La corsa per Trieste fu l'avanzata verso la città giuliana compiuta in maniera concorrenziale nella primavera del 1945 da parte della quarta armata jugoslava e dell'ottava armata britannica. La definizione è stata coniata da Geoffrey Cox, all'epoca dei fatti ufficiale di intelligence della seconda divisione neozelandese incaricata di prendere possesso di Trieste.

Nel 1947 Cox pubblicò il libro The Road to Trieste e nel 1977 ne stampò una seconda edizione rivista, dal titolo The Race to Trieste che venne tradotta anche in italiano, ottenendo grande successoGeoffrey Cox, The Road to Trieste, William Heinemann London, 1947; Id, The Race for Trieste (1977, W. Kimber, London) ISBN 0-7183-0375-X; traduzione italiana, La corsa per Trieste, LEG, Gorizia 1985 ISBN 88-86928-87-4. Dal quel momento il termine è divenuto di uso corrente.

Le forze in gioco

Gli jugoslavi

La quarta armata jugoslava venne costituita il 1º marzo 1945 in Croazia e posta al comando del generale Petar Drapšin. Era forte di nove divisioni distribuite su due corpi d'armata, cui si sarebbero aggiunti nella fase finale dell'offensiva anche il 7º ed il 9º corpo partigiano sloveno, operanti nelle retrovie tedesche in Slovenia e CroaziaPer una ricostruzione dettagliata dell'offensiva, oltre al libro di Cox cit. alla nota precedente, vedi Gaetano La Perna, Pola, Istria, Fiume 1943-1945. La lenta agonia di un lembo d'Italia, Mursia, Milano 1993; Stanko Petelin, La liberazione del Litorale Sloveno, Pretori, Gorizia 1999. Il suo obiettivo era quello di raggiungere il fiume Isonzo, considerato il limite occidentale del "territorio etnico" sloveno e croato ma situato decisamente più ad occidente del confine italo-jugoslavo prebellico.

I territori collocati fra il vecchio confine e l'Isonzo costituivano la regione italiana della Venezia Giulia, a popolamento misto italiano e slavo, ed erano rivendicati dalla Jugoslavia. Scopo esplicito dell'operazione era quello di realizzare il "fatto compiuto" dell'occupazione militare, nella convinzione che il controllo della regione contesa avrebbe reso più facile la sua assegnazione alla Jugoslavia in sede di conferenza della pace.

Le basi di partenza dell'offensiva si trovavano a circa 200 chilometri a sud-est di Trieste, nella Dalmazia settentrionale e nella Lika, e il piano prevedeva una rapida avanzata per la via più breve, risalendo la costa lungo la direttrice Karlobag, Senj, Crikvenica, Sussak, Fiume. Una volta sfondate le difese tedesche attorno al capoluogo quarnerino, le unità jugoslave avrebbero potute balzare direttamente su Trieste attraversando il collo di bottiglia che sta alla base della penisola istriana.

Contemporaneamente, i partigiani del 9º corpo avrebbero dovuto emergere dalla selva di Ternova, da dove li avevano respinti i reparti della X MAS, prendere alle spalle le truppe germaniche, raggiungere l'Isonzo e collaborare alla conquista di Trieste. Il piano presentava alcune criticità, perché l'avanzata lungo la costa avrebbe costantemente esposto il fianco destro dell'armata ad eventuali contrattacchi tedeschi provenienti dal retroterra. Inoltre, tra la fine di marzo ed i primi di aprile il 9º corpo partigiano sloveno scampò a stento alla distruzione nel corso di un'offensiva tedesca nella sella di Ternova e la sua forza d'urto ne uscì considerevolmente ridotta. Tuttavia, la priorità politica attribuita alla marcia su Trieste imponeva di correre qualche rischio.

Gli anglo-americani

L'ottava armata britannica, formatasi ancora nel 1941 in Africa settentrionale, aveva il compito di distruggere le forze armate tedesche nell'Italia del nord, assieme alla quinta armata americana. Mentre gli americani, una volta superata la linea gotica avrebbero dovuto puntare a nord ovest, verso Genova, Milano e Torino, i britannici si sarebbero dovuti volgere ad est, in direzione di Venezia e Trieste. L'occupazione della Venezia Giulia però, per gli inglesi non era una priorità ma un problema.

Era noto infatti che gli jugoslavi miravano ad assumere il controllo della regione e ciò avrebbe potuto provocare un conflitto con i partigiani italiani. Si trattava di uno scenario che ai diplomatici ed ai comandi militari britannici ricordava pericolosamente quello della Grecia, dove nel dicembre 1944 le truppe inglesi si erano trovate all'improvviso coinvolte in una guerra civile fra partigiani comunisti ed anticomunisti. Per evitare l'eventuale crisi, i britannici cercarono di concordare preventivamente con gli jugoslavi la divisione della Venezia Giulia in due distinte zone di occupazione, ma si scontrarono ripetutamente con il diniego di TitoAnton Giulio De Robertis, Le grandi potenze e il confine giuliano. 1941-1947, Fratelli Laterza, Bari 1983; Giampaolo Valdevit, La questione di Trieste 1941-1954. Politica internazionale e contesto locale, Franco Angeli, Milano, 1986. L'ultimo tentativo in tal senso era stato compiuto il 21 febbraio a Belgrado. Pertanto, un'avanzata britannica oltre l'Isonzo avrebbe potuto creare seri contrasti fra i due alleati.

A rendere più difficile la posizione inglese contribuiva non poco l'atteggiamento americano. Il governo di Washington infatti non condivideva la preferenza inglese per una divisione concordata con gli jugoslavi della Venezia Giulia in due zone di occupazione, perché riteneva che ciò avrebbe avvantaggiato indebitamente il governo di Belgrado nella prospettiva della conferenza della pace. Contemporaneamente però, mentre spingeva i britannici ad una maggior fermezza nei confronti delle richieste jugoslave, il presidente Harry Truman ed i comandi militari americani escludevano nella maniera più assoluta la possibilità di impiegare le truppe degli Stati Uniti in quelli che venivano definiti "pasticci balcanici".

Tale atteggiamento preoccupò seriamente la diplomazia britannica, che non riuscì però in alcun modo a risolvere la questioneHarold Macmillan, al tempo rappresentante britannico presso il comando supremo del Mediterraneo, ha scritto al riguardo nel suo diario: "Gli americani hanno iniziato ad assumere un comportamento quanto mai irritante. Secondo loro dobbiamo occupare e governare tutta la Venezia Giulia. Il che è del tutto fuori della realtà. […] Il bello è che il dipartimento americano della Guerra non consente che usiamo soldati americani e il presidente dà indizi di cominciare a spaventarsi. Se non stiamo molto attenti, ci sarà un altro “caso Grecia” e, come al solito, dovremo essere noi a cavare le castagne dal fuoco". Harold Macmillan, Diari di guerra, Il Mulino, Bologna 1987, p. 1021.. Pertanto, il comando supremo del Mediterraneo, retto dal generale britannico Harold Alexander, fu costretto a pianificare l'avanzata finale verso il confine orientale italiano senza un'adeguata copertura politica.

Gli italiani Gli italiani da parte loro risultarono completamente tagliati fuori dalle operazioni per la liberazione di Trieste. Né la Repubblica sociale italiana né il Regno del sud erano infatti in grado di influenzare le decisioni rispettivamente dei tedeschi e degli angloamericani e nemmeno disponevano sul posto di reparti sotto il proprio comando. Nemmeno le forze partigiane italiane operanti nell'Italia nord orientale poterono venir impiegate nella battaglia per Trieste.

I pochi reparti della RSI di stanza nella Venezia Giulia si trovavano sotto diretto comando tedesco e dislocati prevalentemente nella valle dell'Isonzo ed a Fiume. Quelli combattenti nella città quarnerina condivisero la sorte del resto del 97º corpo germanico, mentre i bersaglieri del battaglione Mussolini e gli alpini del reggimento Tagliamento, entrambi operanti nell'Isontino, finirono quasi tutti catturati dai partigiani sloveni del 9º corpo d'armataTeodoro Francesconi, Battaglione bersaglieri volontari "Benito Mussolini": combattere per l'onore d'Italia, 1943-1945, Marvia, 2004; Gianni Barral, Borovnica '45. Al confine orientale dell'Italia. Memorie di un ufficiale italiano, Paoline, Milano 2007.. Il comando della divisione Decima Mas, unità che già aveva operato nella Venezia Giulia agli inizi del 1945 ma era stata costretta dai tedeschi ad abbandonarla su ordine del Governo della RSI, avrebbe voluto rientrare in zona, ma non ci riuscì e le sue unità si trovavano in Veneto al momento della cessazione delle ostilitàPer una panoramica generale delle forze sotto comando tedesco operanti nella Zona di operazioni Litorale Adriatico vedi Stefano Di Giusto, Operationszone Adriatisches Kűnstenland. Udine Gorizia Pola Fiume e Lubiana durante l'occupazione tedesca 1943 – 1945, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, Udine 2005. In particolare sulla Decima Mas vedi Sole De Felice, La Decima M.A.S. e la Venezia Giulia, Settimo Sigillo, Roma 2000..

Lo stato maggiore dell'esercito italiano operante a fianco degli anglo-americani avrebbe voluto operare uno sbarco sulla costa istriana per precedere le truppe jugoslave, ma i comandi alleati si opposero. Contemporaneamente, su iniziativa del ministro della marina ammiraglio Raffaele De Courten e con l'assenso del presidente del consiglio Ivanoe Bonomi, ma senza informare né il resto del governo né lo stato maggiore, alcuni contatti segreti vennero avviati con alcuni comandi militari della RSI ed in particolare con l'ammiraglio Sparzani, sottosegretario alla marina del governo di Salò e con il comandante della Decima Mas, Valerio Borghese, al fine di concordare una linea di azione. Anche tale iniziativa non diede però alcun risultatoSu tutta la vicenda vedi dettagliatamente Raoul Pupo, L'Italia e la presa del potere nella Venezia Giulia, in Giampaolo Valdevit (a cura di), La crisi di Trieste. Maggio-giugno 1945. Una revisione storiografica, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste 1995..

Quanto alle forze partigiane italiane operanti tra Friuli orientale e Venezia Giulia, le unità garibaldine che nell'autunno del 1944 erano passate alle dipendenze del 9º corpo d'armata partigiano sloveno (divisione Natisone, brigate Trieste e Fratelli Fontanot), vennero tenute lontano dal fronte triestinoAl riguardo, nelle sue memorie il leader sloveno comunista sloveno Branko Babič ha scritto: "Eravamo ben consapevoli che avremmo potuto affermare i nostri diritti nella misura in cui saremmo stati qui presenti con la lotta e con la forza delle armi. In questa situazione fu accolta la decisione di trasferire all'interno le unità italiane e di allontanarle in quei giorni da questo territorio". Cit. in Branko Babič, Primorska ni klonila. Spomini na voina leta, Lipa, Koper 1982, p. 381. Vedi anche il verbale della riunione del Comitato centrale del partito comunista sloveno del 7 marzo 1945, cit. in Nevenka Troha, La liberazione di Trieste e la questione del confine orientale (settembre 1944 – maggio 1945), in “Qualestoria”, 2006, n.1, p. 63.: la brigata Trieste combatté nella valle dell'Isonzo e poté entrare a Trieste solo a cose fatte il 6 maggio, mentre la Natisone e la Fontanot vennero mandate a battersi per la liberazione di Lubiana ed a Trieste poterono fare il loro ingresso appena il 30 maggioSulle vicende della brigata Fratelli Fontanot vedi Giorgio Iaksetich (a cura di), La brigata fratelli Fontanot. Partigiani italiani in Slovenia, La pietra, Milano 1992; Lino Felician, Un anno all'inferno. Appunti di un combattente della brigata Fontanot, 25 luglio 1944-6 giugno 1945, Trieste 2002.. Le formazioni non comuniste, come le brigate Osoppo, valutarono la possibilità di spingersi dal Friuli verso Trieste in modo da precedere le truppe jugoslave, ma la scartarono perché ciò avrebbe comportato un conflitto con un esercito alleato. Anche le missioni alleate operanti nell'area ebbero ordine di scoraggiare qualsiasi iniziativa che potesse innescare uno scontro fra partigiani italiani e sloveni. Ciò che gli osovani poterono quindi fare, fu tenere sgombra al momento del collasso finale tedesco la statale 14 che da Venezia conduce a Trieste.