La seconda guerra persiana è stata il secondo tentativo di aggressione, invasione e conquista della Grecia ad opera dei Persiani, comandati da Serse I di Persia: si è svolta tra il 480 e il 479 a.C. all'interno del più vasto panorama delle guerre persiane, campagne militari aventi come ultimo scopo la sottomissione della Grecia all'impero achemenide.
Questa guerra è la conseguenza diretta della fallimentare prima guerra persiana, combattuta tra il 492 e il 490 a.C., condotta per ordine di Dario I di Persia e conclusasi con la ritirata degli aggressori in seguito alla sconfitta a Maratona. Dopo la morte di Dario, suo figlio Serse impiegò vari anni per pianificare la seconda spedizione, dovendo infatti raccogliere una flotta e un'armata di dimensioni colossali. Gli Ateniesi e gli Spartani guidarono la resistenza ellenica, sovraintendendo un'alleanza militare accordata tra circa trentuno poleis, e detta lega ellenica; tuttavia la maggior parte delle città rimase neutrale o si sottomise spontaneamente al nemico.
L'invasione cominciò nella primavera dell'anno 480 a.C., quando l'armata persiana attraversò l'Ellesponto e marciò in direzione della Tessaglia, attraversando la Tracia e la Macedonia. L'avanzata terrestre delle forze persiane fu però bloccata presso il passo delle Termopili, dove un piccolo esercito guidato dal re spartano Leonida I ingaggiò una fallimentare ma storica battaglia con il nemico. Grazie alla resistenza opposta presso le Termopili, i Greci riuscirono a bloccare l'armata persiana per due giorni: quest'ultima ebbe però la meglio nel momento in cui riuscì ad aggirare l'avversario, a causa dell'aiuto del greco Efialte di Trachis, il quale attraverso un altro ingresso sulla montagna, controllato da poche sentinelle, li fece passare, intrappolando e massacrando la retroguardia greca.
Contestualmente, la flotta persiana venne bloccata per due giorni da quella stanziata da Atene e dai suoi alleati presso Capo Artemisio: quando giunse la notizia della disfatta presso le Termopili, la flotta ellenica si trasferì più a sud, in direzione dell'Isola di Salamina, dove avrebbe poi ingaggiato con quella stanziata dall'impero achemenide l'omonima battaglia navale. Nel frattempo, le forze persiane avevano sottomesso la Beozia e l'Attica, riuscendo a giungere sino ad Atene, città che venne conquistata e incendiata: tutti i suoi abitanti si erano già messi in salvo. Tuttavia, la strategia ellenica riuscì a impedire l'avanzata persiana in quanto aveva previsto una seconda linea di difesa a livello dell'Istmo di Corinto, che venne fortificato a protezione del Peloponneso.
Entrambi gli schieramenti ritenevano che la battaglia di Salamina avrebbe potuto essere decisiva per l'evoluzione dello scontro. Temistocle convinse tutti che bisognava ingaggiare una battaglia navale nello stretto braccio di mare che separava l'isola dalla costa attica. Quest'ultimo riuscì a sconfiggere la flotta persiana, battuta per la sua disorganizzazione dovuta alle piccole dimensioni del braccio di mare che ospitò la battaglia, compreso tra le coste dell'Attica e l'isola di Salamina. La vittoria fu presagio di una rapida conclusione dello scontro: in seguito alla sconfitta, Serse, temendo che i suoi soldati potessero rimanere intrappolati in Europa, decise di tornare in Asia e di lasciare in Grecia un contingente di 300 000 soldati alla guida del generale Mardonio.
La primavera seguente, gli Ateniesi e i loro alleati riuscirono a riunire un grande schieramento oplitico, che fecero poi marciare verso nord contro Mardonio, il quale era appoggiato dalla città di Tebe che lo ospitò. Sotto la guida di Pausania l'esercito ellenico ebbe in seguito modo di combattere la battaglia di Platea, durante la quale provò nuovamente la sua superiorità, infliggendo una grave sconfitta ai Persiani e riuscendo ad uccidere Mardonio. Nello stesso giorno la flotta greca dimostrò la sua superiorità distruggendo quella persiana durante la battaglia di Micale, dopo aver attraversato il Mar Egeo.
Dopo questa duplice sconfitta, i Persiani furono costretti a ritirarsi e persero la loro storica influenza economica e commerciale sul Mar Egeo. L'ultima fase della guerra, identificabile come sua conclusione e terminata nel 479 a.C., vede un contrattacco da parte delle forze elleniche che decidono infatti di passare all'offensiva, arrivando a scacciare i Persiani dall'Europa, dalle isole dell'Egeo e dalle colonie greche della Ionia.
Negli stessi giorni in cui si combatteva la battaglia di Salamina, altri greci avevano lottato su un fronte lontano, la Sicilia, contro i cartaginesi. Presenti nella parte occidentale dell'isola, questi ultimi avevano colto l'occasione dell'invasione della Grecia da parte di Serse per tentare di estendere i propri domini all'intera Sicilia; anche in questo caso, però, le litigiose poleis dell'isola riuscirono a trovare un accordo e inflissero a Imera una dura sconfitta ai propri avversari, pur senza riuscire ad espellerli definitivamente dalla Sicilia.
Fonti
La principale fonte primaria relativa alle Guerre persiane è lo storico greco Erodoto, ritenuto non erroneamente il padre della storia moderna, nato nell'anno 484 a.C. ad Alicarnasso, polis dell'Asia Minore sotto il controllo persiano. Scrisse la sua opera Storie () in un arco di tempo compreso approssimativamente tra il 440 e il 430 a.C., cercando di identificare le origini delle Guerre persiane, allora considerate un evento relativamente recente, essendosi queste concluse in modo definitivo solo nel 450 a.C.. L'approccio che Erodoto ha nel narrare tali avvenimenti non è paragonabile con quello dei moderni storici, dato che utilizza uno stile romanzesco: tuttavia è possibile identificarlo come il fondatore del metodo storico moderno, perlomeno per quanto concerne la società occidentale. Infatti, come disse Tom Holland, "per la prima volta un cronista si mise a rintracciare le origini di un conflitto non appartenente a un tempo così passato da poter essere detto fantasioso, non per volontà o per desiderio di qualche divinità, non per la pretesa di un popolo di prevedere il destino, ma mediante spiegazioni che avrebbe potuto verificare personalmente.".
Alcuni storici antichi successivi ad Erodoto, pur avendo seguito le orme lasciate dal celebre storico, cominciarono a criticare il suo operato: il primo di questi fu Tucidide.. Tuttavia Tucidide scelse di cominciare le proprie ricerche storiografiche laddove Erodoto aveva terminato, ossia a partire dall'assedio della polis di Sesto, ritenendo evidentemente che il suo predecessore avesse svolto un lavoro non bisognoso di revisione o di riscrittura. Pure Plutarco criticò l'operato di Erodoto nella sua opera Sulla malignità di Erodoto, descrivendo lo storico greco come vicino ai barbari: questa osservazione permette però di comprendere ed apprezzare il tentativo di imparzialità storica promosso da Erodoto, che non si schierò eccessivamente dalla parte degli opliti ellenici..
Ulteriori critiche ad Erodoto vennero mosse nel panorama culturale dell'Europa rinascimentale, a dispetto delle quali i suoi scritti rimasero però molto letti. Tuttavia Erodoto venne riabilitato e ripreso ad essere ritenuto affidabile durante il XIX secolo, quando ritrovamenti archeologici confermarono la sua versione degli eventi.. L'opinione oggi prevalente in relazione all'operato di Erodoto è quella che lo legge come un lavoro sì notevole sotto il profilo storico, ma meno affidabile per quanto concerne l'esattezza delle date e la quantificazione dei contingenti stanziati per i vari scontri. Tuttavia vi sono ancora alcuni storici che ritengono il lavoro compiuto dallo storico greco come non affidabile, frutto di elaborazioni personali.
Un altro autore che scrisse in relazione a questi combattimenti è stato Diodoro Siculo, storico siciliano in attività durante il I secolo a.C. e noto in particolar modo per la sua opera di storia universale nota come Bibliotheca historica, nella quale trattò tale tematica appoggiandosi agli studi già compiuti dallo storico greco Eforo di Cuma. Gli scritti provenienti da tale fonte non si discostano dai dati forniti da Erodoto.. Anche altri autori toccarono questa tematica nei loro scritti, pur non approfondendola e senza fornire resoconti numerici: Plutarco, Ctesia di Cnido e il drammaturgo Eschilo. Anche reperti archeologici, inclusa la Colonna serpentina, confermano le affermazioni di Erodoto..
Antefatti
Le poleis greche di Atene ed Eretria avevano supportato la fallimentare rivolta ionia contro l'impero achemenide di Dario I di Persia tra il 499 e il 494 a.C.. L'impero persiano era ancora relativamente giovane, e quindi facile vittima delle rivolte interne scatenate dalle popolazioni sottomesse.. Per di più, Dario era un usurpatore, e occupò molto tempo per sedare le rivolte contro di lui e contro il suo potere. Sedata la rivolta ionia, che aveva rischiato di minare l'integrità dell'impero achemenide, Dario decise di punire i ribelli e coloro che li avevano assistiti anche se non direttamente interessati.. Dario vide inoltre l'opportunità di espandere il proprio impero, sottomettendo le polis della Grecia.. Nel 492 a.C. inviò nella Penisola Balcanica una spedizione preliminare condotta dal generale Mardonio, col fine di riconquistare la Tracia e di costringere la Macedonia a diventare un regno vassallo delle Persia..
Nel 491 a.C. Dario inviò ambasciatori in tutte le polis greche, chiedendo "terra e acqua" in segno di sottomissione.. Avendo avuto dall'impero persiano una dimostrazione di potere, la gran parte delle città greche gli si sottomise. Diversa fu la reazione di Atene e di Sparta. Nella prima gli ambasciatori vennero processati e condannati a morte, a Sparta furono semplicemente gettati in un pozzo. Questa reazione corrispose alla definitiva entrata nel conflitto degli Spartani. Quindi Dario iniziò l'offensiva nel 490 a.C. inviando una spedizione guidata da Dati e da Artaferne: questa attaccò Nasso e ottenne la sottomissione di tutte le polis delle isole cicladi. Lo schieramento persiano cominciò poi a marciare in direzione di Atene, dopo aver raggiunto la polis di Eretria, che venne assediata e distrutta:. sbarcò presso la baia di Maratona, dove si trovò a fronteggiare lo schieramento che nel frattempo era stato raccolto da Atene, supportata dalla piccola polis di Platea: la vittoria degli ellenici fu tanto grande da costringere i nemici alla ritirata, dopo che questi ultimi avevano tentato invano un secondo attacco marittimo ai danni di Atene..
Dario pertanto cominciò per una seconda volta a raccogliere un altro poderoso esercito col fine di soggiogare l'intera penisola ellenica: tale tentativo dovette però essere rimandato definitivamente a causa dell'insurrezione dell'Egitto, scoppiata nel 486 a.C... Dario morì prima di poter sedare la rivolta egiziana: il trono passò a suo figlio Serse,. che represse tale insurrezione e riprese la pianificazione dell'attacco ai danni delle polis greche..
La pianificazione dell'attacco Dal momento che questa fu una spedizione su grande scala, la sua pianificazione si dimostrò estremamente lunga e laboriosa. Tale impresa fu accompagnata pure dalla realizzazione di alcune opere monumentali, come la costruzione di un colossale ponte galleggiante sull'Ellesponto per permettere all'esercito di attraversare questo braccio di mare e quella di un canale che tagliasse il promontorio formato dal monte Athos, ritenuto estremamente pericoloso per la flotta in quanto una precedente spedizione condotta da Mardonio era ivi precedentemente affondata nel 492 a.C.. Queste imprese sono il riflesso di un'ambizione senza limiti, lontana dalla realtà contemporanea.. Tuttavia la campagna fu rimandata di un anno a causa di una seconda insurrezione dei sudditi egiziani e babilonesi..