Biografia
Infanzia e giovinezza Giovanni Maria Visconti nacque il 7 settembre 1388 ad Abbiategrasso, figlio primogenito di Gian Galeazzo Visconti e di Caterina Visconti, fratello maggiore di Filippo Maria che in seguito gli succedette nel titolo. Il padre Gian Galeazzo visse la nascita del primogenito come una grazia ricevuta dalla Vergine dal momento che tutti i figli maschi nati dalla prima moglie erano morti in giovane età. Decise di battezzarlo Giovanni Maria e fece voto di imporre il nome Maria a tutti i figli maschi che gli fossero nati. Il 28 ottobre fece radunare il consiglio generale che elesse alcuni deputati affinché prestassero giuramento di fedeltà a lui e al figlio Giovanni Maria e che osservassero il testamento da lui scritto..
Il 3 settembre 1402 il duca Gian Galeazzo Visconti morì di peste nel castello di Melegnano. Grazie alla sua abilità politica la signoria era divenuta Ducato e aveva raggiunto la massima espansione. La morte venne tenuta nascosta per alcuni giorni per cui le sontuose e solenni esequie furono celebrate solo il 20 ottobre in una Milano gremita di gente. Durarono per oltre quattordici ore. Il 29 novembre fu radunato il consiglio generale che incaricò quaranta illustri cittadini di effettuare il giuramento di fedeltà a Giovanni Maria Visconti che a sua volta si tenne il 14 dicembre presso la Corte Ducale del Broletto Vecchio. Il nuovo duca aveva appena quattordici anni ma in ottemperanza al testamento ebbe in eredità il governo del Ducato di Milano insieme una serie di città, compresa Bologna nonché la rocca di Angera. Tuttavia per disposizione del defunto padre sarebbe rimasto sotto la tutela della madre sino al compimento dei vent'anni di età. Caterina Visconti sarebbe stata assistita nella reggenza da Francesco Barbavara, primo segretario ducale, e dai tutori del figlio ovvero Pietro da Candia, arcivescovo di Milano, Pietro de' Grassi, vescovo di Cremona e Giovanni da Capodigallo, vescovo di Novara.
Quale prima risoluzione Caterina cercò di pacificare i fronti aperti con lo Stato Pontificio, la Repubblica di Firenze e la Signoria di Padova. Con i primi due non si riuscì ad arrivare ad un accordo mentre grazie all'azione diplomatica di Giovanni da Casate e Francesco della Croce il 7 dicembre si concluse una pace con Francesco II da Carrara. Secondo il Gatari il Ducato di Milano avrebbe ceduto ai Carraresi le città di Cividale, Feltre e Bassano, ripristinato il corso del Brenta e i padovani sarebbero rimasti alleati dell'imperatore Roberto di Germania; secondo il Corio invece non furono cedute le tre città..
La lega anti-viscontea di Bonifacio IX attacca Bologna Bonifacio IX, intenzionato a recuperare le città che gli erano state sottratte da Gian Galeazzo Visconti, si alleò con i fiorentini, Niccolò III d'Este e Carlo I Malatesta poi inviò un esercito sotto la guida del legato e cardinale Baldassarre Cossa ad occupare i castelli dell'Umbria. I milanesi risposero inviando Jacopo Dal Verme in Toscana. Una volta giunto a Bologna, tuttavia, ritenne di dover recarsi a Brescia per timore di disordini e al suo posto fu inviato Ottobuono Terzi con 500 lance che recuperò i castelli attorno a Perugia ed Assisi, per poi prepararsi allo scontro con i pontifici una volta raggiunto dai rinforzi di Pandolfo Malatesta (600 lance)una lancia era un'unità militare costituita da 3-4 soldati ovvero un cavaliere pesante, uno scudiero, un paggio e un saccomanno e da 5 cavalli ovvero due destrieri, due ronzini grandi e due ronzini piccoli. e Giovanni Colonna (300 lance).
Facino Cane approfittò della situazione di instabilità del Ducato per arricchirsi saccheggiando le campagne del tortonese, del pavese, del piacentino e del parmense sino al febbraio del 1403 mentre Alberico da Barbiano abbandonò i milanesi tornando prima a Cuneo poi mettendosi al servizio della lega. Caterina nel frattempo inviò a Roma l'arcivescovo di Milano, il francescano Pietro da Candia, per indurre il pontefice alla pace senza però ottenere risultati. L'esercito della lega giunse alla fine del maggio del 1403 sotto le mura di Bologna, difesa da Facino Cane, vi pose l'assedio ma non riuscì a penetrarne le difese e dovette accontentarsi di scorrerie nel parmigiano su invito dei Rossi che si erano ribellati..
Rivolta a Milano Nel frattempo all'interno del Ducato cominciavano i disordini. Molti consiglieri e governatori coltivavano grandi ambizioni personali, non vedevano di buon occhio la reggenza di Caterina, erano invidiosi della carriera politica del Barbavara, che era diventato l'uomo più influente di quello stato partendo dal nulla oppure desideravano correre ai ripari prevedendo l'imminente disgregazione del Ducato. A Milano si riunì un gruppo di congiurati ghibellini capitanato da Antonio Viscontifiglio di Giovannolo, a sua volta figlio di Vercellino, capostipite dei Visconti di Modrone. e di cui facevano parte Francesco, Giovanni, Galeazzo e Giavazzo Aliprandi, Galeazzo e Antonio Porro, Giovanni Andrea e Paolo da Baggio e Sasso de' Risi con l'intento di eliminare Francesco Barbavara e il fratello Manfredo che avevano simpatie guelfe.
Fecero rientrare in città Francesco Visconti, che era stato bandito da Gian Galeazzo Visconti senza mai più rientrare nelle sue grazie a differenza del fratello Antonio. Questi da una parte cercò di ottenere la riconciliazione con il nuovo duca, dall'altra si mise a sobillare i cittadini del sestiere di Porta Ticinese, in cui risiedeva, fomentando le divisioni tra guelfi e ghibellini. Giovanni da Casate accettò di trattare la riconciliazione di Francesco ma il 29 agosto 1403 fu assassinato da Galeazzo Aliprandi in un vicolo dietro la chiesa di San Giorgio al Palazzo. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la guerra civile tra guelfi e ghibellini milanesi dopo che per molti anni tali divisioni erano state tenute a bada prima dalla severità di Bernabò Visconti poi dall'abilità politica di Gian Galeazzo.
Caterina Visconti decise di uscire dal Castello sfilando in carrozzadopo in ictus che gli causò un'emiparesi non fu più in grado di montare a cavallo per le vie della città accompagnata dal nuovo duca per cercare di sedare i tumulti e nel giro di alcune ore vi riuscì. Il giorno successivo giunse a Milano Antonio Porro che infiammò di nuovo la rivolta. Caterina sfilò nuovamente ottenendo lo stesso risultato del giorno precedente. Il terzo giorno, verso le nove del mattino, il Porro riuscì a radunare una folla di quindicimila persone reclamanti la testa dei fratelli Barbavara davanti al Castello di Porta Giovia in cui si erano rinchiusi il duca, la reggente e il segretario ducale. I Barbavara allora uscirono dal Castello e radunati un centinaio di cavalieri presso la Rocchetta di Porta Vercellina, furono scortati fuori città si rifugiarono a Pavia ma il castellano non volle riceverli. I congiurati non riuscendo a mettere le mani sui Barbavara, iniziarono a uccidere i suoi alleati..
Disordini nel Ducato Tra giugno e luglio i disordini scoppiati a Milano spinsero Ugo Cavalcabò, che era stato appena richiamato da Caterina dall'esilio e riammesso nel consiglio ducale, ad impossessarsi di Cremona, Giorgio Benzone di Crema, Franchino e Ottone Rusca di Como, i de Sacchi di Bellinzona, i lodigiani arsero molti Vistarini ed elessero Giovanni Vignati, le famiglie guelfe di Piacenza cacciarono gli Anguissola, i montanari alla guida di Giovanni Rozzone fecero strage di ghibellini a Brescia, si salvarono solo quelli che riuscirono a rifugiarsi nel castello o che fuggirono dalla città. I Rossi invitarono la flottiglia della lega ad attaccare Casalmaggiore che però fu pesantemente sconfitta dalle navi viscontee e costretto a ritirarsi a Mezzani.
Si verificarono scontri tra guelfi e ghibellini anche ad Alessandria, Bergamo, a Vimercate, nella Martesana e in molti altri centri minori. In luglio Caterina cercò di conciliare le parti facendo entrare nel consiglio ducale i cittadini più insigni di entrambe ma nulla poté in quanto la città era ormai controllata da Francesco Visconti, dai Porro e dall'arcivescovo di Milano che la tenevano in scacco. Il consiglio ducale decise di inviare Jacopo Dal Verme per sedare le rivolte. Egli riuscì a riportare (talvolta solo nominalmente) sotto il governo ducale la Martesana e le città di Brescia, Lodi e Cremona oltre stabilire una tregua a Como dopo avervi inviato un esercito di 600 cavalieri e 1.000 fanti. I ghibellini riuscirono a catturare Soncino e Castelleone. Filippo Maria Visconti si ritirò da Milano a Pavia e grazie ai suoi consiglieri riuscì a pacificare la città mentre Ottobuono de' Terzi riuscì a cacciare i Rossi da Parma. Finalmente il 25 agosto 1403 il consiglio ducale, grazie all'intermediazione di Francesco I Gonzaga e Carlo I Malatesta, raggiunse una pace con la lega a Caledio, in virtù della quale il Ducato di Milano cedeva allo Stato Pontificio le città di Bologna, Perugia e Assisi insieme al loro contado..
Facino Cane, ritiratosi da Bologna il 2 settembre, il 21 del mese riuscì a togliere Alessandria al Boucicaut, governatore di Genova, che l'aveva occupata (ad eccezione della cittadella) su invito dei guelfi della città. Fece poi tagliare una mano a tutti i francesi catturati in quanto precedentemente avevano promesso di non imbracciare mai più le armi contro il duca di Milano. Il 10 o 11 settembre Jacopo Dal Verme e Ottobuono de' Terzi cacciarono da Brescia Francesco II da Carrara che, violando la pace con i milanesi, l'aveva occupata su invito dei guelfi locali. In ottobre i fiorentini inviarono Alberico da Barbiano on 400 lance ad impossessarsi di Cremona mentre Pandolfo Malatesta per conto dei milanesi riuscì a cacciare i Rusca facendo però strage dei cittadini. Gabriele Maria Visconti riuscì a tenere per qualche tempo Pisa mentre nel marzo del 1404 i senesi cacciarono Giorgio dal Carretto restaurando la Repubblica.
Nel gennaio del 1404 Caterina riuscì a rifugiarsi al Castello di Porta Giovia, ne rafforzò la guarnigione insieme a quella della Rocchetta di Porta Vercellina poi fece catturare quasi tutti i capi della congiura e li decapitò esponendone i corpi sotto la Loggia degli Osii, con l'eccezione di Antonio Visconti che grazie alla supplica di Anglesia Visconti fu solamente incarcerato mentre Francesco Visconti riuscì a fuggire. Il 21 gennaio Francesco Barbavara fu fatto rientrare in città mentre il fratello Manfredo fu imprigionato da Filippo Maria il quale poi riuscì a convincere Giovanni Maria a fare lo stesso con Francesco per la sicurezza dello stato, avendo i due fratelli ottenuto troppo potere nel Ducato. Il 21 marzo, avvertito per tempo, il Barbavara riuscì a rifugiarsi prima ad Arona poi nei suoi feudi in Valsesia. Il 16 marzo ci si illuse di ristabilire la pace tra guelfi e ghibellini milanesi ma Filippo Maria decise di far tornare a Milano Francesco Visconti per cui scoppiarono nuovi tumulti in cui le proprietà di Francesco Barbavara furono saccheggiate insieme al monastero e alla basilica di Sant'Ambrogio il cui abate Giovanni Lampugnani fu fatto a pezzi. I ghibellini riuscirono persino a far atterrare la Rocchetta di Porta Vercellina..
La fine del dominio visconteo in Veneto