Folletto è il nome con cui la lingua italiana designa genericamente una vasta categoria di esseri soprannaturali minori del folclore europeo: creature di piccola statura, notturne, dispettose e mutevoli, legate alla casa, alla stalla e alla campagna, capaci di rendere servizi agli uomini quanto di perseguitarli.
Il termine non individua una figura unitaria, ma copre un insieme eterogeneo di esseri designati nelle varie regioni con nomi diversi — dal salvanèl veneto e trentino al mazapégul romagnolo, dal linchetto lucchese al munaciello napoletano, dal monachicchio lucano al farfareddu siciliano — e in parte sovrapponibili al lutin, al korrigan, al browie, al nisser, al nano, all'elfo, allo gnomo e al coboldo delle altre tradizioni europee. La confusione terminologica è antica: già Charles Godfrey Leland, raccogliendo materiali nell'Italia centrale alla fine del XIX secolo, osservava che «folletto» funzionava come etichetta generica per quasi ogni spirito non cristiano, comprendendo fate, spettri e ninfe.
La storiografia demologica riconduce la figura ai geni domestici del mondo antico — i Lari e i Penati romani — sopravvissuti alla cristianizzazione in forma clandestina e degradata, e la collega inoltre alle credenze relative ai morti e al mondo sotterraneo.
Il termine
Etimologia
Folletto è propriamente il diminutivo di folle, e allude all'incostanza e all'imprevedibilità attribuite alla creatura. La stessa motivazione è alla base del francese follet e del provenzale fadet: dal Medioevo il lutin francese è chiamato anche follet, cioè «piccolo folle», per i suoi sbalzi d'umore, e figure analoghe della Vallonia portano nomi costruiti sulla nozione di «sciocco».
Il termine è attestato in italiano fin dal Trecento: Dante chiama «folletto» l'anima di Gianni Schicchi che corre azzannando le altre nella decima bolgia, e Pulci parla di «spiriti folletti» come di una specie a sé. Da folletto derivano anche il toscano farfarello e, per estensione, l'uso aggettivale nell'espressione «spirito folletto».
Estensione semantica Lecouteux ha rilevato che l'assenza di una definizione condivisa del campo semantico dei folletti è all'origine di numerosi equivoci nella comprensione delle tradizioni che li riguardano: sotto la stessa etichetta vengono raccolti esseri di provenienza e funzione molto diverse. La sovrapposizione è documentabile già nelle glosse latine altomedievali, dove il termine germanico scrat assimila creature che altri testi associano al fauno, a Silvano e al satiro; a partire dal X secolo la distinzione fra folletti, nani, elfi e gnomi si attenua progressivamente fino a renderli sinonimi. Nella stessa epoca i termini germanici per «nano» — l'antico alto tedesco zwerc, il norreno dvergr, l'antico inglese dweorg — funzionano da parole contenitore, sotto le quali confluiscono indistintamente elfi, incubi, fauni, satiri, orchi, goblin e brownie; a questa confusione Lecouteux riconduce buona parte dei comportamenti contraddittori attribuiti al nano e al folletto nella documentazione successiva.
Una tendenza classificatoria ricorrente riserva il nome di «nano» o «gnomo» alle creature legate alle profondità della terra e alle sue ricchezze, e quello di «folletto» a quelle che abitano la casa o le sue vicinanze. La ripartizione resta però convenzionale, e non trova riscontro sistematico nella documentazione folclorica.
Origini e formazione della figura
I geni domestici antichi Le religioni antiche del bacino mediterraneo e dell'Europa celtica conoscevano, accanto alle grandi divinità, un fitto strato di potenze minori incaricate di regolare i rapporti fra l'uomo, la sua casa e le forze della natura: i Lari e i Penati, il genio, i genii catabuli o «geni della stalla», Silvano e i suoi silvani, i fauni e i satiri. Nella casa romana era d'uso rivolgersi al Lare, «dio della casa», in ogni circostanza della vita quotidiana.
La riconduzione del folletto a questo strato di culti è tradizionale nella demologia italiana: già la voce dell'Enciclopedia Italiana curata da Raffaele Corso registrava che «gli studiosi moderni considerano questo genio della casa un ricordo degli antichi Lari». Nella stessa direzione andava, con metodo assai meno controllato, la lettura di Leland, che vedeva nei folletti dell'Appennino tosco-romagnolo i discendenti diretti di fauni e silvani.
Cristianizzazione L'evangelizzazione delle campagne provocò un rovesciamento del pantheon: proibito il culto delle grandi divinità pagane, gli «dèi minori» del focolare — troppo vicini alle preoccupazioni quotidiane dei contadini per essere cancellati — sopravvissero in forma clandestina, mutando nome e statuto e scendendo al rango di creature ambigue, né divine né diaboliche.
Il compromesso trova espressione in un motivo eziologico diffuso in tutta l'Europa: i folletti sarebbero angeli caduti dal paradiso e non accolti nell'inferno, condannati a vagare incerti sul proprio destino. Il motivo è registrato per l'area alpina da Maria Savi-Lopez e, quasi negli stessi termini, per l'Irlanda da William Butler Yeats, che riporta la definizione contadina delle fate come «angeli caduti, non abbastanza buoni per essere salvati né abbastanza cattivi per essere dannati», accanto a quella, di ascendenza colta, che le identifica con gli dèi dell'Irlanda pagana, i Túatha Dé Danann.
Sul versante britannico, Ronald Hutton ha mostrato che la «tradizione fatata» quale è nota alla prima età moderna non è un residuo intatto di credenze precristiane, ma il prodotto di una elaborazione che intreccia folclore, letteratura e demonologia dotta: un'avvertenza di metodo che vale anche per il folletto continentale. Morti, doppio e mondo sotterraneo
Claude Lecouteux ha sostenuto in una lunga serie di lavori che parte dei caratteri dei folletti e dei nani deriva da credenze relative alla morte, ai revenants e al doppio: ciò spiegherebbe il loro mutismo, l'insofferenza a essere guardati e la localizzazione sotterranea delle loro dimore. Il regno dei folletti coinciderebbe, in questa lettura, con quello dei morti.
Un indizio in tal senso è una credenza del Finistère, secondo la quale alcuni folletti sono antichi garzoni di fattoria che, avendo trascurato i cavalli loro affidati, sono condannati ad accudirli dopo la morte: il folletto vi appare come un «genio domestico che tenta di ottenere la salvezza con il lavoro».
Un secondo indizio, di natura onomastica, viene dai cataloghi di nomi di nani conservati dalla tradizione norrena. Accanto a nomi che ne descrivono l'aspetto o l'indole, Lecouteux vi individua una serie che rimanda in modo inequivocabile alla morte: nomi che valgono «morto», «cadavere», «intorpidito», «decomposto», «colui che entra nel tumulo», «pronto per la partenza» e «antenato». Egli propone di distinguere due esiti post mortem: i defunti che hanno avuto una morte prematura, violenta o comunque anomala diventerebbero nani e revenants, mentre i morti «buoni» diventerebbero elfi. La medesima equivalenza fra elfi e defunti è stata rilevata dai primi editori del Corpus Poeticum Boreale, a proposito del culto degli antenati nella saga Separata di Sant'Olaf.
La medesima associazione fra piccolo popolo e mondo dei morti è centrale nella tradizione irlandese, dove gli aos sí abitano i síde, cioè i tumuli preistorici, e sono designati per antonomasia e per scaramanzia come «il buon popolo» (daoine maithe). Anche Savi-Lopez registrava per l'area alpina l'uso di chiamare tali esseri «il buon popolo, gli amici», motivandolo con la convinzione che essi ascoltino quando si parla di loro.
Descrizione Aspetto Nell'immaginario italiano contemporaneo il folletto è descritto come piccolo, coperta da un berrettino rosso o nero, e vestito di un saio scarlatto; alcune tradizioni gli attribuiscono invece tratti mostruosi, come il piede biforcuto o speronato.
Nella documentazione medievale la statura non è fissata. La prima descrizione dettagliata è quella di Gervasio di Tilbury, che verso il 1210 negli Otia imperialia presenta i portuni come vecchietti dal volto rugoso, vestiti di stracci cuciti insieme e alti mezzo pollice. Se i racconti medievali non precisano che siano barbuti, le testimonianze ottocentesche — valloni in particolare — insistono su questo tratto.
Gli abiti hanno un rilievo particolare: numerosi racconti riferiscono che il folletto veste di stracci e che offrirgli vestiti nuovi ne provoca la scomparsa definitiva. Il motivo, attestato in area tedesca come in Scozia e in Irlanda a proposito dei brownie, è probabilmente antichissimo, poiché ricorre già nel piccolo popolo del ciclo arturiano.
Il berretto rosso è, in area italiana, l'oggetto attorno a cui ruotano le narrazioni di fortuna: chi riesca a strapparlo al folletto potrà costringerlo a rivelare il luogo di un tesoro.
Carattere
L'incostanza è il tratto dominante: il folletto può rendere molteplici servizi un giorno e commettere le peggiori sciocchezze l'indomani. Ne consegue una spiccata asocialità, nota fin dal Medioevo: Maria di Francia racconta di un folet catturato da un contadino, disposto a concedergli qualunque cosa purché non lo mostri alla gente.
La situazione peggiore, nei racconti, è quella in cui un uomo rivolga la parola al folletto pretendendo una risposta: la reticenza è tale che in Ardenne il nome della creatura è divenuto sinonimo di «misantropo» e «taciturno». Il folletto è inoltre notturno, estremamente suscettibile, e si difende con ferocia da chi lo insulti.
Poteri e metamorfosi A tutte le rappresentazioni del folletto sono attribuite capacità magiche: predire il futuro, lanciare sortilegi, rendersi invisibile, spesso mediante un oggetto come un berretto o un mantello. I suoi poteri sono ambivalenti e si esercitano tanto a beneficio delle persone virtuose quanto a danno di chi lo offende; una maledizione ricorrente nel folclore vallone — «spiga dopo spiga ti ho arricchito, spiga dopo spiga ti rovinerò» — è stata letta come espressione del legame fra il piccolo popolo e la fertilità della terra.
La capacità di mutare forma e statura è fra le più caratteristiche, e si ritrova nei nani delle tradizioni popolari in stretta relazione con la credenza medievale nel doppio. Le metamorfosi animali privilegiano il cavallo e la rana, poi il gatto e il serpente: quest'ultimo condivide con il folletto la fama di amare il latte, e forme di venerazione dei geni della casa sotto spoglie di serpente sono documentate in Europa da epoche assai remote.
Il folletto domestico
Secondo la credenza più diffusa il folletto del focolare vive in origine nella natura — in dimore sotterranee sotto le colline, nei boschi o fra le radici dei grandi alberi — e sceglie poi di stabilirsi in un'abitazione umana, di norma una cascina, per mettersi al servizio dei suoi abitanti, non senza causare disordini e giocare di notte nel camino.
Servizi e ricompense I compiti sono quelli della fattoria: cura del bestiame e in particolare dei cavalli, ai quali il folletto ruba foraggio per darlo ai suoi preferiti, sorveglianza della casa, lavori domestici svolti di notte con efficienza superiore a quella umana. A questa funzione rinvia direttamente il nome del servan alpino, attestato nell'Ottocento.
La ricompensa richiesta è quasi sempre alimentare, e consiste nel latte o in preparazioni a base di latte: l'attaccamento smisurato al latte è, secondo la letteratura folclorica, il tratto che consente di riconoscere con sicurezza il folletto. Nell'area alpina e tirolese i contadini gli riservavano la prima mungitura del mattino, e la dimenticanza del tributo era ritenuta causa di ritorsioni.
Ricorrente è anche il segno lasciato nelle stalle: le criniere dei cavalli ritrovate al mattino intrecciate in nodi inestricabili, che la tradizione italiana e quella francese attribuiscono concordemente all'opera notturna del folletto.
Modi per allontanarlo