Il restauro è un'attività legata alla manutenzione, al recupero, al ripristino e alla conservazione delle opere d'arte, dei beni culturali, dei monumenti ed in generale dei manufatti storici, quali ad esempio un'architettura, un manoscritto, un dipinto, un oggetto, qualsiasi esso sia, al quale venga riconosciuto un particolare valore. Cesare Brandi nella sua Teoria del restauro afferma che il restauro è «il momento metodologico del riconoscimento dell'opera d'arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della trasmissione al futuro», aggiungendo che «si restaura solo la materia dell'opera d'arte».

Caratteristiche Il termine (dal latino restaurare, composto da re di nuovo e staurare con il significato di rendere solido, proveniente dal gotico stiuryan) ha nel tempo acquisito vari significati spesso in aperta contraddizione, in relazione alla cultura del periodo e al rapporto di questa con la storia, così da rendere impossibile una definizione univoca. Il significato attribuito ai termini "restauro" e "conservazione" varia notevolmente a seconda degli autori, tanto da trovarli a volte come termini di un'alternativa e a volte come intercambiabili.

Nel restauro, quindi, sono fondamentali sia le caratteristiche intrinseche dell'oggetto, sia la struttura culturale della persona che con esso si confronta. Giorgio Bonsanti col suo celebre “paradosso di Brustolon” («se una sedia si rompe, viene riparata. Se la sedia è del Brustolon, viene restaurata»)Giorgio Bonsanti, Riparare l'arte, OPD Restauro, n. 9, 1997, Firenze, pp. 109-112 evidenziava come nei confronti di una sedia che si rompe il nostro impegno e la nostra intenzione progettuale sono diversi se essa è un normale prodotto industriale coevo, oppure un'antica sedia intagliata e dorata dal celebre artista veneto del XVIII secolo. Il riconoscimento del valore di ciascun oggetto è, quindi, propedeutico all'attività del restaurare. Il soggetto che esercita tale attività viene detto comunemente "restauratore".

Storia Antichità Non tutte le culture seguirono gli stessi criteri nel conservare le testimonianze del proprio passato. Molto forte è il rapporto con la religione e, quindi, con la concezione del tempo. In oriente, con la visione ciclica del tempo, nuovo e vecchio vanno assieme, ogni evento torna periodicamente e l'idea di progresso è diversa dalla concezione occidentale.

Il primo Pantheon di Roma fu fatto costruire da Agrippa, presentando la sua iscrizione sul fregio. Successivamente, dopo aver subito una distruzione, fu fatto ricostruire da Adriano, questo provato dai bolli laterizi, che presentavano gli anni di realizzazione dei suoi anni di impero, nonostante fece ricollocare l'iscrizione originale di Agrippa, come a voler far "rinascere" il primo tempio.

Nel Medioevo e con la nuova religione, il Cristianesimo, si assiste a profondi cambiamenti che separarono, anche in modo drastico, il mondo antico da quello del presente. La concezione del tempo comincia ad essere lineare, dove nuovo e vecchio vanno in conflitto e comincia ad esserci l'idea di progresso. Non si rigetta il passato nella sua interezza, ma inizia una selezione di forme, elementi e tipologie con cui realizzare il nuovo mondo (ad esempio i Cristiani riprendono la tipologia Basilicale, adottata dai romani e prima ancora dai greci per le aule della giustizia, e la adottano ai loro scopi, apportandone delle modifiche, come l'ingresso al lato corto, l'abside o il quadriportico per i catecumeni).

In mancanza di un afflusso regolare di materiale da costruzione e a costi molti elevati, gli edifici vengono realizzati con "pezzi di spoglio", ovvero capitelli, basi, cornici, prelevati da edifici antichi, che verranno, spesso, interamente distrutti. Questo viene spiegato dallo storico dell'arte Panofsky come il "principio di disgiunzione".

Dagli studi di Settis, il Medioevo è caratterizzato da tre fasi:

in continuità con il passato, dove il vecchio mantiene la sua funzione originaria (es. Basilica di Santa Maria Maggiore o di Santa Sabina a Roma); di distacco con il passato, dove il vecchio vede maggiore manipolazione (es. Cattedrale di Vaison la Romaine); di conoscenza e di studio dell'antico, ovvero la sua "conservazione" (es. Tomba di Luca Savelli in Santa Maria in Ara Coeli).

Il Seicento Dalla seconda metà del Seicento si cominciano a diffondere dei manuali riguardanti la pulitura e la foderatura dei dipinti, oltre che il consolidamento degli intonaci di importanti proprietà private. Tra alcuni dei più celebri interventi su affreschi, descritti dai biografi degli artisti di quel periodo, è molto noto il restauro a Palazzo Farnese avvenuto nel 1693, come quello dei restauri di Carlo Maratta su Logge di Psiche alla Farnesina e le Stanze Vaticane, opere di Raffaello Sanzio. Si tratta soprattutto di rifacimenti e ridipinture che mirano al recupero dell'aspetto originale. Su come si effettuava la manutenzione su degli edifici circolano dei manuali sulla prassi dell'intervento anche se questa era da osservare soprattutto nel caso di un bene ecclesiastico.

Il Settecento e l'Ottocento

Verso la fine del Settecento si ha la nascita dello studio storico-archeologico dei beni del passato, avvenuta a seguito degli scavi di Pompei ed Ercolano, alla riscoperta delle antichità greche ed alla scoperta di quelle egizie avvenuta con la campagna d'Egitto di Napoleone Bonaparte. Questo passaggio fondamentale della conoscenza dell'arte antica porta ad un cambiamento nel rapporto con le opere del passato (inizialmente limitato all'arte antica e successivamente esteso anche a quella medioevale), con la nascita del restauro modernamente inteso.

Proprio per questo quando Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc (1814-1879) scrive il suo Dictionnaire raisonné de l'architecture française du XIe au XVIe siècle alla voce Restauro afferma che «la parola e la cosa sono moderne».E.E.Viollet-le-Duc, L'architettura ragionata. Estratti dal dizionario, Jaca Book, Milano, 1982, p. 247.Cfr. Morris, Restauration, in "Atnenaeum", 2591, 1877, 23 giugno, p. 807, trad. it. da LA REGINA, 1974, p. 118; Boito, Questioni pratiche di Belle Arti: restauri, concorsi, legislazioni, professione, insegnamento, Milano, 1893, Ulrico Hoepli Editore, p. 211.

In questo periodo sono presenti due linee di tendenza principali: Quella che tende a preferire la distinguibilità dell'intervento integrativo rispetto alla parte preesistente, integrando le lacune in maniera riconoscibile attraverso la distinzione del materiale o la semplificazione delle forme (ad esempio i restauri del Colosseo (1807-1826) e dell'Arco di Tito (1818-1824) a Roma eseguiti da Raffaele Stern e Giuseppe Valadier).S. Casiello, Problemi di conservazione e restauro nei primi decenni dell'Ottocento a Roma, in Id. (a cura di), Restauro tra metamorfosi e teorie, Electa Napoli, Napoli, 1992, pp. 30-37 (Colosseo) e pp. 37-44 (Arco di Tito). Quella secondo cui il restauratore deve immedesimarsi nel progettista originario e integrarne l'opera nelle parti mancanti, perché mai realizzate, perché successivamente distrutte o degradate, perché alterate da nuovi interventi. Secondo Viollet-le-Duc «Restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, è ripristinarlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un dato tempo». Questa posizione è abitualmente definita "restauro stilistico".

Come reazione a queste due tendenze nasce in Inghilterra lAntirestoration movement, che - promosso da William Morris - si rifà alle teorie di John Ruskin (1819-1900), secondo il quale il restauro è «la più totale distruzione che un edificio possa subire: una distruzione alla fine della quale non resta neppure un resto autentico da raccogliere, una distruzione accompagnata dalla falsa descrizione della cosa che abbiamo distrutto».J. Ruskin, The Seven Lamps of Architecture, 1880 (trad. italiana, Le sette lampade dell'architettura, Jaca Book, Milano, 1982, pp. 226-227).

Il restauro dei dipinti vede nella Venezia del Settecento una figura di primo piano con Pietro Edwards che Giorgio Bonsanti definisce "papà del restauro in Europa"Giorgio Bonsanti, Pietro Edwards, "papà" del restauro in Europa, in Il Giornale dell'Arte, n.208, marzo 2002, p.30 più che per la sua intensa attività di restauro per gli scritti che documentano la modernità del pensiero che guidava la sua azione. Importantissimo, tra i vari scritti di Edwards, il testo Capitoli (...) per l'effettuazione del Ristauro generale dei Quadri di pubblica ragione (06/07/1777)Il titolo completo è Capitoli che privatamente vi propongo alla considerazione degli EE.mi Rif.ri dello Studio di Padova per l'effettuazione del Restauro generale dei Quadri di pubblica ragione, loro commesso con decreto dell'E.mo Senato 6 giugno 1771, in Archivio Accademia Belle Arti di Venezia, Busta "Copie di Atti riguardanti il Collegio dei pittori 1689/1798", armadio 432; pubblicato in: V. Tiozzo, Dal decalogo Edwards alla Carta del Restauro. Pratiche e principi del restauro dei dipinti, Padova 2001, pp.113-125 dove vengono indicati con precisione il principio della reversibilità e della riconoscibilità. Per quanto concerne la reversibilità afferma: "S'impegnano poi che non si useranno nei Quadri ingredienti che non si possano più levare, ma ogni cosa necessariamente addoperata, sarà facilmente amovibile da ogn'un ch'intenda l'arte"; e per quanto quello della riconoscibilità: "Risarciranno i pezzi lacerati, e mancanti, … non comprende l'obbligo di rinovare dell'intiere composizioni; ciocché non sarebbe ristaurare, ma originalmente dipingere". Importante anche un altro scritto di Edwards Instituzione di una formale pubblica scuola pel ristauro delle danneggiate pitture (1820)Biblioteca del Seminario Patriarcale, B.a Edwards n. 2, ms. 788/15; (Minuta) Archivio Accademia Belle Arti Venezia, B.a "Atti del Collegio dei Pittori, 1689/1798"; Pubblicato in: - Basile G. (a cura di), Pietro Edwards - Piano pratico per la generale custodia delle pubbliche pitture - Instituzione di una formale pubblica scuola pel ristauro delle danneggiate pitture, Min.BB.CC. I.C.R., Roma, 1994, pagg. 29-46, che viene ritenuto il primo contributo sul delicato tema della formazione del restauratoreTema delicato che in Italia vede un primo processo di definizione solo con il D.M. 26 maggio 2009, n. 87. Regolamento concernente la definizione dei criteri e livelli di qualità cui si adegua l'insegnamento del restauro, nonché delle modalità di accreditamento, dei requisiti minimi organizzativi e di funzionamento dei soggetti che impartiscono tale insegnamento, delle modalità della vigilanza sullo svolgimento delle attività didattiche e dell'esame finale, del titolo accademico rilasciato a seguito del superamento di detto esame, ai sensi dell'articolo 29, commi 8 e 9, del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Restauro storico e restauro filologico Verso la fine dell'Ottocento in Italia nascono due nuovi modi di intendere il restauro architettonico: Restauro storico, che afferma la necessità che le integrazioni all'opera debbano essere fondate su documenti storici (Luca Beltrami, torre del Castello Sforzesco). Restauro filologico, che ha come caposcuola Camillo Boito (1836-1914): riprende il concetto di riconoscibilità dell'intervento; prevede il rispetto per le aggiunte aventi valore artistico, che nel corso del tempo sono state apportate al manufatto; tutela i segni del tempo (pàtina).Camillo Boito, Questioni pratiche di belle arti. Restauri, concorsi, legislazione, professione, insegnamento, Hoepli, Milano, 1893.