Le controversie sull'eccidio di Porzûs hanno causato un acceso dibattito giornalistico, politico e storiografico,Elena Aga Rossi, L'eccidio di Porzûs e la sua memoria, in . Il saggio è stato poi ripubblicato lo stesso anno col titolo intersecatosi fino agli anni 1950 con i processi ai quali furono sottoposti esecutori e presunti mandanti della strage. Gli eventi legati a Porzûs hanno acquisito un valore paradigmatico: per gli uni del tentativo di delegittimare la Resistenza italiana proiettando sull'intero movimento partigiano un episodio ritenuto marginale, per gli altri della natura totalitaria e antidemocratica del Partito Comunista Italiano e del carattere sostanzialmente antinazionale della sua politica..
Anni 1950
Durante il lungo periodo delle vicende processuali, il PCI organizzò una campagna di stampa contro i reparti partigiani della Osoppo: in vari articoli de l'Unità furono rimarcate tutte le accuse di connivenza con fascisti e nazisti che erano state avanzate all'epoca dei fatti. Al contempo si stigmatizzò ancora una volta la figura della Turchetti, nuovamente descritta come «spia dei tedeschi, abbondantemente pagata». Fu respinta con sdegno l'infamante accusa di tradimento che aveva coinvolto in pratica tutti i vertici politico-militari del partito operanti in Friuli-Venezia Giulia nell'ultimo periodo bellico. Il PCI considerò tutto il processo una volgare montatura costituita da un castello di menzogne, da inserirsi nell'ampio filone processuale di natura reazionaria e neofascista di «messa sotto accusa» della Resistenza, operata dalle classi borghesi e capitaliste con ampi appoggi politici nel governo italiano, e segnatamente nella Democrazia Cristiana, vista come diretta prosecutrice del fascismo.
Il 25 aprile 1950, in occasione del quinto anniversario della liberazione, una delegazione di cinque parlamentari comunisti capeggiata da Luigi Longo e Gian Carlo Pajetta fece visita ai detenuti accusati dell'eccidio, arrestati poco prima su ordine degli inquirenti. Il 3 dicembre dello stesso anno il presidente nazionale dell'ANPI, il comunista Arrigo Boldrini, organizzò un convegno straordinario delle organizzazioni partigiane del Friuli, della Venezia Giulia e del Veneto, per stigmatizzare la «grave provocazione ordita contro la Resistenza friulana».
Alle due sentenze di Lucca e Firenze, la stampa comunista rimarcò il fatto che era stato escluso il reato di tradimento, scandalizzandosi per la riapertura del caso a seguito della sentenza della Cassazione. Della chiusura della storia processuale per intervenuta amnistia non fu data notizia. Per quindici anni sulla vicenda cadde il silenzio, rotto solo dalle annuali rievocazioni a cura dei reduci della Osoppo.
Anni 1960 Nel 1964 lo storico comunista Mario Pacor – durante la Resistenza ufficiale di collegamento in Friuli fra i reparti garibaldini e il IX Korpus sloveno nonché direttore del giornale Il Nostro Avvenire, emanazione del IX Korpus stesso e in seguito organo ufficiale in lingua italiana del governo jugoslavo nei territori occupati della Venezia Giulia. – ripeté in un suo saggio le stesse accuse apparse fra gli anni quaranta e cinquanta nei documenti e nella stampa comunista, incolpando gli osovani di connivenza con tedeschi e fascisti.
Lo stesso anno Roberto Battaglia – storico iscritto al PCI, già comandante partigiano – trattò rapidamente dell'eccidio nella seconda edizione della sua Storia della Resistenza italiana, la cui prima edizione del 1953 non conteneva alcun riferimento al massacro degli osovani. Nel volume l'evento è inquadrato nella situazione determinata dal passaggio della Garibaldi Natisone al IX Korpus, che, «imposto dalle circostanze, dopo che il terribile rastrellamento di novembre le ha lasciato solo questa via di scampo, attizza il dissidio slavo-italiano, su cui soffiano, con pieno compiacimento, i tedeschi. Si sta preparando in questa zona, che è la zona più delicata e vulnerabile d'Italia, uno degli episodi più dolorosi della Resistenza, il fatto di Porzus». Segue una nota a piè di pagina in cui l'autore fa proprie, definendole «fondamentali», alcune delle conclusioni della sentenza di primo grado emessa dalla corte d'assise di Lucca nel 1952, in cui si esclude il movente del sostegno garibaldino all'espansionismo jugoslavo e si attribuisce la responsabilità dell'eccidio all'odio politico divampato dall'anticomunismo di "Bolla", che si sarebbe scontrato con «l'animosa intolleranza di fanatici avversari». Battaglia non menziona la sentenza di secondo grado della corte d'assise d'appello di Firenze del 1954 (poi confermata dalla Corte di cassazione nel 1957), secondo la quale invece l'eccidio fu un atto tendente a porre una parte del territorio italiano sotto la sovranità jugoslava.
Nel 1965 l'ex commissario politico della Garibaldi Natisone Giovanni Padoan "Vanni" pubblicò Abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale., il primo di una serie di saggi dedicati alla resistenza garibaldina nel Friuli Orientale e nel Litorale sloveno viste dall'ottica particolare dell'ex combattente, già imputato nel processo per l'eccidio, assolto dalla corte d'assise di Lucca, condannato a 30 anni di reclusione in appello e in Cassazione, infine amnistiato nel 1959. Padoan revisionò le interpretazioni allora in voga nel PCI e presentate nella stampa di partito, riconoscendo la sostanziale fondatezza del verdetto di Lucca e rimarcando la responsabilità nella strage dei vertici del partito in Friuli. In occasione dell'uscita del film sull'eccidio nel 1997, Padoan ricordò che tale presa di posizione gli costò il «bando dal Pci per molto tempo e si arrivò al limite dell'espulsione»Vanni Padoan, Lettera a Panorama, n. 35, 4 settembre 1997.. Nelle sue opere seguenti – segnatamente in Un'epopea partigiana alla frontiera tra due mondi. – Padoan rivendicò il non coinvolgimento della Garibaldi Natisone nell'eccidio, individuando nel contempo come mandante il IX Korpus sloveno, per il tramite dei servizi segreti jugoslavi.
La tesi di Battaglia che rovescia sulla Osoppo gran parte della responsabilità dell'eccidio fu fatta in qualche modo propria da Giorgio Bocca, che nella sua Storia dell'Italia partigiana del 1966 descrisse "Bolla" come «uomo sbagliato nel luogo sbagliato» e «attesista afflitto da grafomania, il quale invece di difendere l'italianità del luogo sui campi di battaglia scrive in continuazione rapporti al C.L.N. di Udine sulle mene slavo-comuniste». Sul contesto in cui maturò la strage scrisse: «L'alleanza fra gli slavi e i garibaldini è un fatto reale, la politica internazionale impone al P.C.I. di sacrificare in parte gli interessi nazionali, volenti o nolenti i garibaldini devono piegarsi ad accettare una certa supremazia titina. Ma Porzus non deriva da un ordine titino, Porzus è una faccenda italiana». Inoltre definì l'ordine di arrestare il comandante osovano «ingiusto, proditorio, ma in quella situazione particolare lo si può anche capire; però non è ordine che si possa dare a un tipo violento e squilibrato come Giacca». Qualificò infine l'evento come «Pagina nera su cui la Resistenza unitaria non può che dare un severo giudizio di condanna. Così come condanna le fucilazioni di garibaldini eseguite dagli autonomi di Mauri»Giorgio Bocca, Storia dell'Italia partigiana, Milano, Mondadori, 1995 , pp. 469-450..
Anni 1970 Nel 1975 uscì il primo studio specificamente dedicato all'eccidio, Porzûs, due volti della Resistenza di Marco Cesselli, edito da una piccola casa editrice dell'area della sinistra e pubblicizzato anche sulle pagine de l'Unità, nel quale si espressero, sia pure con cautele, delle aperture verso una revisione della precedente interpretazione dell'eccidio e si misero in luce con chiarezza le responsabilità politiche dei massimi dirigenti del PCI friulano.
Paolo Spriano, nell'ultimo volume della sua molto ampia Storia del PCI, uscito quasi contemporaneamente allo studio di Cesselli, non parlò di Porzûs, pur riportando in estratto alcuni documenti che ne furono il prodromo..
Anni 1980 Dopo il libro di Cesselli sulla vicenda di Porzûs cadde nuovamente l'oblio: per quasi tutto il corso degli anni ottanta la questione non suscitò quasi alcun interesse da parte degli storici accademici. Secondo la storica Elena Aga Rossi, all'inizio del decennio «il solo nominarla veniva considerato come un tentativo di screditare il movimento partigiano». Claudio Magris nel 1998 affermò che «fino a qualche anno fa ricordare Malga Porzus era quasi un atto clandestino. Uno dei tanti casi di rimozione storica». Lo stesso parere è stato espresso nel 2012 dagli storici Giovanni Belardelli, che ha definito l'eccidio «un vero e proprio tabù storiografico», e Paolo Simoncelli, che ha stigmatizzato l'«antica e inaccettabile omertà politico-ideologica» che aveva avvolto per decenni la vicenda.
Sulla scorta dell'impostazione di Battaglia, in quegli anni alcuni storici misero sullo stesso piano l'anticomunismo della Osoppo e la subordinazione dei comunisti alle tesi jugoslave, riconducendo quindi l'eccidio allo scontro tra due opposte forme di estremismo, esecrabili entrambe: tale è per esempio il caso di un saggio di Giampaolo Gallo edito dall'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione nel 1988. Un altro gruppo di autori concentrò la propria attenzione sulle responsabilità degli osovani in relazione ai loro contatti con la Decima Mas, che avrebbe quindi, se non giustificato, quanto meno reso comprensibile la reazione di Toffanin e i suoi: su tale aspetto insistettero per esempio Pierluigi Pallante (1980) e Pier Arrigo Carnier (1982).
Nel 1983, gli scrittori conservatori Indro Montanelli e Mario Cervi scrissero brevemente di Porzûs in L'Italia della guerra civile, inquadrando i fatti in un contesto «dove Tito e i suoi emissari già annunciavano i più avidi propositi di annessione di territori italiani, e dove i garibaldini, diversamente dagli altri partigiani italiani, erano disposti in nome dell'ideologia ad accettare questa "mainmise" straniera». I due autori contestarono la tesi di Giorgio Bocca, secondo loro ripresa «acriticamente» dalla «pubblicistica comunista», negando che "Bolla" fosse un attesista e descrivendolo invece come «un deciso anticomunista, preoccupato dall'espansionismo titino: il che gli era valso l'odio dei garibaldini della brigata Natisone, i quali operavano agli ordini del IX Corpus sloveno». Quindi, per Montanelli e Cervi, l'eccidio «attestò nel sangue che, sul confine, i comunisti stavano "dall'altra parte"»Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia della guerra civile (8 settembre 1943-9 maggio 1946), IX volume di Storia d'Italia, Rizzoli, Milano , 2001, pp. 256-257..
Sempre nel 1983, il filmmaker veneziano Enrico Mengotti realizzò un documentario sull'eccidio intitolato Porzûs: due volti della Resistenza, dal nome del libro di Cesselli che fu tra gli storici interpellati, diviso in due versioni: una raccolta di testimonianze e un film riepilogativo degli eventi. Nessuno accettò di distribuire il video poiché – come dichiarato anni dopo dallo stesso Mengotti – all'epoca i tempi «non erano ancora maturi per osare tanto».
Anni 1990 Dal 1990 al 1995 La questione tornò prepotentemente all'attenzione dell'opinione pubblica nel 1990: a maggio di quell'anno, per la prima volta, due esponenti locali del PCI salirono alle malghe di Topli Uork per rendere omaggio ai partigiani della Osoppo: a quell'epoca la tesi espressa fu quella del «tragico errore» nel quale erano caduti i partigiani comunisti. Si levarono varie proteste nel partito, ritenendo quella visita un grave passo falso, e fra i reduci partigiani comunisti e quelli della Osoppo si aprì nuovamente un'aspra polemica, con accuse e controaccuse.