Dopo aver dedicato i suoi primi studi al movimento operaio francese in un'ottica marxista, verso la fine degli anni settanta, sotto la spinta del femminismo, indirizza i suoi interessi verso la storia delle donne, pubblicando con la storica Louise Tilly il libro Women, Work, and Family, che rappresenta una svolta negli studi sulla divisione sessuale del lavoro.. Negli anni ottanta del Novecento il suo incontro con la teoria post-strutturalista la conduce a interrogarsi sui presupposti dell'analisi storica e ad introdurre il genere come categoria storiografica da indagare nella sua costruzione discorsiva, al pari delle altre categorie di classe, identità, etnia.

L'articolo Il "genere": un'utile categoria di analisi storica, pubblicato nel 1986 nell'American Historical Review, ampiamente diffuso negli Stati Uniti e in Europa, la rende tra le prime teoriche della gender history.

A partire dagli anni novanta il linguaggio dell’universalismo repubblicano e il suo funzionamento all'interno delle rappresentazioni della storia francese costituiscono uno dei suoi campi di ricerca privilegiati, diventando materia di riflessione anche nel dibattito pubblico, in cui interviene in materia di questioni razziali e religiose, politiche di integrazione, identità nazionale, sessualità, parità dei diritti, libertà di insegnamento.

Biografia Joan Wallach nasce a Brooklyn, New York, il 18 dicembre 1941, figlia di due insegnanti delle scuole superiori, Lottie Tannenbaum e Sam Wallach.

Il padre, di origini ebraiche, giunge dalla Polonia agli Stati Uniti nel 1910, in tenerissima età, con i genitori e i tre fratelli. Dopo essersi diplomato nel 1929 al City College di New York, trova lavoro come insegnante di storia e di economia e diventa uno dei leader del Sindacato degli insegnanti (Teachers Union), ricoprendo la carica di Presidente dal 1945 al 1948. Nei primi anni cinquanta, durante il periodo iniziale del maccartismo, Sam Wallach viene sospeso, poi licenziato e posto sotto la sorveglianza dell'FBI con molti altri colleghi, a seguito dell'approvazione, da parte dello stato di New York, della Legge Feinberg che bandisce dalle scuole pubbliche i sospettati di attività sovversive contro il governo e coloro che non si prestano alla collaborazione.

Questo evento conduce la giovane figlia Joan a maturare l'impegno, mantenuto durante tutta la sua carriera professionale, a favore della libertà di parola e della libertà accademica. Il padre la avvicina anche al pensiero marxista, alla convinzione che le relazioni economiche determinano quelle sociali, e alla "fede nel progresso inevitabile, nel potere redentore della storia".. Dalla madre, anche lei insegnante di storia, apprende che l’insegnamento è una forma di attivismo: "la trasmissione della conoscenza per uno scopo che va oltre se stesso, uno scopo animato da relazioni di cura e politica, che modella il modo in cui i ragazzi pensano al mondo per renderlo un posto migliore".

Primo attivismo politico Terminato il liceo, Joan Wallace si iscrive alla Brandeis University, dove si distingue per il suo attivismo politico:.

Nel 1962 si laurea con una tesi sulla Rivoluzione del 1848 in Francia e grazie a una serie di circostanze in gran parte casuali, continua a coltivare il suo interesse per la storia francese e si iscrive all'Università del Wisconsin.. Nell'ateneo, ritenuto uno dei più fiorenti centri di pensiero e di azione politica, luogo di elaborazione della Wisconsin School di economia e di storia diplomatica e sede di pubblicazione della rivista della sinistra radicale Studies on the Left, Joan Wallace si unisce ad altri attivisti a sostegno dei movimenti afroamericani per i diritti civili, come i Freedom Riders, e nelle mobilitazioni contro la guerra del Vietnam, interpretando lo studio della storia come strettamente intrecciato alla politica, considerata la sua prima "vocazione"..

Dopo essersi laureata, accede al dottorato di ricerca e lavora come assistente didattica dello storico tedesco George Mosse.. Nel 1967 parte per la Francia per raccogliere i materiali della sua ricerca e dopo due anni presenta la tesi di dottorato incentrata sull'impatto indotto dai cambiamenti tecnologici sulla politica della classe operaia francese (in particolare i vetrai di Carmaux) alla fine del XIX secolo.

Durante questo periodo si sposa con Donald Scott, con il quale in precedenza aveva condiviso gli studi di storia all'Università del Wisconsin e il dottorato, e quando questi riceve un incarico di docenza di storia americana alla CUNY, si trasferisce con lui a Chicago. Nel 1966 nasce il loro primo figlio, Antony Oliver Scott; nel 1969 Joan inizia la sua carriera lavorativa "proprio mentre il movimento femminista stava esplodendo nei campus [...] e le studentesse chiedevano a gran voce la “her-story”..

Anni settanta: avvio della carriera universitaria Joan Scott ottiene il suo primo incarico all'Università dell'Illinois a Chicago, dove lavora dal 1970 al 1972, per trasferirsi in seguito alla Northwestern University (1972–1974) e all'Università della Carolina del Nord a Chapel Hill (1974–1980).

Storia del lavoro e il lavoro delle donne The Glassworkers of Carmaux (1974) Il suo primo lavoro, pubblicato nel 1974, The Glassworkers of Carmaux: French Craftsmen and Political Action in a Nineteenth-Century City, trae origine dalla sua tesi di dottorato; è uno studio di impronta marxistaRicordando questi primi studi, Scott così precisa in un'intervista, ricordando di essere una "red diaper baby", allattata artificialmente con il marxismo: "È stato dalla prospettiva della coscienza e della lotta di classe che mi sono avvicinata al passato." Cfr.: History trouble. Entretien avec Joan W. Scott, su archive.wikiwix.com, 11 gennaio 2014. URL consultato il 14 gennaio 2024.. sui mutamenti intervenuti, a seguito all'avvento della meccanizzazione, nel lavoro e nei comportamenti politici (sindacalizzazione, adesione al socialismo) di un piccolo segmento altamente qualificato della classe operaia francese, quello dei soffiatori di vetro di Carmaux nel XIX secolo. L'autrice indaga sul legame tra proletarizzazione (perdita del controllo della produzione e declino dello status professionale da parte dei lavoratori), coscienza di classe e radicalizzazione politica. Il libro, vincitore del premio dell’American Historical Association come migliore opera prima di storia europea scritta negli Stati Uniti, coniuga i due interessi - storia sociale e storia del lavoro - maturati dall'autrice durante la sua carriera universitaria e ne stabilisce l'identità professionale come storica della Francia moderna e storica del lavoro..

Women, Work, and Family (1978) Degli altri studi successivamente prodotti sul mondo del lavoro, ad esempio nel settore dell'abbigliamento e della calzatura, uno dei quali scritto in collaborazione con Eric Hobsbawm, il più noto è quello pubblicato nel 1978 e scritto insieme alla storica sociale Louise Tilly, Women, Work, and Family, che studia gli effetti emancipatori dell'ingresso delle donne nelle fabbriche, segnando una svolta negli studi sulla divisione sessuale del lavoro.

Come più tardi Scott spiegherà, la sua collaborazione con Tilly, che, come lei, aveva iniziato a insegnare storia delle donne su insistenza delle sue studentesse, si fondava sulla formazione condivisa di storiche sociali e sulla comune contestazione dell'idea, sostenuta dal movimento femminista e dalla maggior parte degli studi di storia del lavoro femminile, che il lavoro salariato rappresentasse per le donne "una garanzia di emancipazione dalle pressioni familiari “tradizionali” a restare a casa e crescere i figli" e che costituisse la fonte dell'acquisizione dei diritti politici...

L'analisi del rapporto donne-lavoro-famiglia condotta dalle due autrici, uno studio sociologico supportato da dati statistici demografici, mostra che prima dell'industrializzazione le donne, nell’artigianato e nell'agricoltura, erano già impegnate in attività produttive essenziali per l'economia familiare; il lavoro salariato industriale avrebbe rappresentato un cambiamento, ma non un miglioramento nella loro posizione sociale, e non avrebbe alterato significativamente il loro ruolo all'interno della famiglia, né le avrebbe liberate dai tradizionali rapporti di potere.. Nella prefazione della seconda edizione pubblicata nel 1987, viene inoltre sottolineato come lo studio riveli l'esistenza di una variabilità di processi e di situazioni, dipendenti dal carattere dello sviluppo economico, dal tipo di produzione e di sviluppo tecnologico, dall'area culturale e geografica presa in esame, e come i diversi contenuti attribuiti ai termini "donna" e "lavoro", status e potere, portassero ad escludere ogni generalizzazione sulla liberazione della donna e sulla possibilità di esistenza di un'unica storia.

Dopo aver scritto questo libro, Scott afferma di essere rimasta colpita dalla "persistenza dell'oppressione delle donne", dalla "continuità storica" della discriminazione, e di non aver trovato nelle teorie marxiste adeguate risposte per spiegare le gerarchie di genere e la loro permanenza, nonostante il raggiungimento dell’uguaglianza politica. Anche la storia sociale, a suo avviso, non aveva dato risposte a questa questione: se aveva promosso l'inclusione nella storia di attori fino ad allora esclusi, per quanto riguarda le donne, secondo la studiosa statunitense, essa continuava a includerle nella categoria generale "uomini", o a considerarle irrilevanti, perché confinate nella sfera privata domestica o perché ritenute prive delle qualità necessarie per occupare un posto nella storia..

Anni ottanta: l'incontro con il post-strutturalismo

Nei primi anni ottanta, quando le viene assegnata alla Brown University la cattedra Nancy Duke Lewis per l'insegnamento e la ricerca nell'area degli women’s studies, Scott entra in contatto con un gruppo molto attivo di ricercatrici femministe - come Mary Ann Doane, Naomi Schor, Ellen Rooney ed Elizabeth Weed - che si occupano di critica letteraria, allora impegnate nella lettura e nella discussione di testi degli autori post-strutturalisti (Barthes, Foucault, Derrida), dei principali esponenti della psicanalisi (Freud, Lacan, Laplanche) e del femminismo francese (Irigaray, Cixous, Kristeva); l'incontro con queste studiose, la conoscenza di questi testi e la fondazione, nel 1981, del Pembroke Center for Teaching and Research on Women, di cui diventa direttrice, segnano un punto di svolta nel suo pensiero, rivelandosi essenziali per lo sviluppo dei suoi futuri studi sul genere come costruzione sociale e per avviare la riflessione su questioni teoriche della ricerca storica.

Così Scott commenta l'importanza di quel periodo: "In quegli anni il mio femminismo acquisì una sua logica intellettuale, la basi filosofiche per il mio lavoro di storica. Questo tipo di lavoro ora ha un nome: storia critica. [...] La teoria post-strutturalista mi ha fornito un linguaggio per articolare la critica femminista e per concepire come la storia potrebbe servirla.".

La "svolta linguistica"

Secondo Scott il problema non era quello di aggiungere le donne alla storia tradizionale, ma di ridefinire "le regole della disciplina", interrogandosi anche su come "una storica donna" poteva "cambiare il modo in cui pensavamo la storia". La lettura dell'opera di Foucault, iniziata con L'ordine delle cose, viene da lei indicata come la più importante influenza che avrebbe determinato la sua "svolta linguistica”, il momento in cui "la passione è entrata nel mio matrimonio combinato con la storia".