Fu ambasciatore a Firenze (Granducato di Toscana) dal 1848 al 1852, a Parigi (Secondo Impero francese) dal 1853 al 1859 e a Napoli (Regno delle Due Sicilie) dal 1860 al 1861.

Durante la missione diplomatica a Firenze contribuì alla decisione del granduca Leopoldo II di Toscana di aderire alla prima guerra d'indipendenza italiana a fianco dello Stato sabaudo. In seguito, tuttavia, non riuscì a impedire che, dopo i moti mazziniani nel Granducato, Leopoldo II abbandonasse la Toscana rifugiandosi nel Regno delle Due Sicilie.

Nel 1856 partecipò, insieme a Camillo Benso, conte di Cavour, al Congresso di Parigi e fu l'unico rappresentante del Regno di Sardegna a prendere parte alle successive conferenze di approfondimento.

Nominato ambasciatore a Napoli nel 1860, si oppose al progetto di Cavour di promuovere un'insurrezione filopiemontese nella città per impedire la presa del potere da parte di Giuseppe Garibaldi. Successivamente, contravvenendo alle istruzioni di Cavour, che imponevano la neutralità fra borbonici e garibaldini, mise a disposizione di questi ultimi un reparto piemontese in occasione della Battaglia del Volturno, contribuendo ad avvicinare Garibaldi al governo sabaudo e a favorire il processo di unificazione nazionale.

Biografia Giovinezza ed educazione Salvatore Pes di Villamarina era figlio di Emanuele, generale, ministro e consigliere di Carlo Alberto, e di Teresa Sanjust di San Lorenzo. A otto anni si trasferì con i genitori da Cagliari a Torino, dove frequentò il collegio dei Gesuiti. Nel 1828 si laureò in giurisprudenza, conseguendo i titoli in diritto civile e canonico, ed esercitò la professione per un paio d'anni.

Dal 1830 al 1832 prestò servizio come apprendista volontario presso il Ministero degli Esteri; entrato successivamente nell'esercito, conseguì dapprima il grado di sottotenente nella brigata Casale e, nel 1838, quello di tenente nel reggimento Aosta Cavalleria.

Collaborò con il padre presso il Ministero della Guerra fino al 1844, quando fu nominato segretario del Consiglio dei ministri. Gli fu riconosciuto il grado di maggiore e, in seguito al ritiro del padre, fu nominato consigliere di legazione.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 40-42.

Sposò in prime nozze Melania Taparelli dei conti d'Azeglio, figlia del senatore Roberto, e successivamente Caterina Boyl dei marchesi di Putifigari, figlia del luogotenente generale marchese Vittorio e sorella del senatore Gioacchino Boyl di Putifigari, dalla quale non ebbe prole. Dal primo matrimonio nacquero due figli: Emanuele, che intraprese la carriera diplomatica e sposò Paola Rignon, e Isabella, che sposò il marchese Emanuele Thaon di Revel e Sant'Andrea.

Ambasciatore a Firenze (1848-1852) In previsione della guerra contro l'Austria, nel 1848 Villamarina chiese di poter partire con l'esercito; tuttavia re Carlo Alberto, che lo aveva già impiegato in missioni a Parigi, Berlino e Milano, lo nominò incaricato d'affari e lo inviò a Firenze. Poco tempo dopo lo promosse anche colonnello. La missione nel Granducato di Toscana, iniziata il 23 maggio 1848, aveva lo scopo di convincere il granduca Leopoldo II ad appoggiare la causa sabauda.

Pur essendo stato accolto con entusiasmo a Livorno quale portatore di idee liberali, Villamarina, non avendo ancora presentato le credenziali al granduca, invitò la folla all'ordine e alla calma. Altre manifestazioni di entusiasmo si verificarono lungo il tragitto verso Firenze, dove il marchese trovò tuttavia un ambiente di corte prevalentemente filoaustriaco. Alla prudenza di Leopoldo e della seconda moglie di suo padre Ferdinando III di Toscana, la conservatrice Maria Ferdinanda di Sassonia, si aggiungeva l'influenza della moglie del granduca, la cattolicissima Maria Antonia, sorella di Ferdinando II di Borbone.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 48-52.

Nonostante il difficile contesto, Villamarina operò efficacemente e, dopo aver promesso a Leopoldo compensi in caso di sconfitta dell'Austria, ottenne l'intervento toscano a favore del Regno di Sardegna. Conclusasi tragicamente per gli italiani la prima guerra d'indipendenza, all'inizio del 1849 Leopoldo dovette affrontare i moti rivoluzionari mazziniani. A Firenze tutte le ambasciate furono prese d'assalto, a eccezione di quelle inglese e sabauda, che Villamarina dichiarò di voler difendere con le armi, se fosse stato necessario.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 53-57, 61-63.

Rifugiatosi il granduca a Porto Santo Stefano, rimase indeciso se prendere o meno la via di Gaeta, in territorio borbonico, dove si era rifugiato anche Pio IX. Da Torino Villamarina ricevette l'incarico di trattenerlo in Toscana o, in alternativa, di condurlo in Piemonte. Se infatti Leopoldo avesse abbandonato la patria per rifugiarsi presso una potenza conservatrice, vi sarebbe tornato con gli austriaci.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 63-64.

Lo scontro con Leopoldo II

Nel febbraio 1849, per contrastare le iniziative austriache, Villamarina, nonostante la sua carica fosse decaduta il 9 gennaio in seguito agli eventi rivoluzionari, decise di raggiungere Leopoldo a Porto Santo Stefano insieme agli ambasciatori di Prussia, Svezia e Spagna e al nunzio apostolico. Il granduca accolse con gratitudine l'offerta di Carlo Alberto, che gli prometteva appoggio militare per il ritorno sul trono granducale.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 67-70.Archi, Gli ultimi Asburgo e gli ultimi Borbone in Italia, Rocca San Casciano, 1965, pp. 161-162.

Poche ore dopo, tuttavia, influenzato dalla corte, Leopoldo cambiò idea e fece richiamare Villamarina, al quale comunicò che sarebbe partito per Gaeta. Seguì una disputa fra i due: Leopoldo supplicava Villamarina di partire per revocare l'impegno e fermare le truppe piemontesi (qualora si fossero messe in marcia) mentre Villamarina si rifiutava di lasciare Porto Santo Stefano.Quando il granduca lo avvisò che avrebbe pagato per le sue azioni, il marchese rispose: «Pagherò, intanto resto!».Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 70-72.

Diffusasi la notizia della proclamazione della repubblica a Firenze, Leopoldo riconvocò il corpo diplomatico e sostenne che, a quel punto, non c'era più nulla da fare. Villamarina gli ricordò invano che anche il Regno Unito e la Francia erano favorevoli alla soluzione piemontese.Archi, Gli ultimi Asburgo e gli ultimi Borbone in Italia, Rocca San Casciano, 1965, p. 162.A quel punto Villamarina batté il pugno sul tavolo e mormorò, in modo che i colleghi lo sentissero: «Se i principi fossero tutti di tempra simile a costui, io mi battezzerei repubblicano!». Contattò quindi il capitano Henry Codrington (1808-1877) della fregata britannica Thetis che era stata predisposta per accogliere Leopoldo e la sua famiglia, e si accordò affinché il granduca non fosse imbarcato nel caso avesse voluto dirigersi altrove che a La Spezia.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 73-75.

Nell'impossibilità di salire sulla Thetis, Leopoldo e il suo seguito non esitarono a imbarcarsi sulla più modesta Bouldog,La fonte citata riporta questo francesismo, ma è molto probabile che l'imbarcazione inglese si chiamasse Bulldog. predisposta per i servitori e i bagagli. Era il 20 febbraio 1849.Quel giorno ripartiva da Porto Santo Stefano la nave borbonica con gli emissari del papa, che avevano ottenuto la risposta irrevocabile di Leopoldo a rifugiarsi a Gaeta. Villamarina non si diede per vinto e, a bordo della Bouldog, fece un ultimo tentativo: sostenne che vi fossero ancora le truppe lealiste del generale De Laugier, il quale avrebbe potuto assumere il comando anche di quelle piemontesi e riconquistare Firenze. La famiglia di Leopoldo, intanto, sarebbe riparata a Gaeta e lui, ristabilito l'ordine, sarebbe agevolmente rientrato da Porto Santo Stefano a Palazzo Pitti. Il granduca accettò.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 75-77.

Quando però Villamarina, insieme al resto del corpo diplomatico, tornò da Leopoldo per sottoporgli la nota preparata, questi, ancora una volta influenzato dalla corte, aveva cambiato idea. Adducendo il timore di perdere il trono e la vita, dichiarò di aver deciso definitivamente di partire per Gaeta. A nulla valsero le argomentazioni degli ambasciatori di Svezia e Prussia e l'indignazione di Villamarina.«Io di siffatte paure poco me ne intendo; i piemontesi non costumano badare a tali e anche maggiori pericoli quando siano travolte in mala fortuna la dinastia, lo Stato e la patria». Di fronte all'obiezione del granduca di non disporre di un governo che controfirmasse le sue decisioni, il marchese propose di nominare ministro della Guerra un generale del seguito, costituendo così un governo provvisorio e rispettando formalmente le norme costituzionali. Leopoldo perse completamente la calma e, dopo nuove rimostranze degli ambasciatori, congedò l'intero corpo diplomatico.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 77-80. Partì quindi per Gaeta.

La restaurazione Partito a sua volta per la Liguria, il 22 febbraio 1849 Villamarina inviò da Varignano una relazione a Torino sulla vicenda di Leopoldo II.Tra l'altro scriveva: «È impossibile poter rappresentare l'ammasso di doppiezza, di bassezza e di vigliaccheria di cui ha fatto mostra in questa circostanza questo principe». In seguito alla sconfitta piemontese nella prima guerra d'indipendenza e all'invasione austriaca della Toscana, prevedendo la restaurazione di Leopoldo, chiese di lasciare definitivamente Firenze. Il nuovo re Vittorio Emanuele II gli domandò invece di rimanere al proprio posto, per dimostrare che il Piemonte, pur sconfitto, non rinunciava ai principi e alla politica per i quali era sceso in guerra.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 80-82.

Villamarina acconsentì e, come previsto dall'etichetta diplomatica, dovette recarsi fino a Lucca per ricevere Leopoldo, che, con l'aiuto austriaco, rientrò il 28 luglio 1849 a Palazzo Pitti.Nella reggia tra i due si svolse il seguente colloquio: Leopoldo: «Eccomi, signor marchese, ritornato nei miei Stati: è la quarta volta, sa? Che io ne fuggo in vita mia: la quarta che vi rientro». Villamarina: «Badi di non fuggire una quinta; ché dal ritornare non ne sarebbe più nulla». Dieci anni dopo la previsione del marchese si avverò: Leopoldo, allontanato da Firenze, non vi fece più ritorno. Rimase a Firenze come ambasciatore del Piemonte fino al 31 dicembre 1852, mantenendo un atteggiamento risoluto nei confronti dell'occupazione austriaca e del granduca. Meno di quattro mesi dopo la conclusione dell'incarico ricevette la croce di grande ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 83, 105.

Ambasciatore a Parigi (1853-1859) Le benemerenze acquisite in Toscana spinsero, tra la fine di agosto e l'ottobre del 1852, il presidente del Consiglio Massimo d'Azeglio a destinare Villamarina alla delicata sede diplomatica di Francia, dove il 2 dicembre 1851 Napoleone III aveva assunto poteri dittatoriali. Le relazioni tra Piemonte e Francia, precedentemente deterioratesi, migliorarono pochi mesi dopo l'arrivo del marchese all'ambasciata di Parigi e Cavour, succeduto a D'Azeglio, gli attribuì il merito dei progressi compiuti.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 85, 89-90.

La capacità diplomatica di Villamarina fu utilizzata anche nella politica interna quando, durante la crisi generata dalla legge sui conventi, Vittorio Emanuele II lo richiamò temporaneamente da Parigi affinché, insieme a Giacomo Durando, lo aiutasse a formare il nuovo governo, costituito il 4 maggio 1855.Bosio, Il marchese di Villamarina, Milano, 1877, pp. 93-94.

Il Congresso di Parigi