Leccidio del Lago Maggiore indica la strage nazista di ebrei dell'autunno 1943 che coinvolse nove località, tutte dell'allora provincia di Novara (oggi suddivisa nelle province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola).

La presenza ebraica sul lago Nel settembre del 1943 nell'alto novarese erano presenti almeno un centinaio di ebrei appartenenti a tre diverse categorie: ebrei italiani residenti da tempo nelle diverse località; ebrei italiani sfollati da Milano e dalla Lombardia a seguito dei bombardamenti e alloggiati in affitto o in albergo; ebrei provenienti dall'estero (sia con cittadinanza italiana sia con altra cittadinanza) e alloggiati soprattutto negli alberghi. Il gruppo più consistente di questi ultimi proveniva da Salonicco dove, nella primavera, era iniziata la deportazione in massa della comunità ebraica, con l'eccezione degli ebrei italiani che, con l'aiuto del consolato italiano, poterono defluire verso Atene, allora occupata dagli italiani.G. Galli, 400 nomi. L'archivio sulla deportazione novarese: un progetto in corso, in “I sentieri della ricerca. Rivista di storia contemporanea” n. 6, dicembre 2007, pp. 21-62.

L'arrivo delle SS Poco dopo l'armistizio dell'8 settembre le forze tedesche occupano la provincia di Novara. Sul lago la notte dell'11 settembre arriva il 1º battaglione della Panzer-Division Waffen SS – LSSAH (Leibstandarte Adolf Hitler – Guardia del Corpo Adolf Hitler) che precedentemente operava sul fronte dell'Europa orientale. Il comando viene installato all'Hotel Beaurivage di Baveno e i principali centri della costa piemontese del lago e della Val d'Ossola vengono occupati. Resteranno circa un mese e successivamente si trasferiranno a Casale Monferrato. Le direttive, oltre all'occupazione del territorio, la requisizione delle armi e il controllo del confine, in particolare per impedire la fuga dei soldati italiani sbandati, parlano anche della "messa in sicurezza degli ebrei"L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia (1943-1945), CEDEC-Mursia, Milano 1991..

Lo storico tedesco Lutz Klinkhammer scrive che in mancanza «di compiti di combattimento gli ufficiali delle SS, organizzarono magnifiche feste negli alberghi intorno al lago» e che probabilmente fin dall'inizio «gli ufficiali del comando del battaglione presero la decisione di applicare all'Italia uno dei meccanismi della guerra ideologica nazionalsocialista applicato nell'Est: vale a dire la caccia agli ebrei che vivevano sul lago Maggiore. La truppa aveva sicuramente "imparato" nei teatri di guerra dove era stata attiva fino ad allora, che nessuna azione nei confronti degli ebrei poteva determinare conseguenze penali»..

Cronologia della strage Il rastrellamento degli ebrei iniziò a Baveno tra il 13 e il 14 settembre per proseguire nei giorni successivi. Qui vennero prelevate in particolare l'intera famiglia di Mario Luzzato, per anni direttore della sede di Londra della Pirelli, residente nella villa del Castagneto e quella di Emil Serman, ricco commerciante di origine austriaca, residente nella Villa Fedora. Vennero inoltre arrestati un anziano rabbino di origine lettone con sua moglie e altre due donne. In totale 14 vittime prima portate all'Hotel Ripa e poi fatte sparire; probabilmente fucilate sulla riva e poi gettate nel lagoM. Nozza, Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia, Mondadori, Milano 1993.. Di seguito le ville furono saccheggiate e nelle loro sale si tennero feste e banchetti. Fu poi organizzata una messa in scena in cui il podestà Columella, attorniato da ufficiali delle SS, lesse alla popolazione due finte lettere dei capifamiglia rastrellati: questi ultimi tranquillizzavano sul loro destino e donavano dei soldi ai poveri del paese.

Il giorno 15 proseguirono i rastrellamenti in altre località. Ad Arona venne prelevato nella sua abitazione, con l'anziana madre, il conte Vittorio Cantoni Mamiani Della Rovere e successivamente dal suo negozio la moglie del fotografo Penco, in albergo alcuni componenti della famiglia Modiano, proveniente da Salonicco e, in una villetta affittata, madre e figlio Rakosi, di origine ungherese. In totale nove vittime di cui non si seppe più nulla.A. Toscano, L'olocausto del Lago Maggiore (settembre-ottobre 1943), in “Bollettino Storico per la provincia di Novara”, n. 1, anno 94, pp. 1-111, Società storica Novarese, Novara 1993. Ripubblicato in A. Toscano Io mi sono salvato. L'olocausto del Lago Maggiore e gli anni di internamento in Svizzera (1943-1945), Interlinea, Novara 2013, p. 276. La nuova edizione contiene anche il "Diario dell'internamento" in Svizzera e testi introduttivi di Alberto Toscano e Mauro Begozzi. La numerosa famiglia dell'industriale milanese Federico Jarach, residente in una villa fuori Arona, riuscì a salvarsi traversando il lago in barca, perché avvisata telefonicamente appena in tempo.

A Meina l'episodio più noto: sedici ebrei ospiti dell'Albergo Meina vennero prima identificati e trattenuti per alcuni giorni in una stanza e poi, in due notti successive (22 e 23 settembre), uccisi e gettati con zavorre nel lago, ad alcune centinaia di metri di distanza del paese. Fra di loro vi era la famiglia Fernandez Diaz, di Salonicco, composta dai coniugi Pierre e Liliana Scialom, dal padre di lui Dino (settantaseienne) e dai tre figli della coppia, Jean, Robert e Blanchette, rispettivamente di 17, 13 e 12 anni.. I coniugi furono assassinati nella notte fra il 22 e il 23 settembre, assieme a un'altra dozzina di persone prelevate a gruppi di quattro, caricate su un camion che le portava al luogo dove venivano fatte scendere, abbagliate coi fari del camion e uccise a colpi di pistola sparati alle spalle. I corpi venivano poi gettati nel lago. La squadra di SS che si occupò delle esecuzioni era composta di otto uomini, fra cui gli Scharführer Schultz e Leithe. Mentre le esecuzioni avevano luogo, altre SS «rimasero nell'albergo a ballare e divertirsi in compagnia di alcune ragazze».. Scrive Klinkhammer:

Secondo lo storico Bruno Maida l'uccisione di Robert e Blanchette Fernandez Diaz «fu la morte dei primi due bambini ebrei, vittime della volontà sterminativa tedesca applicata all'Italia»..

Alcuni corpi affiorarono dopo il primo giorno e vennero riconosciuti da abitanti del luogo. Il padrone dell'albergo, Alberto Behar e la sua famiglia, di nazionalità turca, anche se ebrei, poterono salvarsi per l'intervento diretto del console della Turchia, paese allora neutrale. Di questa strage diede testimonianza, con uno scritto prima e poi in numerosissime occasioni e incontri pubblici, la figlia dell'albergatore, l'allora tredicenne Becky Behar.La strage dimenticata. Meina Settembre 1943. Il primo eccidio di ebrei in Italia, a cura della Comunità di sant'Egidio, Interlinea, Novara 2003.

A Orta vengono arrestati nella loro abitazione lo zio e il cugino di Primo Levi, Mario e Roberto, qui residenti da alcuni mesi con le loro mogli le quali - come testimonia nel suo diario la moglie di Roberto, Elena Bachi - dopo aver inutilmente cercato di ottenere informazioni presso i comandi delle SS sul lago, capiscono di esser anche loro in pericolo e vengono aiutate a nascondersi. Dei loro congiunti non seppero mai più nulla.S. Bachi, Vengo domani, zia, Genesi Editrice, Torino 2001.

A Mergozzo, sempre la mattina del 15, le SS irruppero nell'abitazione di Mario Abramo Covo e vi si installarono per tutta la giornata, presumibilmente in attesa anche della figlia Lica e di suo marito, il grafico Albe Steiner, che comunque non rientrarono. La sera vennero portati via il Covo e due suoi nipoti, temporaneamente ospiti. La moglie del Covo, Maddalena Stramba, cercherà per anni inutilmente loro notizie. Solo dopo la sua morte emergeranno testimonianze locali sulla loro uccisione in un campo non molto distante dal paese; sul luogo, nel 2003, sono stati collocati un monumento e una lapide in loro ricordo.L. Steiner – M. Begozzi (a cura), Un libro per Lica. Lica Covo Steiner (1914-2008), Istituto Storico Resistenza, Novara 2011.

Secondo Klinkhammer gli avvenimenti di Mergozzo costituiscono una delle dimostrazioni del fatto «che gli uomini delle SS conoscevano precisamente i luoghi di residenza e di soggiorno degli ebrei italiani e stranieri intorno al lago Maggiore, informazioni che devono aver ricevuto da altre fonti»; fra queste tipologie di fonti Klinkhammer menziona le «liste contenenti i nomi degli abitanti ebrei esistenti presso le anagrafi e le autorità italiane» e le denunce da parte di informatori italiani, ma - aggiunge - più importante «della denuncia individuale era naturalmente la collaborazione istituzionale da parte dell'Ufficio Politico Investigativo, della Guardia nazionale repubblicana, delle questure, delle prefetture, ecc. - una collaborazione di importanza essenziale per la forza d'occupazione in tutti i campi della "Gegnerbekämpfung" (lotta contro il nemico) e del controllo del territorio»..

Il 16 settembre fu il giorno del rastrellamento a Stresa. Vennero prelevati e trasferiti al locale comando SS, presso la Villa Ducale, l'anziano avvocato veronese Tullio Massarani con sua sorella e, successivamente, il commerciante Giuseppe Ottolenghi con sua figlia che erano sfollati da Genova e alloggiavano in un appartamento nel centro del paese. Anche di questi quattro arrestati non si seppe più niente. Scrive Klinkhammer che «il segretario comunale Mario Daveri era stato invitato a richiedere ai proprietari degli alberghi di Stresa gli elenchi degli ospiti» e che probabilmente questi elenchi furono consegnati ai tedeschi, nonostante l'opposizione del podestà, generale Umberto Testa. «Franca Negri, proprietaria dell'albergo Speranza a Stresa, informò i suoi ospiti ebrei del pericolo imminente, in modo che questi riuscirono a fuggire in tempo. Probabilmente furono muniti di documenti falsi e di tessere annonarie nel municipio»..

A Pian Nava, località collinare sopra Intra, vicino a Premeno, si erano rifugiati nel locale alberghetto il cinquantacinquenne Humbert Scialom e sua moglie, provenienti da Salonicco. A seguito di una probabile delazione di un cuoco, temporaneamente dipendente dell'albergo, la mattina del 17 settembre una camionetta delle SS li prelevò insieme al loro bagaglio. Dei due coniugi non si seppe poi più nulla.

Il 19 settembre a Novara il comandante Rudolf Flot procedette all'arresto di Giacomo Diena, ex ufficiale e invalido della Grande Guerra che, pur preavvisato del pericolo, si sentì al sicuro per i suoi meriti militari; con lui venne prelevato lo zio Amadio Jona e successivamente una trentunenne: Sara Bertie Kaatz. Furono trasferiti a Torino e di loro non si hanno più notizie certe. Pochi giorni dopo lo stesso Flot si fece consegnare dalla Banca Popolare di Novara le chiavi delle cassette di sicurezza dei novaresi di origine ebraica e ne trafugò il contenuto.R. Bottini Treves – L. Negri, Novara ebraica. La presenza ebraica nel Novarese dal Quattrocento all'Età contemporanea, Novara 2005. Dalle ultime ricerche condotte, a Novara risulta arrestata e poi tradotta in carcere anche Reneé Marie Henriette Citroen. L'avviamento al carcere porta oggi a espungere l'episodio di Novara, per le modalità con cui fu condotto, dal resto della strage.