la raccomandazione sono le stesse.
Ode XIX (16 vv.; sistema asclepiadeo IV)
Il poeta, pur dopo aver posto fine agli amori, vi è nuovamente coinvolto. Scrive infatti, che a farlo ricadere nella passione amorosa hanno contribuito la dea Venere, il vino e l’effetto dell’ozio. Il carme è accurato e finemente lavorato.
Ode XX (12 vv.; strofe saffica minore)
I commentatori di quest’ode si sono divisi sul significato del testo che può sembrare avere quasi un carattere epigrammatico. Grazie a delle menzioni interne come l’accenno alla malattia di Mecenate e all'applauso con cui il popolo aveva salutato, in teatro, la sua guarigione, si è pensato che l'ode possa essere collocata tra il 30 e il 29 a.C. . Orazio invita Mecenate a bere nella sua villa in Sabina, dove però egli potrà offrirgli solo del vino modesto, a confronto con i vini pregiati a cui l'ospite era abituato; ma è proprio qui che si scorge il vero carattere dell'ode, il vino offerto a Mecenate ha un valore particolare: Orazio infatti l'ha travasato con le sue mani in un giorno di grande gioia per la notizia della guarigione dell'amico.
Ode XXI (16 vv.; sistema asclepiadeo III)