Nell'anno 395 d.C. l'immensa area di nazioni controllate da Roma, che si estendeva dalla Britannia al Vicino Oriente, fu divisa tra Impero d'Oriente e Impero d'Occidente. Fu l'inevitabile risultato di una differenza fondamentale: quello che diventò l'Impero d'Oriente - la Grecia, le Isole greche, l'Asia Minore, il Levante, l'Egitto - parlava il greco e godeva di una cultura greca che molto precedeva la conquista romana e che non fu mai soppressa nonostante l'invasione di soldati romani, gli amministratori, i commercianti, gli imprenditori, e altri. Per quello che divenne l'Impero d'Occidente - l'Italia, la Francia, la Spagna, la Britannia, la costa settentrionale dell'Africa - la situazione si rovesciò: una volta che le legioni avevano invaso quelle terre, il latino gradualmente diventò la lingua comune e la cultura romana prevalse su tutte le altre culture locali.Testo principale consultato per questa voce: Lionel Casson, Libraries in the Ancient World, Yale University Press (2001), pp. 109-123 ; si è inoltre visionata la trad. ital. Biblioteche del mondo antico, Sylvestre Bonnard (2003). ISBN 978-8886842563 . Cfr. anche Encyclopaedia Britannica (1911), s.v. "Ancient Libraries - Roman" e passim; G. Biagio Conte, Profilo storico di letteratura latina. Dalle origini alla tarda età imperiale, Mondadori (2004); S. Martinelli Tempesta (cur.), La trasmissione della letteratura greca e latina, Carocci (2012).
Con la cultura romana, arrivarono quindi anche le biblioteche romane, biblioteche pubbliche già ben funzionanti nella capitale, la città di Roma.
La lingua nella province
La carriera di conquiste che Roma condusse nel periodo imperiale iniziò con l'Italia e, con Augusto il latino si stabilì su tutta la penisola come lingua dominante e la cultura romana come cultura dominante. Inoltre, entro la metà del I secolo d.C. l'alfabetizzazione aveva raggiunto livelli alti, a giudicare da quello che si è rinvenuto presso gli Scavi archeologici di Pompei, importanti fornitori di informazioni sulla vita quotidiana romana. Sulle pareti delle stanze e sulle facciate della case e altre superfici, ci sono centinaia di graffiti; sono stati così ben protetti nei secoli dalla copertura di cenere vulcanica, che possono tuttora esser letti facilmente.Per esempio, vedi Note I più rudimentali sono naturalmente, a modo loro, quelli che rivelano di più - lettere dell'alfabeto scribacchiate in basso ai muri di stanze, senza dubbio opera di ragazzini che si esercitavano nell'abecedario. Devono esser anche stati questi ragazzini, alcuni già avanti nella propria istruzione che, ripetendo quello che imparavano a scuola, scrivevano graffiti contenenti versi di Virgilio (arma virumque cano, i versi di apertura dell'Eneide, appaiono spesso). Molti pompeiani scrivevano sui muri le gioie e tribolazioni dei loro amori: alcune frasi non solo erano istruite, ma anche ispirate, in grado di esprimere i propri sentimenti citando versi di Properzio, Tibullo e Ovidio, il poeta dell'amore per eccellenza.Cfr. sui graffiti A. Mau, trad. F. Kelsey, Pompeii: Its Life and Art, New York (1899), pp. 481-488; Cambridge Inscriptionum Latinarum 4.2514-2548. Per le citazioni poetiche vedi anche L. Richardson in Archaeology 30 (1977), p. 395. Importante anche la serie del Giornale Degli Scavi Di Pompei: Nuova Serie, Nabu Press (ultimo vol. 19 aprile 2012). Gli artisti che decoravano le pareti coi loro affreschi portano testimonianza della cultura di Pompei non meno degli scribacchini che li deturpavano coi loro graffiti: dipingevano infatti ritratti di uomini che tengono in mano un rotolo e donne che scrivono su taccuini, includendo anche nelle loro nature morte gli strumenti della scrittura e altri materiali affini - penna, inchiostro, rotoli, tavolette.
Chiaramente, leggere e scrivere non erano limitati alle classi superiori della popolazione cittadina, e non c'è ragione di pensare che Pompei fosse un caso eccezionale: altre comunità italiane erano certo ugualmente alfabetizzate e istruite.Richardson cit. p. 394-402.
Quindi non c'è da sorprendersi che ci fossero biblioteche pubbliche a Pompei e altrove in Italia. Nello specifico, a Pompei sono stati rinvenuti veri e propri reperti; altrove le prove ci vengono dalle iscrizioni, che tra l'altro ci informano che, come succedeva per le biblioteche dei tempi ellenistici (o anche per certe biblioteche moderne in Europa e negli Stati Uniti d'America), i finanziamenti per crearle provenivano non da denaro governativo, ma da generosi benefattori. Un'iscrizione di Comum (Como) registra che Plinio il Giovane, che era del posto, tra gli altri regali che fece alla sua città natia, ci fu una biblioteca insieme a un finanziamento di 100.000 sesterzi (equivalenti forse a circa 400.000 euro di oggi in potere di acquisto) per mantenerla. Un'iscrizione di Sessa Aurunca (vicino alla costa, tra Roma e Napoli) cita una bibliotheca Matidiana: questo nome fa pensare che la donatrice della bibliotheca fosse Matidia, suocera di Adriano.Cfr. anche Vibia Matidia, figlia di Matidia e moglie di Adriano. A Volsinii (Bolsena, vicino a Orvieto), un'iscrizione avvisa che uno dei suoi cittadini offrì una biblioteca e i libri per rifornirla. Tibur (Tivoli) aveva una biblioteca, come sappiamo da un aneddoto di Aulo Gellio. E questi sono solo alcuni degli esempi che ci fornisce l'archeologia e che sono entrati a far parte della storia - altri se ne possono citare, ma molti ancora sono scomparsi senza lasciar traccia.Corpus Iscriptionum Latinarum, per Comum 5.5262, per Sessa Aurunca 10.4760, per Volsinii 11.2704.
Le biblioteche delle province orientali
A est dell'Italia, nella parte dell'impero che parlava greco, le biblioteche esistevano sin dai tempi ellenistici. Nel I e II secolo d.C. quando, insieme al resto del mondo mediterraneo, godeva la pace e prosperità della Pax Romana, ancor più biblioteche furono costruite in numerosi centri d'importanza. Esse rivelano l'impatto dei nuovi dominatori: sono quasi tutte del tipo e stile romani, sale di lettura con i libri archiviati lungo le pareti.
La Biblioteca di Alessandria
Alessandria era caduta nelle mani dei romani insieme al resto dell'Egitto nel 30 a.C. La sua grande biblioteca fu mantenuta in vita e, durante il regno di Claudio, fu allargata con un'"Estensione Claudiana" dove una volta all'anno una delle due storie che questo erudito imperatore aveva scritto - una storia degli Etruschi, composta da ben trenta volumi, e una storia di Cartagine, composta da otto volumi - veniva letta ad alta voce dall'inizio alla fine; l'altra era letta da qualche parte nell'edificio centrale. Dato che lo studioso imperatore le aveva scritte in greco e non in latino, la lingua non presentava difficoltà per gli ascoltatori alessandrini. C'è da supporre che la nuova estensione, oltre a essere adibita a stanza delle conferenze (per le "letture claudiane"), tenesse copie delle succitate storie cosicché potessero esser consultate in qualsiasi momento e non solo sentirle enunciate da un dicitore una volta all'anno. Gli architetti avranno di certo aggiunto alle specifiche tecniche alcune nicchie di stile romano per librerie - o anche più di alcune, per alloggiarci le opere in greco di altri autori romani scelti.Non si conosce se le collezioni della Biblioteca di Alessandria includessero anche opere in latino. Per l'estensione claudiana, cfr. Svetonio, Claudius 42.2. Vedi anche L. Casson, op. cit., pp. 111-112 e note.
La Biblioteca di Pergamo
La rivale di Alessandria, la Biblioteca di Pergamo, era entrata sotto il controllo dei romani un secolo prima, subito dopo il 133 a.C., quando avevano conquistato il regno degli Attalidi. Ovviamente mantennero la biblioteca in auge, ma fino al tempo di Marco Antonio e della sua relazione con Cleopatra, cioè negli anni che portarono poi alla battaglia di Azio nel 31 a.C. – dato che uno dei suoi esagerati atti d'amore fu quello di regalarle i 200.000 volumi che conteneva (e che forse lei aggiunse alla collezione alessandrina). Ciò si conosce da una fonte non troppo attendibile, ma che potrebbe essere degna di esser creduta. Gli Attalidi avevano creato la biblioteca per esaltare l'immagine del loro regime; ora che se n'erano andati, andata era anche la sua ragione di esistere - come finiti erano pure i sussidi monetari che le servivano per funzionare. L'atto di Antonio potrebbe anche esser stato un modo astuto di liberarsi di un peso finanziario che, dal proprio punto di vista, non aveva bisogno di continuare a gravare sull'erario dello Stato.Per la fonte non troppo sicura, cfr. Gaio Calvisio Sabino (console 39 a.C.), citato da Plutarco che nota che non tutto quello che Sabino diceva doveva esser creduto, da Antonio 58-59.
Durante il regno di Adriano, Pergamo acquisì un'altra biblioteca, molto più piccola di quella degli Attalidi e alquanto differente come scopo. Alla periferia della città c'era un santuario di Esculapio, che era diventato un rinomato centro della salute dove, oltre agli edifici dedicati alla cura dei pazienti, c'erano dei locali per aiutare a passare il tempo, come i portici per rilassanti passeggiate, e un teatro per vari tipi di rappresentazioni. Un'iscrizione rinvenuta recentemente dichiara che una donna benefattrice locale, Flavia Melitina, aveva aggiunto una biblioteca, le cui rovine sono state trovate e dimostrano che tale biblioteca era tipicamente "romana", formata da una stanza con nicchie per librerie e, al centro della parete posteriore, un'abside per la statua d'obbligo. Di notevole grandezza, misurava 16,52 m dalla parte frontale e posteriore e 18,50 m ai lati, ma era bassa di soffitto, con un solo livello di nicchie, che ammontavano a un totale di sedici - due per parte nell'abside e sei per ciascuno dei muri laterali. In effetti, il dono di Melitina era una grande stanza di lettura con una modesta collezione di libri, proprio ciò che i frequentatori di un centro di salute avrebbero necessitato per passare il tempo.C. Callmer, "Antiken Bibliotheken", Skrifter utgivna av Svenska Intitutet I Rom 10 (Opuscula Archaeologica 3, Lund 1944), pp. 175-176; Strocka, op. cit., pp. 320-322.
Atene
Atene durante l'Impero romano era ancora una città culturalmente importante e nei primi decenni del II secolo ottenne due biblioteche. Una fu convenientemente collocata nell'angolo sud-est dell'Agorà, dove gli archeologi hanno rinvenuto l'iscrizione che la sovrastava e annunciava: "Tito Flavio Pantaino... dedicò a Traiano... e alla città di Atene di tasca propria i colonnati, l'area che li circonda, la biblioteca coi suoi libri e tutte le relative ornamentazioni." Poco rimane delle struttura stessa e ciò che resta sembra comprovare che Pantaino fece costruire la sua biblioteca secondo lo stile tradizionale greco: una serie di piccole stanze che davano su un portico.Strocka cit. pp. 304-306. Per la dicitura dell'iscrizione, vedi J. Platthy, Sources on the Earliest Greek Libraries, Amsterdam (1968), nr. 36 (= R. Wycherley, The Athenian Agora III, Princeton, 1957, p. 150).