Fu un grande patrono delle arti, portando a Rimini, la capitale del suo Stato, un considerevole gruppo di artisti e letterati tra i più autorevoli della penisola. Sempre bisognoso di fondi per finanziare i suoi grandiosi progetti, fu talvolta spregiudicato in guerra, pronto anche a cambiare bandiera in favore di chi gli garantisse il migliore appannaggio. Alla lunga ciò gli inimicò alcune grandi personalità dell'epoca, che gradualmente lo isolarono e cercarono in ogni modo di piegarlo.

A ciò si aggiunse uno stato di guerra logorante e pressoché perenne col vicino e rivale Federico da Montefeltro, che da Urbino governava l'ambita città di Pesaro, con la quale i Malatesta avrebbero potuto unificare i loro territori romagnoli e marchigiani. Nonostante i numerosi tentativi di conquistare la città vicina, questo progetto non andò mai definitivamente in porto. Alla fine, escluso dalla pace di Lodi e scomunicato da papa Pio II, fu marginalizzato e attaccato da più parti, perdendo gran parte dei suoi territori e finendo i suoi ultimi giorni tra progetti di riscatto incompiuti.

Ezra Pound lo definì «il miglior perdente della storia».

Biografia Formazione Figlio naturale di Pandolfo III Malatesta e Antonia di Giacomino dei Barignano, una nobildonna di origine lombarda, nacque a Brescia. Con la morte del padre, nel 1427, suo zio Carlo, salito al potere senza figli, si adoperò perché papa Martino V legittimasse i tre figli di Pandolfo affinché potessero accedere al potere, riuscendo a ottenere quanto chiesto. Alla morte di Carlo, infatti, nel 1429, il fratellastro maggiore di Sigismondo Pandolfo, Galeotto Roberto Malatesta, divenne signore di Rimini, ma nel 1432 perì a sua volta, appena ventenneTreccani.it.

Quando Sigismondo aveva appena sei anni, ricevette una lettera da Ciriaco d'Ancona, il padre dell'archeologia, con la quale venne introdotto al neoplatonismo; i due rimasero in contatto e la stima di Sigismondo nei confronti del neoplatonico Gemisto Pletone è mediata da Ciriaco. Divenuto Signore di Rimini, Sigismondo nel 1450 invitò Gemisto Pletone nella sua città e, nel 1456, ne trafugherà le spoglie mortali da Mistrà, per collocarle in un sacello del Tempio malatestianoGiorgio Mangani, Ciriaco d’Ancona e l'invenzione della tradizione classica, in In limine: Esplorazioni attorno all'idea di confine, ed. Calzolaio, 2017.

Primi anni di governo

Il potere passò dunque nelle mani di Sigismondo Pandolfo, appena quindicenne, e di suo fratello minore Domenico Novello, di un anno più giovane, i quali, anche per l'età acerba, disposero di dividersi le aree di rispettiva competenza, in una sorta di governo consortile, con una serie di accordi (1433, 1437, 1442 e 1451) la cui frequenza è indice delle ricorrenti discordie tra i due. In particolare a Sigismondo Pandolfo spettarono tutte le terre a sud del Marecchia, comprendenti Rimini, Santarcangelo, Scorticata (oggi Torriana), Fano e il rettorato di Sant'Agata Feltria, mentre a Domenico spettarono Cesena, Bertinoro, Meldola, Sarsina, Roncofreddo e Pieve di Sestino.

Cavaliere e Capitano della Chiesa Nel 1433 l'imperatore Sigismondo di Lussemburgo passò da Rimini e in quell'occasione investì Sigismondo Pandolfo cavaliere. Due anni dopo, il 18 marzo 1435, Eugenio IV lo arruolò per sei mesi alla condotta di 200 lance della Chiesa, con il ruolo di capitano generale.

Tra Sforza e Visconti

Affiancato dal fratello Domenico, si assicurò per prima cosa dell'alleanza con i parenti di Pesaro, rinnovando le condizioni di pace con il lontano zio Carlo II Malatesta, poi entrò nelle contese tra Milano e Roma, in particolare tra Filippo Maria Visconti e il gonfaloniere della Chiesa Francesco Sforza. La Romagna era infatti sulla linea delle ostilità tra le due fazioni, e Francesco attaccò gli Ordelaffi a Forlì contro il condottiero del Visconti Francesco Piccinino, espugnando la città il 14 luglio 1436 e cacciando Antonio Ordelaffi. Il Malatesta, nel frattempo, aiutò lo Sforza con delle truppe e presidiò Bologna per il papa.

Il buon esito delle azioni militari mise in luce il Malatesta nel panorama delle compagnie di ventura e il 3 aprile 1437 venne assoldato dalla Serenissima, ancora contro il Milanesi. Nella battaglia di Calcinara sull'Oglio (22 luglio 1437), il suo avversario Niccolò Piccinino ebbe però la meglio e, scaduta la condotta con Venezia il 12 gennaio 1438, il Malatesta tornò brevemente a Rimini, per poi dedicarsi ad altre operazioni militari.

La discesa di Francesco Sforza nella Marca di Ancona agitò le città e i poteri locali, ma il Malatesta, temendo per la sua signoria, rinnovò presto l'alleanza con lo Sforza e per circa un quinquennio fu fedele all'alleanza Venezia-Firenze-Sforza. In quegli anni la Romagna non conobbe grosse variazioni politico-militari e il tentativo del Malatesta di prendere Forlì e Forlimpopoli si risolse in una tregua con i da Polenta, i Manfredi e gli Ordelaffi, mentre Francesco Sforza lasciava la zona per dirigersi in Lombardia, a minacciare i territori dei Visconti e quindi gli equilibri generali. In tale quadro Filippo Maria Visconti creò un astuto diversivo, inviando proprio in Romagna Niccolò Piccinino con 6000 cavalieri, a stuzzicare gli alleati dello Sforza tra cui, in prima linea, proprio i Malatesta, che contemporaneamente vennero attaccati anche da sud da Guidantonio da Montefeltro. Una provvisoria capitolazione dei due fratelli Sigismondo Pandolfo e Domenico salvò la situazione, e nel marzo Sigismondo Pandolfo tentò a Polenta un ribaltamento delle alleanze, offrendosi al Piccinino. Lui e il fratello furono presi dunque a condotta, sebbene non chiamati a combattere gli ex alleati, ottenendo però la pace con Urbino, governata da Federico da Montefeltro.

Contro Federico da Montefeltro

La pace col Montefeltro fu effimera e già nel 1441 fu messa da parte per l'insorgere di un conflitto su Pesaro, governata dall'inetto Galeazzo Malatesta. Per Sigismondo Pandolfo Pesaro era una località strategica, che avrebbe permesso di unire i territori riminesi con quelli nelle Marche. Minacciato dal suo congiunto, Galeazzo, per quanto esitante, non poté fare altro che chiedere aiuto a Federico da Montefeltro, che pure era suo zio. Evitando lo scontro diretto, il Malatesta appoggiò invece l'esiliato Alberico Brancaleoni nell'invasione del Montefeltro, che conquistò diversi castelli e obbligò Federico a rientrare precipitosamente nei suoi territori per organizzare la difesa.

La mossa successiva del Malatesta fu ancora più audace, attentando direttamente al signore del Montefeltro, che nel settembre 1441 cadde in un'imboscata nella zona di confine presso Montelocco, rimanendone ferito. Federico riuscì tuttavia ad arginare le mire dell'avversario, alleandosi con San Marino e compiendo razzie nel territorio riminese per tutto l'autunno, fino al culmine del recupero della rocca di San Leo, storico simbolo della difesa dei territori del Montefeltro espugnata dai Malatesta. Sigismondo Pandolfo, a quel punto, evitò ulteriori rappresaglie, accettando, come sarebbe diventato consueto, la mediazione di una potenza amica, in quel caso Alessandro Sforza, fratello di Francesco, che il 20 novembre fece raggiungere una tregua, con la stipulazione di una pace che prevedeva la restituzione di tutti i territori conquistati.

La pace con Milano e le prime ostilità con Napoli

La pace di Cremona del 1441, nel frattempo, aveva pacificato Venezia con Milano, suggellando una tregua con gli Sforza tramite il matrimonio tra Francesco e Bianca Visconti, figlia naturale di Filippo Maria Visconti. Ciò permise allo Sforza di tornare nelle Marche a consolidare le proprie conquiste, che il papa Eugenio IV si rifiutava di riconoscere.

Contro di lui si coalizzarono il papa, Napoli e Milano, con Niccolò Piccinino e Federico da Montefeltro, mentre il Malatesta si schierò con l'antico alleato. Mentre Francesco combatteva nelle Marche contro i papalini, Alfonso d'Aragona ne minacciava i possedimenti nell'Italia meridionale, desideroso di ricevere dal papa l'investitura di re di Napoli. In questo quadro il Malatesta tentennò, riducendo progressivamente il sostegno allo Sforza che perdeva posizioni, finché da Fano Francesco gli offrì sostanziosi contribuiti in denaro. Mentre gli eserciti pontifici e napoletani mettevano a dura prova le popolazioni locali con saccheggi, assedi, distruzioni di raccolti e allevamenti, arrivarono aiuti da Firenze e Venezia, che convinsero Filippo Maria Visconti a persuadere Alfonso d'Aragona a ritirare le truppe. A settembre Visconti e Sforza si pacificarono, entrando nell'alleanza con Venezia e Firenze che comprendeva anche gli Stati malatestiani.

Ambigua restava la posizione del papa, che aveva come capitani Piccinino, Federico da Montefeltro e Novello Malatesta. Sigismondo Pandolfo mosse contro di loro nella dura battaglia di Monteluro (8 novembre 1443), sconfiggendo i suoi avversari, fratello compreso, che si ritirarono verso sud. Lo Sforza ricominciò allora la riconquista dei suoi territori, e il Malatesta rilanciò il suo intento di prendere Pesaro, mentre Federico da Montefeltro, che non aveva partecipato a Monteluro, schierava prontamente truppe in difesa della città, garantendosi un nulla di fatto.

La rottura con Francesco Sforza

Il 1444 il Malatesta riportò l'importante conquista di Senigallia, ma il mancato aiuto dell'alleato Sforza nella battaglia di Montolmo (19 agosto 1444) portò alla definitiva rottura tra i due, con Francesco che liquidò Sigismondo Pandolfo in malo modo, affidandosi invece all'aiuto dell'odiato rivale Federico da Montefeltro. Tra i due storici rivali crebbero le ostilità, fatte di reciproche rappresaglie, che portarono alla conquista di territori marginali, di scarso valore strategico, come i castelli di Frontone, Casteldelci, Senatello e la Faggiola per il Malatesta. Alla fine del '44 Federico concluse alcune trattative segrete con nemici di Sigismondo Pandolfo, quali Francesco Sforza e Galeazzo Malatesta, che portarono alla cessione, da parte di quest'ultimo, di Pesaro a Francesco e Fossombrone a Federico, per un totale di 20.000 fiorini. L'8 dicembre 1444 Alessandro Sforza sposò la nipote di Galeazzo Costanza da Varano e ricevette Pesaro dal fratello Francesco (15 gennaio 1445).

A queste mosse il Malatesta reagì astutamente, offrendo i suoi servigi ad Alfonso d'Aragona e mandando ambasciate al papa, a Filippo Maria Visconti e a Leonello d'Este per assicurarsi il sostegno nelle mosse successive. In giugno alcune navi napoletane arrivarono alla costa marchigiana, attaccando gli Sforza di Pesaro mentre da terra erano incalzati dalle truppe malatestiane e milanesi. In un primo momento il Malatesta, attaccato nel cuore dei suoi territori marchigiani, ebbe la peggio, perdendo Candelara, subendo il saccheggio di Pergola e le devastazioni nel territorio di Fano. Dopo un nuovo attacco al Montefeltro, Sigismondo Pandolfo Malatesta, alla guida delle truppe di Milano, di Napoli e della Chiesa, si avventò sulle Marche, compiendo un assalto generale che, dopo la sottomissione di Rocca Contrada e Fermo, gli garantì il controllo dell'intera regione. Quando Carlo Fortebracci e Novello Malatesta attaccarono Urbino per suo conto, si giunse ad una tregua. Nell'autunno del '46 le truppe degli Sforza e dei Montefeltro tentarono un contrattacco, puntando senza successo alla rocca di Gradara.

Da un fronte all'altro