Biografia Si sa molto poco di lui: si tratta, come detto, del fratello di Butilino,Agazia, I,6, II,2 e II,4; Paolo Diacono, II,2 (che tuttavia ha notizie assai più imprecise, specie sulla direzione presa dalla colonna degli Alamanni e sul luogo della morte di Leutari, Vd. la nota 10). il quale, alcuni anni prima (nel 539), aveva già capitanato una dura incursione in Italia per conto del re franco Teodeberto; entrambi i fratelli – al servizio dei Franchi – sono tradizionalmente qualificati nelle fonti come duces degli Alamanni.Vd. Agazia, I, 6; ma Agazia (in II,3,6) qualifica Leutari, piuttosto genericamente, come ὁ στρατεγός ("il capo", "il comandante") e (II,2,1), con riferimento a suo fratello, ὁ ἕτερος τῶν ἠγεμόνων ("l'altro dei comandanti"), usando un termine più tecnico, che si potrebbe anche riferire al latino "dux". Vd. anche O. Feger, Zur Geschichte des alemannischen Herzogtums, in W. Müller (herausg.), Zur Geschichte der Alemannen, Darmstadt, 1975, pp. 157 ss.; D. Geuenich, Geschichte der Alemannen, Stuttgart-Berlin-Köln, 1997, pp. 93 ss., 113 e 158.

Nel 553, ambasciatori inviati dai Goti giunsero alla corte di re Teodebaldo (figlio e successore di Teodeberto) chiedendo aiuto contro i Bizantini comandati da Narsete, che avevano sconfitto e ucciso in battaglia gli ultimi re goti Totila e Teia, e sembravano ormai aver vinto la guerra; pur senza l'appoggio esplicito di re Teodebaldo, Butilino e Leutari decisero di aiutare i Goti contro i Bizantini, organizzando una spedizione forte di 75.000 uomini, tra Franchi e Alamanni per invadere l'Italia e conquistarla.Agazia, I, 6-7. Il numero, che ci è fornito da Agazia, appare tuttavia esagerato ed è stato da tempo messo in serio dubbio, definito com'è stato, chiffre manifestement incroyable da uno studioso del livello di SteinE. Stein, Histoire du Bas-Empire. De la disparition de l'Empire d'Occidente à la mort de Justinien (476-565), publ. par J.-R. Palanque, Paris-Bruxelles-Amsterdam 1949, II, p. 606..

Attraversato il fiume Po nell'estate 553,Agazia, I,11. gli invasori presero Parma e sconfissero un contingente romano condotto dall'erulo Fulcari.Agazia, I,14.

Nel corso del 554 Butilino e Leutari, apparentemente senza incontrare una significativa resistenza, avanzarono verso l'Italia meridionale, devastando e saccheggiando i territori che attraversavano; giunti all'altezza di Roma, divisero le loro forze in due colonne, ciascuna guidata da uno dei fratelli.

In estate, Leutari propose a Butilino, che era si era spinto fino allo stretto di Messina, di ritornare verso nord per mettere al sicuro il bottino nella Venetia, allora sotto il controllo dei Franchi, ma Butilino rifiutò, determinato com'era a sconfiggere Narsete e a sottomettere l'Italia intera, con la precisa aspirazione di governarla come re dei Goti.Agazia, II,2.

Leutari decise di ritornare autonomamente verso nord, probabilmente d'accordo con il fratello, come si evince probabilmente da Agazia, II,4,9 che lascia intendere scopertamente l'intenzione di Leutari di ritornare in seguito a dar man forte a Butilino, una volta messo in sicurezza il bottino. La sua colonna, appesantita dalle prede e resa meno efficiente, venne affrontata e sconfitta presso Fano dalla guarnigione romana di stanza a Pesaro, guidata da Artabane e dall'unno Uldach, perdendo l'oro, gli oggetti preziosi saccheggiati nelle chiese e un gran numero di prigionieri.

Spesso le evidenze archeologiche vengono infatti in soccorso della storia: il racconto circostanziato del sistematico saccheggio degli edifici di culto italiani ha trovato un preciso riscontro archeologico nel corso dello scavo (e dello studio) di alcune tombe Alamanniche nella zona dell'attuale Kastell Hüfingen, l'antica Brigobannis della cosiddetta Tavola Peutingeriana, nella regione del Baden-Württemberg, una ventina di chilometri dal confine con la Svizzera, in direzione di Schaffausen.

I rinvenimenti all'interno di due tombe femminili di Hüfingen (le nn. 308 e 557) consentono di focalizzare l'attenzione su due “pietre montate” (dette tecnicamente Cabochon), riutilizzate come ornamenti o amuleti che, per la loro fattura (ma anche per gli evidenti segni di asportazione violenta dalla loro sede originaria), rinviano alle tipiche decorazioni che si ritrovano sistematicamente im kirchlichen Bereich des Mittelmeer-raumes, auf Kreuzen, Reliquiaren oder Buchdeckeln (Evangeliaren), cioè su Croci, Reliquiari o Evangeliari dell'area mediterraneaG. Fingerlin, Zwei Steinfassungen mit Cabochons aus Frauengräben in Hüfingen. Archäologische Zeugnisse für die Plünderung von Kirchen Italiens währende der Kriegszüge im 6. Jahrhundert, in S. Brather-D. Geuenich-Chr. Huth (herausgeg.), Historia Archaeologica. Festschrift für Heiko Steuer zum 70. Geburtstag, Berlin 2009, p. 334..

Secondo le valutazioni dei reperti archeologici, e attraverso una serie complessa di valutazioni, fast zwangsläufig führen diese Überlegungen zu der bekannten Stelle in den Historiae des Agathias von Myrina, in der unterschiedliche Verhaltender christlichen Franken und der (noch) heidnischen Alamannen beim Heerzug des Leutharis und des Butilinus nach Italien in den Jahren 553-554 schildert (“queste considerazioni conducono pressoché inevitabilmente al noto passo delle Historiae di Agazia di Mirina, nel quale egli descrive il differente comportamento dei Franchi cristiani e degli (ancora) pagani Alamanni, nel corso della incursione in Italia di Leutari e Butilino negli anni 553-554”). Insomma, non è da escludere che quelle pietre, oggetti di piccole dimensioni e di comoda trasportabilità, possano essere state frutto dei saccheggi narrati da AgaziaAncora G. Fingerlin, Zwei Steinfassungen, spec. pp. 336-338. Vd., dello stesso G. Fingerlin, Zwei Edelsteinfassungen aus Frauengräbern in Hüfingen - Beutegut alamannischer Krieger auf einem Feldzug nach Italien, «Archäologische Nachrichten aus Baden» 80-81, 2010, pp. 31-32..

Leutari riuscì però, con buona parte dei suoi, a mettersi in salvo, attraversando a fatica il Po e, puntando a nord-est, a raggiungere quella parte della Venetia già occupata dai Franchi nel corso del conflitto tra Goti e Romani d'Oriente.

Giunti a Ceneda, l'attuale Vittorio VenetoAgazia, II,3,3: ἐς Κένετα τὴν πόλιν, cioè nella città di Ceneda; Paolo Diacono, Hist. Lang. II,2 scrive però: dum multa praeda onustus ad patriam cuperet reverti, inter Veronam et Tridentum iuxta lacum Benacum propria morte defunctus est. Vd. M. Gusso, Franchi Austrasiani nella Venetia del VI secolo d.C., pp. 9-110., Leutari e gli Alamanni sarebbero tuttavia periti – come vedremo – a causa di un grave morbo. Le spie romane avvertirono Narsete della misera fine del contingente di Leutari alla vigilia della battaglia che doveva vedere la sconfitta di Butilino.

La sua morte esemplare Ecco la particolareggiata descrizione che AgaziaAgazia, II,3,6-7. fa della morte di Leutari:

Si tratta, con palese evidenza di un richiamo ad un mito greco non molto conosciuto, quello di Erisittone (tessalo), e contiene una citazione riferibile quasi ad verbum dalle Metamorfosi di Ovidio (VIII, 877-878) dove si leggeva: ipse suos artos lacero divellere morsu | coepit et infelix minuendo corpus alebat [egli stesso cominciò a lacerarsi gli arti a morsi | e l'infelice si nutriva a prezzo del suo corpo]Vd. R.C. McCail, Erysichthon, Sin and Autophagy, Mnemosyne, 17, 1964, p. 162; A. Kaldellis, Things are not what they are: Agathias Mythistoricus and the last Laugh of Classical Culture, Classical Quarterly, 53, 1, 2003, pp. 295-300; A. Alexakis, Two verses of Ovid liberally translated by Agathias of Myrina (Metamorphoses 8.877-878 and Historiae 2.3.7), Byzantinische Zeitschrift, 101, 2, 2009, pp. 609-616.). Questa stessa descrizione ci introduce all'ipotesi della rabbia quale causa dei fatali eventi narrati dallo storico bizantino, e occorsi nella città di Ceneda nel 554, nel tentativo di mettere più coerentemente in rapporto tra loro le descrizioni dei sintomi di cui avrebbe sofferto Leutari, il capo, e quelli che annientarono via viai suoi uomini, specie le morbosità febbrili, allucinatorie e convulsive.

Proprio la testimonianza di Agazia può condurre a ritenere che sia stata la rabbia umana (da Lyssavirus) a colpire Leutari e i suoi uomini; l'ipotesi Rabbia era stata avanzata nel 1940 dallo studioso tedesco Benno von HagenBenno von Hagen, Lyssa. Eine Medizingeschichtliche Interpretation, Jena 1940., il quale, a detta di J. Théodoridès con riferimento ad Agazia, a été le premier à tenter une interprétation médicale de ce passageJ. Théodoridès, Quelle était la maladie décrite parl'historien Agathias (VIe siècle A.D.)?, «Histoire des Sciences Médicales» 15, 1981, 155..

Von Hagen aveva supposto la trasmissione del morbo attraverso il morso dei cani o attraverso il sistematico contatto dei guerrieri con la saliva canina infetta. In tutte le spedizioni militari dei barbari germanici – sosteneva – quindi evidentemente anche in quella guidata da Leutari, das eben eine wandernde Horde war, “che pure era un'orda migrante”, e che discese l'Italia kämpfend und Beute machend, “combattendo e facendo bottino”, avrebbe trovato posto una grande quantità di cani (eine Menge Hunde befanden) utilizzati per sorvegliare i carriaggi e assicurare la protezione degli accampamenti nel corso della notteVon Hagen parla di cani die schon zur Bewachung des Trosses und jedes Nachtlagersunerläßlich waren; Lyssa, p. 29 (anche per le brevi citazioni precedenti).: il contatto tra guerrieri e cani era senza dubbio stretto e sistematicoJ. Théodoridès, Quelle était la maladie, p. 155; Benno von Hagen, Lyssa; Averil Cameron, Agathias, Oxford 1970, p. 62 e le perplessità di D.Ch. Stathakopoulos, Famine and Pestilence in the Late Roman and Early Byzantine Empire: a Systematic Survey of Subsistence Crises and Epidemics, Birmingham Byzantine and Ottoman Monographs, 9, Ashgate, Farnham 2004, p. 102.. Secondo von Hagen i cani alamannici avrebbero potuto essere stati infettati nell'Italia meridionale da cani indigeni, affetti endemicamente dalla Rabbia, e poi, a loro volta, avrebbero progressivamente trasmesso l'infezione ai guerrieri attraverso il morso vero e proprio o, più probabilmente, attraverso il contatto della saliva canina con ferite o lesioni agli arti inferiori e superiori, piuttosto frequenti – anzi addirittura croniche – in soldati sottoposti ad azione continua. L'abbondante saliva infetta del cane appare il veicolo più adatto (e subdolo) a trasmettere l'infezione ad una pluralità di soggetti che si trovino in particolari condizioni, con ferite aperte, suppurate o ulcerose. Infatti, nel corso delle guerre, i piedi dei combattenti, a seguito di marce, del freddo e di molte altre circostanze, si presentano piagati in modo spesso irrimediabile, in assenza di presidi sanitari efficienti, e soprattutto del tempo necessario a ridurre efficacemente le piaghe stesse. L'incubazione della Rabbia umana può rivelarsi piuttosto variabile, da dieci giorni a più di otto mesi, e la malattia può quindi manifestarsi a grande distanza nel tempo rispetto al luogo dell'infezione, al punto di apparire frutto di un'epidemia, pur non potendo la Rabbia infettare la popolazione umana in forma epidemica: il virus, com'è noto, si muove lentamente dalla zona di inoculazione, solitamente la cute e il tessuto muscolare sottostante, verso il sistema nervoso centrale, trasportato passivamente lungo le guaine dei nerviVd. M. La Placa, Virus e batteri, Bologna 2011, p. 77..