Il palazzo Brentano è un palazzo settecentesco di Corbetta, in provincia di Milano.

Progettato dall'architetto Francesco Croce per il conte Brentano, tesoriere generale del Ducato di Milano, il palazzo, dopo una serie di passaggi di proprietà, accoglie oggi l'Istituto "San Girolamo Emiliani" gestito dai padri somaschi.

Storia Prima della costruzione del palazzo Prima della costruzione del palazzo, l'area su cui sarebbe sorta la grandiosa villa di campagna del conte Brentano era occupata da alcune case popolari che rientravano nelle proprietà del marchese Ferrante Villani-Novati che in tutta la città di Corbetta possedeva un decimo delle terre. Le case erano in affitto ma erano perlopiù corti vecchie e cadenti e lo stesso Villani-Novati non vi poneva la debita attenzione a tal punto che quando il nobile Brentano, alla ricerca di un luogo adatto ove costruire la propria residenza di campagna, gli chiese di acquistare il terreno in oggetto, egli acconsentì subito a prezzi vantaggiosi.

La costruzione del palazzo Carlo Giuseppe Brentano, conte di Caltignaga e tesoriere generale del ducato di Milano sotto l'amministrazione austriaca, siglò il 10 settembre 1731 il contratto di acquisto dell'area con il marchese Villani-Novati e contattò fin dall'inizio l'architetto Francesco Croce, già operante presso il duomo di Milano, per affidargli il progetto della costruzione che ebbe inizio dal febbraio del 1732 e venne concluso nel 1738..

L'opera, grandiosa, ricalcava una necessità sociale da parte dei Brentano che, non essendo di antica nobiltàIl titolo di conte era stato concessa al padre di Carlo Giuseppe, nel 1715 né inseriti all'interno del contesto corbettese, avevano volontà di affermare la loro influenza politica e la loro ricchezza con la costruzione di una "reggia personale" dove impressionare gli ospiti provenienti da Milano. La villa è già dal 1743 descritta come esempio di architettura rococò da Marcantonio Dal Re nel suo Ville di delizia.

Attorno alla metà del Settecento venne realizzata la decorazione interna con stucchi e affreschi, opera dei pittori Giovanni Angelo Borroni, Mattia Bortoloni, Giuseppe Pellegrini, Ferdinando Porta, Giovanni Antonio Cucchi e Giovanni Battista Sassi.

L'arrivo dei Padri somaschi Il palazzo venne ceduto nel 1839 dall'erede della famiglia Brentano, lo storico Pompeo Litta Biumi, alla famiglia Carones di Corbetta e poi al professor Italo Tonta che vendette a sua volta infine il palazzo ad Enrico Pagani. Quest'ultimo, poi podestà di Corbetta, cedette il palazzo alla congregazione dei Padri Somaschi nel 1935.

Nel 1935 vi venne inaugurato dai padri somaschi un seminario con indirizzo filosofico-teologico. Le sale interne vennero adattate ad aule per l'insegnamento e per ospitare gli allievi che risiedevano nella struttura, sotto la direzione di padre Giovanni Ceriani. Venne sistemato il giardino e l'intera struttura venne restaurata. Tra i professori del seminario vi furono Giovanni Ferro, poi arcivescovo di Reggio Calabria. Nel 1956 l'istituto fu visitato dall'arcivescovo di Milano, Montini, poi papa Paolo VI.

Nel 1972, dopo il trasferimento del seminario, il palazzo venne utilizzato dai Padri Somaschi come scuola media legalmente riconosciuta (oggi secondaria di primo grado), intitolata a san Girolamo Emiliani, patrono della congregazione. Nel 1998 vi è stata inoltre aperta una scuola primaria intitolata a colei che sarà santa Gianna Beretta Molla. Nel 2008 i Padri Somaschi e l'associazione genitori Gianna Beretta Molla eressero la Fondazione Istituto san Girolamo Emiliani - Corbetta, ente gestore delle scuola primaria paritaria Gianna Beretta Molla e della secondaria di primo grado paritaria S. Girolamo Emiliani.

Descrizione Il palazzo

Il palazzo, articolato sul tipico schema a "U" delle ville di delizia del Settecento, si apre sulla strada con un grande cancello a sei pilastri e tre aperture, originali del XVIII secolo. Un tempo i pilastri erano adorni di "genietti" come precisa il Dal Re, oggi perduti, che rappresentavano il Piacere e l'Onestà oltre ad altri genietti minori che portavano lo stemma della famiglia Brentano. Sui fianchi della cancellata, si aprono d'infilata alla strada due corpi di fabbrica orizzontali di misura più bassa rispetto al corpo centrale del palazzo ed equiparabili alle ali laterali, che erano un tempo utilizzati quello a destra come scuderia (capace di trenta cavalli) con relativo fienile, quello a sinistra come tinaia, granaio e residenza del fattore che qui abitava tutto l'anno, anche quando il conte Brentano soggiornava a Milano. Relativamente alla scuderia, in essa ancora oggi è possibile ammirare delle colonne in granito rosa che sostengono delle pregevoli volte a crociera.La scuderia, convertita a cappella dell'istituto somasco dopo il 1937, è oggi tramezzata e sede di alcune aule dell'istituto.

Il maschio centrale del cortile, che si erge come si è detto di statura più alta rispetto alle due ali laterali, è affiancato da due eleganti torrette belvedere ove culminano delle lunghe scalinate di 129 gradini che conducono dalla sommità dell'edificio sino nelle cantine, ambiente dove ancora oggi è possibile ammirare uno splendido forno per il pane in cotto che venne largamente utilizzato sino al Novecento.

Al piano terreno del maschio si accede attraverso un portico colonnato in granito con sei colonne oggi chiuso da vetrate ma un tempo aperto direttamente sul cortile, decorato con soffitti a volta e stucchi che immette in tre direzioni differenti: a sinistra si viene proiettati verso le otto stanze con soffitti a volta stuccati e decorati che compongono il piano terra, diritti si attraversa il grande salone d'onore per poi giungere verso il giardino, mentre a destra si giunge al piano superiore della struttura attraverso un monumentale scalone.

L'area dello scalone, che occupa da sola un quarto dell'edificio centrale, è una delle aree più significative del palazzo in quanto permettendo di accedere ai piani superiori e quindi alla residenza del conte Brentano, aveva la funzione di impressionare gli ospiti presenti a Corbetta ed ancora oggi la scenografia è davvero mozzafiato: le scale, realizzate in granito, sono affiancate da una splendida balaustra in pietra arenaria grigia traforata a motivi decorativi con fiori e conchiglie inframezzati da pilastri che sostengono grandi vasi con fiori e fiamme in ferro battuto, un tempo utilizzati per l'illuminazione serale dello spazio.

Al piano nobile si trovano dodici sale di cui cinque con affreschi a plafone, tra le quali spicca il salone centrale (oggi aula magna dell'istituto) che era un tempo utilizzato come sala da ballo: esso ricalca la planimetria del salone d'onore inferiore ma si presenza molto più alto e prende luce da grandi finestre aperte sul parco sovrastate da oblò che il Croce aveva già utilizzato a Milano per la ristrutturazione del Palazzo del Governatore di Piazza dei Mercanti.

Al terzo piano si trovano sei stanze con soffitto in legno che un tempo accoglievano gli alloggi della servitù, mentre oggi ospitano alcune stanze dei religiosi.

Le sale affrescate Gli affreschi presenti all'interno del palazzo, risalgono quasi tutti alla metà del Settecento e cioè all'epoca in cui, terminati i lavori di costruzione del palazzo ad opera del Croce, il Brentano commissionò una serie di dipinti a pittori importanti ma non di massimo rilievo. Secondo le cronache d'epoca, infatti, il costo della firma del Croce sul progetto del palazzo e le vicende che investirono il ducato di Milano durante la breve occupazione sabauda del 1736, avrebbero affievolito notevolmente le finanze dei conti Brentano che pure si trovavano a dover portare a termine un progetto già ampiamente iniziatoPrada Luciano, I somaschi a Corbetta: cinquant'anni dopo, Ed. Quaderni del Ticino, Magenta, 1985. Le pitture vennero quindi concentrate essenzialmente al piano terra o comunque nei luoghi di rappresentanza ove era strettamente necessario spendere denaro per mostrare la ricchezza e la potenza della famiglia proprietaria.

Ispirati nei motivi alle vicende della mitologia classica, gli affreschi davano il nome alle stanze che li ospitavano: Salone di Ercole (salone d'onore, piano terra), con una grande medaglia ad affresco rappresentante Ercole annoverato tra gli dei di Giovanni Antonio Cucchi, 1750 circa Sala di Diana (sala mensa, piano terra), affresco rappresentante Diana che va a trovare Endimione che dorme sul monte Ida ad opera di Giovanni Angelo Borroni, 1743-1750 circa Sala di Giove (sala mensa, piano terra), affresco rappresentante La pioggia d'oro, ossia Giove che benefica le quattro parti del mondo ad opera di Mattia Bortoloni, 1748-1750 Sala di Bacco (sala mensa, piano terra), affresco rappresentante Bacco e Arianna colla corona di nove stelle detta Gnasso di Mattia Bortoloni, 1748-1750 Sala di Flora (sala mensa, piano terra), affresco rappresentante Flora ad opera di Mattia Bortoloni, 1750 circa Saletta della pronuba (direzione, piano terra), affresco rappresentante Una pronuba con face ad opera di Mattia Bortoloni, 1750 circa Scalone d'onore (volta dello scalone), affresco rappresentante Il Merito coronato dalla Giustizia e dall'Opulenza, magnificato dalla Fama e dalle Scienze ad opera di Giuseppe Pellegrini, 1750 circa Salone di Amore e Psiche (aula magna, primo piano), affresco rappresentante Le nozze di Amore e Psiche ad opera di Ferdinando Porta, 1746 circa Sala di Venere (primo piano), affresco rappresentante Vulcano che allaccia colla rete di ferro Marte e Venere di Giovanni Angelo Borroni, 1750 circa Sala di Ercole (primo piano), affresco rappresentante Pallade che sottopone Ercole bambino alla poppa di Giunone che dorme ad opera di Giovanni Battista Sassi, 1736-1737 Sala della Vigilanza (primo piano), affresco rappresentante La Vigilanza ad opera di Giovanni Battista Sassi, 1736-1737 Saletta della Grazia (locale di servizio, primo piano), affresco rappresentante Una grazia ad opera di Giovanni Battista Sassi, 1736-1737

Il giardino

Attraversando il portico ed il salone centrale si giunge al giardino attraverso un'elegante balaustra che contorna una scalinata in pietra molera. Il giardino si estende per una lunghezza prospettica di quasi 600 metri ed è in gran parte adibito oggi a semplice prato con campi sportivi.

Dell'originario progetto del giardino progettato con tutta probabilità dallo stesso Francesco Croce e raffigurato da Marcantonio Dal Re in un'immaginaria stampa settecentesca, nulla venne realizzato per mancanza di fondi ad eccezione dello spazio adibito a parterre che si trovava presso la facciata retrostante il palazzo che venne convertito in boschetto all'inglese, con specie di piante rare ed esotiche, alcune delle quali addirittura plurisecolari. Tra queste si ricordano bagolari, magnolie e cedri (nelle varietà Libani, deodara e atlantica) che raggiungono i 30 m di altezza oltre ad abeti (nelle varietà rosso, nero e strobo), tassi, querce, ippocastani, tigli e cipressi.

A queste piante si assomma un considerevole numero di arbusti e piccole piante quali l'albero di Giuda, palme cinesi, palme nane, aceri (nelle varietà americano e platanoide), faggi, Thuja occidentalis, araucaria araucana, robinie, agrifogli, alloro, lauroceraso, pungitopo, aucube (nelle varietà "verde" e "striata"), forsizia, lillà, mahonia, kerria, calicanto, bosso, oleandro, ibisco, bambù, melograno, lagerstroemia, ligustro, berberis, ecc. All'interno si trovano anche statue d'epoca come un "Pasquino" settecentesco ed altre di aggiunte successive, il tutto sviluppato su una superficie non piana che consente la creazione di sentieri attraverso la natura con cordoli in cemento e ghiaia.

Il resto del complesso del giardino, doveva da progetto comprendere anche sei grandi fontane oltre a numerosi parterres e percorsi coperti con bosso ed un hortus per la coltivazione delle piante officinali e della frutta e della verdura necessarie per una completa autosufficienza del palazzo.