Leconomia romana ovvero della civiltà romana si basava principalmente sul settore agricolo e del commercio, e in misura minore su quello dei servizi (società preindustriale).
L'agricoltura in particolare era il settore trainante dell'intera economia del mondo romano, con la conseguente necessità di costruire strumenti e macchinari adatti. Secondo alcune stime, durante l'età imperiale il 30-40% della popolazione era impiegata in questo settoreR. Duncan Jones, The Economy of the Roman Empire: quantitative studies, Cambridge 1982.. Certamente un requisito importante e necessario per avere un'economia stabile o crescente fu la pace (pax romana) in molte zone dell'Impero.
L'introduzione del libero commercio agricolo modificò radicalmente il sistema economico italico: a partire dal I secolo a.C. le grandi proprietà terriere dedicate alla coltivazione della vite, dei cereali e dell'ulivo, avevano completamente "strangolato" i piccoli agricoltori, che non potevano competere con il prezzo del grano importato. L'annessione infatti di Sicilia (241 a.C.), Cartagine (146 a.C.) e Egitto (30 a.C.), portò l'Italia romana a rifornirsi sempre più di cereali dalle provinceGiuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.5.. A sua volta, l'olio d'oliva e il vino divennero i principali prodotti esportati dall'Italia... Sebbene si praticasse le rotazione delle colture, nel complesso la produttività agricola rimaneva molto bassa, stimata a 1 tonnellata circa per ettaro.
Roma privilegiò l'espansione territoriale, e quindi l'agricoltura, fin dall'origine. Si possono distinguere due fasi evolutive: all'inizio prevalevano i piccoli e medi proprietari terrieri, che costituivano anche il nerbo dell'esercito; successivamente prevalse il latifondo con agricoltori professionisti che non potevano dedicarsi anche alla guerra, delegata quindi a figure specifiche dette "mercenari". Il cambiamento fu indotto dalla crisi economica successiva alla seconda guerra punica, che rovinò molti proprietari terrieri; ne seguirono anche la crisi della repubblica e, dopo lotte interne durate due secoli, la nascita dell'impero. Il latifondo dette gradualmente vita all'«economia delle ville romane», centri di produzione agricola sempre più ampi e sontuosi.
La spesa pubblica era concentrata soprattutto sull'esercito e sulla costruzione di grandi opere pubbliche.
Storia
All'inizio dell'età del ferro (IX secolo a.C.) l'economia dei popoli dell'Italia centrale era basata quasi esclusivamente sui prodotti della pastorizia e dell'agricoltura. Allevamento e agricoltura rappresentarono le attività economiche principali della Roma del periodo arcaico o monarchico (dall'VIII al VI secolo a.C.). Si trattava di un'economia di sussistenza: la destinazione dei prodotti era, infatti, l'autoconsumo familiare o tribale. Roma, tuttavia, si sviluppò grazie alla sua posizione su un'area di frontiera, ovvero la via commerciale tra le città etrusche e le colonie greche della Campania lungo la direttrice nord-sud, e la "via del sale" (via Salaria) tra la foce del Tevere e le comunità sabine e umbro-sabelliche dell'Appennino centrale lungo la direttrice ovest-est.
Come in gran parte delle società del mondo classico, anche l'economia dell'età repubblicana di Roma antica (dal V al I secolo a.C.) era ancora essenzialmente, se non esclusivamente, basata sulla produzione e la distribuzione di prodotti agricoli (gran parte della produzione era, tuttavia, rivolta all'autoconsumo). La classe dei patrizi (aristocratici), che in quest'epoca corrispondeva anche al ceto sociale più ricco, era costituita prevalentemente dai grandi proprietari fondiari, che seguivano personalmente la conduzione delle aziende agricole (ville rustiche). Solo nella tarda età repubblicana cominciò ad affermarsi economicamente la classe sociale degli equites, che traeva le proprie ricchezze non dall'agricoltura, bensì dal commercio, dalle industrie e dalla finanza (riscossione delle imposte e prestiti a interesse).
Nei primi due secoli dell'Impero romano lo sviluppo dell'economia si era basato essenzialmente sulle conquiste militari, che avevano procurato terre da distribuire ai legionari o ai ricchi senatori, merci da commerciare e schiavi da sfruttare in lavori a costo zero«Sistema agrario-mercantile a base schiavistica», con questa formula A. Schiavone definisce il sistema economico-sociale della prima età imperiale di Roma antica (Momigliano e Schiavone, Storia di Roma, Einaudi, 1988).. Per questo motivo l'economia appariva prospera ("secolo d'oro"), ma in realtà restava in una condizione di stagnazione, che divenne decadenza (declino della produzione agricola e contrazione dei grandi flussi commerciali) con la conclusione della fase delle grandi guerre di conquista (116 d.C., conquista romana di Ctesifonte, capitale dell'impero partico). L'Impero romano, infatti, da un lato si dimostrò incapace di realizzare uno sviluppo economico endogeno (non dipendente dalle conquiste) e dall'altro di ovviare all'aumento dei costi della spesa pubblica (la vera radice della crisi fu l'incremento del costo dell'esercito e della burocrazia) con un sistema fiscale più efficiente che oppressivo. La grave crisi che ne conseguì ne provocò gradualmente la decadenza, fino ad arrivare nel V secolo d.C. alla caduta della parte occidentale ad opera di popolazioni germanicheSecondo A. Fusari il sistema economico dell'età imperiale era destinato alla stagnazione in quanto i due elementi che lo componevano, l'agricoltura ed il commercio, e la sua base energetica principale, gli schiavi, non erano integrati in un mercato unico come nell'economia capitalistica, e la sua alimentazione non derivava se non in minima parte dal surplus reinvestito nel mercato (accumulazione endogena promossa da fattori agenti all'interno del sistema), bensì dall'afflusso di risorse esterne (accumulazione esogena), frutto della rapina, delle guerre e dello sfruttamento delle province. Inoltre l'ordine equestre, che avrebbe potuto contrapporsi all'aristocrazia terriera e guerriera come classe sociale che basasse il proprio potere, la propria ricchezza e la propria identità di classe proprio sullo sviluppo di un sistema imprenditoriale mercantilistico ed industriale, non aspirò mai a sostituirsi all'aristocrazia nell'acquisizione del potere (come avrebbe fatto un'autentica classe borghese), bensì a farne parte, reinvestendo il "surplus commerciale" nell'acquisizione di una rendita fondiaria (A. Fusari, L'avventura umana, Seam, 2000)..
Settori produttivi e forza lavoro Demografia, occupazione e forza lavoro
Negli anni recenti, la questione demografica è stata oggetto di crescenti ricerche da parte degli studiosi moderniScheidel 2006, p. 2, con stime della popolazione dell'Impero romano pari a un minimo di 60-70 milioni di abitanti fino a 100 milioniScheidel 2006, p. 9 Ora ipotizzando una popolazione di 55 milioni di abitanti, tale cifra non fu superata in Occidente prima della metà del XIX.Goldsmith 1984, p. 263.
Mentre la società repubblicana fu caratterizzata dalla rigidità dell'oligarchia senatoria nel difendere i propri privilegi, la società imperiale si rivelò più mobile e aperta, favorendo l'emergere di un'ampia classe media e l'affermazione di un ceto professionale e burocratico (professionisti, ufficiali, funzionari imperiali, impiegati)Luigi Bessone, Roma imperiale, in (a cura di G. Solfaroli Camillocci) Civiltà Antiche, Sei, 1987, p. 236; Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 35., proveniente in particolare dall'ordine equestre. Ma furono soprattutto i liberti, ovvero gli schiavi affrancati, a compiere le più sorprendenti carriere (del resto erano fedelissimi all'ex padrone, al quale dovevano tutto: la libertà e il potere) nella burocrazia imperiale.
Nella prospera società del "secolo d'oro" (II secolo d.C.) dell'Impero, caratterizzata per lo più da pace e grandi opere pubbliche, persistevano comunque fortissime disuguaglianze, visibili soprattutto nelle città, dove alla minoranza di ricchi, abitanti in case di lusso (domus) e dediti all'opulenza fastosaGiorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 66., si contrapponeva la massa di piccoli borghesi (impiegati, militari, artigiani, insegnanti, piccoli negozianti, giudici) e soprattutto di proletari che si stipavano in casermoni (insulae) a rischio di incendi e crolli ed erano costretti a sopravvivereBastava un asse al giorno (un quarto di sesterzio) per sopravvivere, come scrisse Cicerone nelle sue Orationes in Catilinam, in cui descriveva i seguaci di Catilina come rifiuti umani: «Vivono o sopravvivono con un asse al giorno, grazie a mestieri meschini e occasionali». E se non si riusciva a lavorare bisognava sperare o nei sussidi frumentari o nella "sportula", cioè l'elemosina raccolta davanti alle case dei ricchi (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 65). tra fame e malattie infettive, poiché le condizioni igieniche nei quartieri-dormitorio erano fortemente inadeguate.
Dopo il primo assalto alle frontiere romane da parte prima dei Parti e poi delle popolazioni germano-sarmatiche durante il regno Marco Aurelio, che portarono a una prima devastante forma di pestilenza, un'altra pesantissima e ancor più devastante epidemia colpì i territori dell'Impero nel ventennio 250-270. Si è calcolato che il morbo abbia mietuto milioni di vittime e che alla fine la popolazione dell'Impero fosse ridotta del 30 per cento, da 70 a 50 milioni di abitantiGiorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 93..
A tutto ciò si aggiunge che il prezzo da pagare per la sopravvivenza dell'Impero fu molto alto anche in termini territoriali. A partire infatti dal 260 gli Imperatori che si susseguirono dovettero abbandonare, in modo definitivo, i cosiddetti Agri decumates (sotto Gallieno)Southern, p. 212-213. e l'intera provincia delle Tre Dacie (sotto Aureliano, nel 271 circa)Southern, p. 226., oltre alla provincia di Mesopotamia, poi rioccupata da Galerio verso la fine del III secoloAgazia Scolastico, Sul regno di Giustiniano, IV, 24.3; ; Res gestae divi Saporis, riga 25-34 da The American journal of Semitic languages and literatures, University of Chicago, 1940, vol. 57-58, p. 379..
Quando le popolazioni germaniche occuparono i territori dell'Impero d'Occidente, si trovarono di fronte una società profondamente divisa tra una minoranza di privilegiati e una massa di povera gente. La distanza sociale prima esistente tra lavoratori liberi e schiavi si era, infatti, ridotta notevolmente con l'istituzione del colonato: entrambi erano dipendenti nella stessa misura dal ricco proprietario del fondo agricolo. Anche questo fenomeno, quindi, contribuì alla biforcazione della società nelle due principali categorie sociali del Tardo Impero, profondamente differenti non solo per il censo (poveri e ricchi), ma anche per le condizioni giuridiche: con il fenomeno delle professioni coatte, infatti, la distanza economica tra classi ricche e classi povere divenne anche una distinzione di diritto, fissata dalla legge negli humiliores ("inferiori"), cui appartenevano la massa dei coloni e dei proletari urbani, e i honestiores ("rispettabili"), cui appartenevano i grandi proprietari terrieri e i vertici della burocrazia militare e civile. Solo agli humiliores erano riservate le punizioni più dure e infamanti, come la fustigazione e la pena di morte.