Dorje Shugden ( in tibetano, ossia «Possessore della Forza del Vajra»), o Dolgyal, è un'entità spirituale del Buddismo tibetano, al centro di determinate pratiche tantriche della scuola Gelug e Sakyapa.

Descrizione Dorje Shugden è al centro di un dibattito teologico che da una parte vede chi lo ritiene una divinità tutelare e dall'altra chi lo riconosce come un demone dai temibili poteri mondani. In particolare, chi lo ritiene divino lo indica come Dharmapala, un «Protettore del Dharma», un'emanazione di Mañjuśrī, Buddha della saggezza il cui scopo è di rimuovere tutti gli ostacoli sia interiori che esteriori che impediscono ai praticanti di raggiungere l'Illuminazione, guidandoli attraverso il sentiero più veloce proteggendoli e benedicendoli, rafforzando la loro saggezza ed esaudendo i loro più virtuosi desideri.

Gli è attribuito un mantra, Om dharmapala maha radza bendza begawana rudra pantsa kula sarwa shatrum maraya hum phat, recitato nella meditazione secondo l'usanza del Buddismo tantrico: Om dharmapala maha radza, si traduce in «Protettore del Dharma, Gran Re»; Bendza begawana rudra significa «Possessore della Forza del Vajra»; Pantsa kula sarwa shatrum maraya hum phat vuol dire «Possa tu concedermi le migliori realizzazioni»;

Ad esso si affianca un secondo mantra breve, Om vajra wiki witrana swah.

La genesi del culto Il V Dalai Lama, esponente della scuola buddista dei Gelug, fu il primo a raccogliere tra le proprie mani il potere politico e religioso, e la sua scuola di appartenenza si diffuse in tutto il Tibet appena unificato. Tuttavia, per esercitare appieno la nuova autorità teocratica mantenne un atteggiamento flessibile che lo portò a coltivare un interesse anche per la scuola Nyingmapa, suscitando le ire dei più intransigenti monaci della scuola a cui apparteneva, che consideravano Padmasambhava un eretico in quanto praticava tecniche tantriche che includevano piaceri quali il bere bevande alcoliche e i rapporti sessuali, sostenendo che con la dovuta esperienza meditativa sapessero far giungere velocemente all'Illuminazione. Ai loro occhi, l'unione della dottrina della vacuità propria dei Gelug con quella Nyingmapa sulla consapevolezza avrebbe favorito un ritorno a insegnamenti di sfondo induista, minando il fondamento stesso del Buddismo tibetano. Nel 1655, nel pieno di un animato conflitto sociale che stava mutando radicalmente il Regno delle montagne, Tulku Dragpa Gyaltsen, un autorevole lama reincarnato dei Gelug che insieme al V Dalai Lama era khenpo coreggente del Monastero di Drepung, fu trovato morto in circostanze mai chiarite entro le mura della stessa università monastica. Poiché molti lo ritenevano la vera reincarnazione del IV Dalai Lama e proprio di recente era stato degradato nella gerarchia dei tulku dai funzionari di Lhasa, molti sospettarono che fosse vittima di un assassinio politico orchestrato dai fedeli del V Dalai Lama, e da allora i Berretti Gialli più conservatori, gli stessi che scoraggiavano le aperture verso i Nyingmapa, ritennero che il suo spirito fosse rinato come Dorje Shugden, divinità tantrica decisa a preservare l'ortodossia della dottrina dei Berretti Gialli e maledire e perseguitare fino alla morte chiunque incoraggiasse il minimo connubio con altri sistemi scolastici.

Gli sviluppi Nei successivi due secoli alla venuta del Grande Quinto, durante i quali il Tibet divenne un Paese a sistema lamaista, la scuola gelugpa consolidò la propria supremazia, divenendo il sistema largamente favorito dagli aristocratici, mentre le altre scuole si fecero preminenti nelle zone meno centrali. Il culto di Dorje Shugden si diffuse di pari passo, raggiungendo anche Pechino, come dimostrò un dono di una thangka raffigurante lo spirito da parte dell'imperatore cinese Qianlong, che forse ignorava chi fosse il soggetto ritratto o le sue implicazioni, a un lama tibetano non seguace del culto e aperto a tutte le scuole.

Nel frattempo i Dalai Lama si erano distanziati molto dall'ortodossia dei più rigidi esponenti della propria scuola, e dal 1757, anno della morte del VII Dalai Lama il loro lignaggio si indebolì notevolmente, in quanto ogni reincarnazione a partire dall'ottava alla dodicesima venne opportunamente manipolata dai Reggenti e dai ministri fedeli all'Impero cinese per poi morire in giovane età in circostanze sospette, forse per mano dello stesso governo di Lhasa tramite avvelenamento. Alla morte del X Dalai Lama nel 1837, l'ambasciatore cinese andò al Trode Khangsar, il principale tempio di Dorje Shugden, per chiederne un parere, ed ebbe risposte esatte. L'imperatore permise conseguentemente l'elevazione di Dorje Shugden allo stato di «Protettore dei Berretti Gialli».

Nel 1895, però, il XIII Dalai Lama, assunse il potere sia politico che religioso, e si impegnò nella restaurazione dell'autorità teocratica che gli spettava incominciando a praticare il sistema Gelug accanto a quello Nyingmapa. L'opposizione all'apertura dottrinaria del nuovo Oceano di Saggezza si concentrò intorno a Pabongka Rinpoche, autorevole ghesce Gelug ancora oggi ritenuto tra i più dotti del suo tempo, che grazie alla sua fama diede grande visibilità e nuova linfa al culto di Dorje Shugden come garanzia dell'ortodossia fino a che il Grande Tredicesimo, nella sua forte severità, gli ordinò di fermarsi. Pabongka Rinpoche gli obbedì, ma solo pubblicamente. In privato, invece, impartì moltissime iniziazioni a fidati discepoli a cui tramandò la pratica. Tra i suoi migliori allievi vi fu il giovane XVII Trijang Rinpoche, discendente di uno zio materno del VII Dalai Lama. Costui in seguito divenne a sua volta uno dei più apprezzati lama del suo tempo e maestro di numerosi insegnanti importanti come Song Rinpoce, ghesce Rabten, lama Yeshe, lama Gangchen e ghesce Kelsang Gyatso. Il culto di Dorje Shugden si diffuse così ovunque e a tutti i livelli dell'aristocrazia e del clero. Il Tredicesimo Dalai Lama si ritrovò circondato da funzionari e monaci intransigenti che di fatto frenavano ogni suo sforzo di apertura del Tibet verso l'esterno e di modernizzazione nel timore che il Dharma venisse inutilmente inquinato. Nel 1933 l'Oceano di Saggezza morì lasciando un'inquietante profezia che parlava di molte atroci sofferenze a danno dell'intero Tibet.

Autorevoli lama legati a Dorje Shugden assunsero la guida del Potala: il V Reting Rinpoce divenne Reggente, e il III Taktra Rinpoce si sarebbe occupato dell'educazione del futuro Dalai Lama, che fu identificato nel 1937 in Lamo Dondrub, un bambino di appena due anni che a partire dal 1941 divenne discepolo di Trijang Rinpoche dopo un periodo sotto la tutela di Taktra Rinpoce, succeduto a Reting alla Reggenza. Contemporaneamente, il giovane X Panchen Lama, la seconda autorità religiosa dopo il Dalai Lama, sulle orme della sua precedente incarnazione riceveva l'iniziazione di Dorje Shugden.

Il XIV Dalai Lama A partire dal 1950, per ordine del Presidente Mao, l'esercito cinese conquistò il Tibet, che venne annesso allo Stato cinese, e il XIV Dalai Lama, che all'epoca aveva appena quindici anni, fu immediatamente incoronato sovrano per rispondere alla crisi, e per tutelarsi dalle ritorsioni cinesi si trasferì con i più alti dignitari al Monastero di Dunkhar, lungo il confine con l'India. Ivi, ben protetto e isolato, studiò con pazienza la migliore risposta all'invasione straniera fino al giorno in cui gli fu presentato da Trijang Rinpoche un anziano monaco residente noto per essere il medium dell'oracolo di Dorje Shugden. Durante la sua trance, l'oracolo diede risposte molto precise, tanto da suscitare l'attenzione del giovane Dalai Lama, interessato a Dorje Shugden su incoraggiamento di Trijang. Da quel momento, ignorante delle origini storiche del culto e della netta posizione assunta dai predecessori, si accostò definitivamente al culto, ricevette l'iniziazione e fece inserire Dorje Shugden tra le divinità ufficialmente venerate. Fu così che in gran parte del Tibet apparvero statue e thangka dello spirito dalla forma terrifica, armato di spada su sfondo fatto di fuoco o oceani di sangue, e si tennero ripetute e sfarzose cerimonie atte a richiederne servigi immediati, potere e ricchezza. Il suo oracolo divenne il secondo dopo Nechung.

Successivamente, nel 1959, la dominazione cinese si inasprì in tutto il Tibet, tanto che il XIV Dalai Lama dovette lasciare il Paese e stabilirsi a Dharamsala, in India, con un governo in esilio allo scopo di preservare l'eredità culturale dei tibetani da una politica di cambiamento in favore del modello cinese. Anche se non vi fu mai piena certezza, qualcuno sostenne che fu proprio l'Oracolo di Dorje Shugden a consigliare il sentiero di fuga al giovane sovrano poco prima che avvenisse l'attacco militare al Norbulingka di Lhasa, dato che per lungo tempo il potente Nechung aveva perduto il tradizionale potere. Negli anni seguenti, le autorità cinesi aumentarono la propria autorità sul Tibet, tanto che nel successivo 1º settembre 1965 lo convertirono nella Regione Autonoma del Tibet, avamposto ricco di laogai in cui presto acquisirono un notevole controllo sui monasteri e gli affari religiosi. In esilio, il XIV Dalai Lama rimase per molti anni assai devoto al culto di Dorje Shugden, mentre i suoi tutori e dignitari erano fortemente divisi soprattutto sulla natura di questo spirito, che al di là delle discussioni dogmatiche pareva sempre più in contrasto con le divinità tradizionali del Tibet. Oltre a Trijang Rinpoce, a sua volta sfuggito in India poco dopo aver composto il Gyal-lu, l'inno nazionale del Tibet, molti dignitari conservatori Gelug erano convinti che la degenerazione spirituale dovuta alle aperture dei vari Dalai Lama a tutte le altre scuole del Buddismo tibetano e al mondo esterno avessero aggravato i già seri problemi del Tibet, e che Dorje Shugden fosse il solo rimedio.

Durante gli anni settanta, però, il XIV Dalai Lama ebbe frequenti sogni infausti su questo spirito, presto supportati concretamente da presagi inquietanti, premonizioni e profezie che preannunciavano gravi sciagure. Dopo una serie di importanti discussioni e riflessioni con i più elevati lama e ghesce a disposizione, avallate dal responso di Nechung, nel 1975 il XIV Dalai Lama mise definitivamente al bando la pratica di Dorje Shugden, proclamandola fondamentalista e al centro di una forte connotazione confessionale, causa prima di un intenso clima di disturbi settari in varie parti del Tibet e nella comunità tibetana in esilio. In tono con il parere dell'Oracolo di Stato, da quel momento in poi Dorje Shugden fu considerato un demone dal terribile potere. Dopo serie indagini storiche e storiografiche, aggiunse poi di aver sbagliato a non seguire l'esempio dei suoi predecessori, e che la devozione a tale demone aveva portato a conseguenze profondamente infauste al Tibet e a tutti i tibetani.

Contro il proclama di Dharamsala si levò prontamente la replica della Cina, secondo cui tale proibizione rappresentava una grave violazione dei diritti umani riconosciuta in patria, e che recava danno ai lama e ghesce tradizionalmente legati al culto. Seguì una forte controversia, animata da Zemey Rinpoche, discepolo di Trijang Rinpoche, che pubblicò il «Libro giallo», un resoconto di svariate disgrazie accadute a monaci e laici Gelug che irritarono Dorje Shugden mescolando insegnamenti Gelug con le tradizioni Nyingmapa o di altra natura. Il XIV Dalai Lama condannò la pubblicazione e ribadì la sua politica di diniego, sostenendo che la pratica di Dorje Shugden avrebbe presto comportato la degenerazione del Buddismo tibetano fino a renderla un semplice culto di uno spirito, negando la possibilità di indagine filosofica e analisi critica da sempre contemplate in Tibet, oltre che la possibilità di instaurare una coesione di tutte le scuole buddiste nate in Tibet. Dato il legame riconosciuto tra il culto di Dorje Shugden e il settarismo, vi era altresì il rischio che la Cina se ne servisse per dividere i tibetani.