Formatosi presso il Moretto, da cui riprende l'intonazione severamente devozionale nei dipinti di soggetto religioso, è famoso soprattutto per l'attività di ritrattista, con dipinti che possono essere definiti «ritratti in azione», con personaggi colti nell'attimo in cui stanno compiendo un gesto, in modo da evitare l'arida fissità del ritratto ufficiale.

Biografia Figlio primogenito di Francesco (1490-...), capomastro e a volte anche progettista, attivo tra Bergamo e Brescia, nipote di Moretto Mori Moroni, e figlio di Maddalena di Vitali Brigati, originaria di una famiglia collaterale a quella di mercanti e possidenti, che darà poi origine alla dinastia dei conti Moroni di Bergamo.. Non è nota l'esatta data della sua nascita, ma un atto prematrimoniale tra Francesco e Maddalena di Vitale Carrara Briganta dell'11 novembre 1520,L'atto stipulato con Vitale Carrara Brigata, padre di Maddalena, è conservato nell'archio notarile di Antonio Spini . che indica una dote di 310 lire (cifra superiore alla media del tempo che si aggirava tra i 250 e 270 lire), e un documento del giugno 1549, dove viene citato come titolare di una procura da parte del padre - per cui doveva aver compiuto già diciotto anni - e tenendo conto della sua attività di pittore indipendente, iniziata verso il 1543, come risulterebbe da un suo taccuino smembrato che raccoglie disegni e conservato dalla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, la farebbe risalire intorno al 1522, nella casa dei Moretti nella contrada di via Nova, in prossimità della chiesa di San Giuliano.. Ebbe tre fratelli: Antonio nato nel 1533, Margherita e Anna. Sposò il 6 ottobre 1556 una certa Bartolomea Piretti, di modeste condizioni economiche, facente parte della media borghesia albinese, dalla quale ebbe quattro figli: Alessandro, Laura, Mario e Francesco.

La sua formazione artistica inizia, verso la metà il 1530, nella bottega bresciana del Moretto, risulta datato 16 agosto 1532, un contratto di affitto della casa in Albino di cinque anni per il trasferimento dell'intera famiglia nel bresciano, ad Azzano Mella, dove il padre aveva avuto l'incarico di edificare un palazzo per commissione del conte Scipione Martinengo. Sarà questa nuova città a portare al Moroni molta della sua fortuna artistica.

Gian Battista risulta abbia frequentato ancora la bottega del Moretto nel 1543, come testimonia un suo disegno preparatorio alla pala morettiana della Madonna e i santi Gerolamo, Francesco e Antonio per la chiesa di San Clemente di Brescia. Un documento del 1549 cita una collaborazione tra il Moretto e l'ormai emancipato allievo che operava già a Trento verso il 1547, durante il Concilio, a contatto con la corte del Principe vescovo Cristoforo Madruzzo. Non si conosce come il Moroni abbia ricevuto incarichi a Trento, ma si ipotizza che sia stato proprio il Moretto, ormai troppo anziano, a mandare il suo più bravo allievo a Trento; è anche a Orzivecchi e nella sua Albino, per affrescare Palazzo Spini.

È operoso a Bergamo per tutti gli anni Cinquanta, che segnano la maggior fortuna dell'artista, come attestano i numerosi ritratti di esponenti dei circoli aristocratici, intellettuali e politici, spagnoleggianti e neofeudali, della città.

Dagli anni Sessanta la fortuna del Moroni declina di colpo per un decennio, sia per la caduta in disgrazia della più potente, insieme con quella dei Grumello, famiglia bergamasca, gli Albani - allontanata dalla città a seguito di vicende criminose - sia per le nuove tendenze, in materia di arte sacra, della locale Curia, la cui ostilità gli preclude l'accesso alle committenze della nobiltà cittadina, subito adeguatasi al nuovo clima culturale. Pur essendo il Moroni il pittore più valido di tutta la provincia, a Bergamo le committenze importanti vennero infatti riservate a modesti pittori, oggi pressoché dimenticati, come un Gerolamo Colleoni o un Troilo Lupi; così Moroni dovette limitarsi a ritrarre personaggi della provincia bergamasca di mediocre condizione sociale, come un Mario Benvenuti, capitano di milizie mercenarie, Simone Moroni, Bernardo Spini, un Sarto, del mercante albinese Paolo Vidoni Cedrelli o di un agricoltore di Albino suo vicino di casa, e a eseguire pale d'altare per parrocchiali di piccoli borghi, percependo compensi ridotti, spesso dilazionati e a volte persino in natura.

Il suo ritorno ad Albino nella casa di famiglia, significò per l'artista il tornare ad accettare l'autorità paterna che in quel tempo era indiscussa, negli atti notarili usava definirsi Gestore di negozi per conto del padre, ottenendo la completa autonomia economica solo alla morte paterna.Contrariamente il padre aveva già dichiarato emancipato il fratello Antonio. Nel testamento del padre Francesco, di importante impronta morale, concede libertà alla moglie di abitare in casa di uno dei figli, senza che l'altro possa contestarne la scelta

Tuttavia sembra essersi ben adattato alla nuova condizione, che dalla morte del padre divenne molto più pubblica, e che dovette essere comunque abbastanza redditizia se poté acquistare terreni, essere membro dell'albinese Fraternità della Misericordia e ottenere l'incarico di Console di Albino nel 1571..

Ma il Moroni ottenne un'improvvisa rivalutazione a Bergamo, ai primi anni Settanta, grazie al ritorno, da cardinale, del suo vecchio mecenate Giovanni Gerolamo Albani, che l'artista ritrae in uno dei suoi migliori dipinti.

Negli atti della visita pastorale del cardinale Carlo Borromeo, avvenuta nel 1575, è attestato l'apprezzamento delle sue tele da parte del più influente propagandista della Controriforma come è attestato altresì il mutamento degli indirizzi curiali nella commissione delle pale d'altare, affidate ad artisti, come il Cavagna, lo Zucco e poi Enea Salmeggia, che si ponevano coscientemente sulle tracce del nostro, il quale tuttavia ebbe poco tempo di godere del ritrovato interesse per la sua pittura, essendo venuto a mancare pochi anni dopo.

Lo stile Il Moroni fu sicuramente un uomo di poche parole e poco vanitoso. Nelle sue opere il colore grigio è predominante, ed è il colore che maggiormente gli piace e che probabilmente maggiormente vede nel mondo che lo circonda, ritenendolo il colore più vero. Proprio sotto il grigio l'artista vede la realtà, caratteristica predominante nelle sue opere. I personaggi che ha raffigurato pare che avessero di lui massimo rispetto e soggezione, vi è infatti nelle loro espressioni un poco di titubanza e di rispetto verso l'artista. La natura, della cui raffigurazione ha sempre fatto un uso parsimonioso, la rappresenta esattamente come la poteva vedere dalla sua abitazione in Albino, molto fitta di boschi che crescevano in modo disordinato a coprire le rocce delle montagne.

I ritratti

I primi ritratti del Moroni si collocano nel quinto decennio del Cinquecento. In essi non poteva non ispirarsi agli esempi di Lorenzo Lotto e del Moretto, suo maestro.I due pittori erano uniti da amicizia, tanto che quando Lotto decise di lasciare Bergamo dopo una decennale permanenza in città, suggerì ai suoi committenti di rivolgersi al pittore bresciano. Lotto era considerato un esempio da Moroni per la sua capacità di approccio informale al soggetto da ritrarre, in modo da poterlo riprendere nella più spontanea intimità; Moretto gli aveva invece fornito i modelli impaginativi e i tagli visuali che dovevano servirgli a ottenere una maggiore verosimiglianza nell'aspetto fisico e nello sguardo degli effigiati.

Nel 1544, la bottega morettiana, quando il giovane Moroni ne era allievo, ricevette una lettera che citava: E io per me son tanto simile a me ne la pittura di voi [...] in somma io per istimarla per il magistero, e non per il suggetto [---] n'ho fatto un presente a lo inclito e singular Duca d'Urbino [...]. E ciò mi è parso per onorar Brescia, spedita da Pietro Aretino, di cui il giovane aveva seguito il ritratto.Il ritratto forse è indicato nel Ritratto di gentiluomo con lettera

Già Carlo Ridolfi, ne Le Maraviglie dell'arte, del 1648, definiva "eccellenti" e "naturali" i personaggi ritratti dal Moroni, volendo indicare lo scrupolo dell'esatta riproduzione dell'effigiato, senza concessioni ad abbellimenti e piaggerie, come del resto il cardinale Paleotti, nel suo Discorso intorno alle immagini sacre e profane del 1582 aveva prescritto, scrivendo che "...si dovrà curare che la faccia od altra parte del corpo non fosse fatta più bella o più grave da quella che la natura in quell'età ha conceduto, anzi, se vi fossero anco difetti, o naturali o accidentali che molto la deformassero, né questi s'avriano a tralasciare...".

Era questa la determinazione assunta dal Concilio di Trento, che accoglieva, una volta tanto, la scelta nordica e protestante del naturalismo, opposta alla tradizione celebrativa del ritratto italiano. All'epoca, il principe vescovo della città era Cristoforo Madruzzo, ecclesiastico dalle riconosciute abilità diplomatiche, legato all'imperatore Carlo V. Qui, dove era già stato presente negli anni 1545-1546, venne invitato nel 1551 dalla famiglia Madruzzo, per eseguire il ritratto di Gian Ludovico esposto alla National Gallery di Washington e il ritratto dello scultore Alessandro Vittoria, anch'egli legato ai Madruzzo in qualità di committenti. Nel clima internazionale del Concilio, Moroni ebbe modo di conoscere illustri esempi della ritrattistica del tempo, come quelli eseguiti da Tiziano, da Franz Pourbus e da Antonio Moro.

Il Moroni resterà sempre fedele a questa sua convinta adesione naturalistica, non limitandosi alla caratterizzazione individuale ma ricercando una umanità più profonda, fino a trasmettere la verità morale e sociale del personaggio rappresentato. Nel ritratto della poetessa aristocratica Isotta Brembati per esempio, tra i primi del pittore in cui si sono rilevati influssi dei ritrattisti nordici, alla ricchezza dell'abito e dei gioielli si unisce la fermezza dello sguardo che non è interpretabile soltanto come alterigia di un elevato stato sociale ma anche come consapevolezza del proprio valore intellettuale.

Impavidum ferient ruinae, "le sventure mi colpiranno impavido" è scritto nel Ritratto di Michel de L'Hōpital del 1553, per indicare l'integrità del personaggio, ripreso in una posa ferma e molle insieme, quasi a sottolineare la rigorosa duttilità del diplomatico francese. Il dipinto mostra il recupero dei modelli italiani, tanto nell'impostazione che richiama lAvogadro del Moretto, del 1526, quanto per il naturalismo meno pungente, più adeguato allo spirito dell'aristocrazia lombarda. Un'aristocrazia, quella ritratta dal Moroni, provinciale e da poco giunta al potere, che ha perciò bisogno di acquisire autorevolezza, se non attraverso inesistenti glorie di antenati, almeno grazie a una dignità culturale e morale che si costruisce e si cautela anche con i richiami, attraverso sfondi in rovina ed esplicite sentenze letterarie, con l'inesorabile procedere del tempo che, come esalta il successo e il privilegio, egualmente lo può dissolvere. Tali riferimenti non possono essere pertanto essere interpretati soltanto come un accoglimento delle esigenze borromee dell'austerità della rappresentazione pittorica.