Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella ResistenzaIl sottotitolo è talvolta erroneamente riportato come Saggio storico sulla moralità della Resistenza, benché Pavone avesse attribuito un significato preciso alla scelta della preposizione articolata: «ho parlato di moralità "nella" e non "della" Resistenza. Il mio intento non era trovare la morale della lotta di liberazione. Ho pensato che in questa fase degli studi, dell'evoluzione della coscienza pubblica, fosse più utile vedere quali erano i comportamenti morali di coloro che hanno partecipato alla Resistenza, come si misuravano convinzioni, culture, tradizioni familiari con alcuni grossi nodi, che rappresentavano appunto problemi di moralità, come lo scegliere tra un campo e l'altro in piena autonomia personale». Cfr. è un saggio dello storico italiano Claudio Pavone, pubblicato per la prima volta nel 1991. Nell'opera l'autore, già partigiano durante la Resistenza, analizza il fenomeno resistenziale nei suoi molteplici aspetti, con scrupolosità e con una ricca documentazione bibliografica, concentrando principalmente l'attenzione sulle motivazioni, i comportamenti, le aspettative e gli obiettivi dei combattenti partigiani. L'autore cerca di spostare il focus storiografico da politico, in cui solo le linee dei partiti sono agenti della storia, a "morale" cioè analizzando i soggetti operanti attraverso le loro motivazioni, aspirazioni, illusioni e speranze. Con questa sua opera Pavone ha significativamente influito sul dibattito storiografico relativo alla Resistenza e al cruciale periodo della storia d'Italia successivo all'armistizio di Cassibile.
Nel saggio si analizza la Resistenza interpretandola come triplice guerra: di "liberazione nazionale" o "patriottica" contro l'invasore tedesco, "civile" fra italiani fascisti e antifascisti e "di classe" fra componenti rivoluzionarie e classi borghesi. In particolare, è considerata un'opera cardine della storiografia italiana sul periodo 1943-1945 per aver accolto la definizione di guerra civile, all'epoca controversa poiché adoperata quasi esclusivamente dal reducismo neofascista.Ernesto Galli della Loggia, I padroni della memoria, in Corriere della Sera, 1º novembre 2003, p. 1; Guido Crainz, Claudio Pavone e i tabù infranti, in la Repubblica, 15 dicembre 2010, p. 61.
Genesi del saggio Secondo quanto dichiarato dallo stesso PavoneSulla moralità nella Resistenza. Conversazione con Claudio Pavone condotta da Daniele Borioli e Roberto Botta , da "Quaderno di Storia Contemporanea", n. 10, 12 novembre 1991, pp. 19-42, Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria "Carlo Gilardenghi"., il volume nacque all'origine da un input di Ferruccio Parri, che spinse lo storico a realizzare in Italia uno studio similare a quello di Henri Michel e Boris Mirkine-Guetzévitch sulla Resistenza francese, Les idées politiques et sociales de la Resistànce (1954). Dopo molti anni e molto materiale accumulato (utilizzato in gran parte dall'autore nel saggio del 1974 La continuità dello Stato. Istituzioni e uomini) il collega Nicola Tranfaglia gli suggerì di ampliare la ricerca in vista di una pubblicazione per Feltrinelli, mai avvenuta. In seguito, in un ciclo di seminari tenuti al Centro "Piero Gobetti" di Torino, Franco Sbarberi e Norberto Bobbio invitarono Pavone a parlare di "Politica e morale nella Resistenza". La relazione di Pavone fu redatta in base alla grande mole di materiale accumulato fin dall'inizio e – dopo essere stata trascritta – fu da lui progressivamente estesa fino a divenire il saggio pubblicato nel 1991.
Analisi dell'opera Claudio Pavone distingue in primo luogo una "Resistenza in senso forte", la guerra partigiana combattuta militarmente e politicamente soprattutto al Nord da una rilevante minoranza, ed una "Resistenza in senso ampio e traslato", ritenuto fenomeno generale ma in parte contraddittorio assunto da tutte le forze politiche che ne fecero parte (anche con obiettivi e aspirazioni molto diverse tra loro) che man mano divenne l'elemento legittimante del sistema politico repubblicano.C. Pavone, Una guerra civile, p. XIX (prefazione dell'edizione del 1991).
L'autore afferma che tra l'8 settembre 1943, data del Proclama Badoglio, ed il 2 maggio 1945, data della Resa di Caserta, si combatterono in Italia tre guerre, combattute contro tre figure di nemici ben precise e differenti. Le tre guerre furono la guerra di liberazione nazionale, la guerra civile e la guerra di classe.
La guerra di liberazione nazionale o guerra patriottica fu combattuta dai partigiani contro lo "straniero invasore". Sotto questo profilo Pavone rileva che invasori erano sia gli anglo-americani che i tedeschi, ma che, con l'eccezione degli italiani aderenti alla RSI, i primi vennero percepiti come liberatori ed i secondi come invasori. In particolare il nemico di questa guerra non fu percepito come un semplice "straniero", ma anche, con una precisa connotazione politico-ideologica, come il "nazista", e questo - secondo Pavone - «ci porta già sul terreno della guerra civile, come grande guerra civile europea».
La guerra civile fu combattuta dai partigiani contro i fascisti, ovverosia tra italiani e contro un nemico ideologicamente connotato dal sistema di pensiero fascista.
La guerra di classe viene considerata un aspetto della guerra civile, che è anche guerra di classe seppur con le dovute specificità. Infatti, come Pavone afferma, «non tutti gli antifascisti erano socialmente proletari, né tutti erano ideologicamente disposti a far coincidere fascismo ed oppressione di classe». In questo senso la concezione classista della guerra civile è il modo in cui la frangia comunista della Resistenza visse la lotta al fascismo, considerata lotta del proletariato contro il padronato.
Pavone ha sottolineato, per una corretta valutazione del suo lavoro, l'importanza, ai fini di una compiuta comprensione del testo, anche della seconda parte del titolo. In sintesi l'autore afferma nel complesso il valore positivo della Resistenza e la sua importanza decisiva per la riconquista della dignità nazionale e per una vera rinascita della patriaC. Pavone, Una guerra civile, p. XII (prefazione all'edizione del 1994). Pavone inoltre critica le posizioni polemiche verso una Resistenza in cui i comunisti svolsero un ruolo decisivo, e distingue tra "zona grigia", intesa come maggioranza indistinta e succube della popolazione, "resistenza passiva" e "resistenza civile"C. Pavone, Una guerra civile, pp. XIV (prefazione all'edizione del 1994). In questo senso il termine "guerra civile", intesa, sulla scorta di Franco Venturi, come la sola guerra che per il suo alto e drammatico valore etico meriti di essere combattutaC. Pavone, Una guerra civile, p. 225., nella prospettiva dell'autore serve soprattutto ad accentuare il valore morale della scelta antifascista, a sottolineare l'importanza di quella lotta e della sua posta in gioco per il futuro dell'ItaliaC. Pavone, Una guerra civile, pp. IX-XVI (prefazione all'edizione del 1994)..
Struttura La scelta Il primo capitolo dell'opera si articola intorno alle motivazioni che hanno spinto decine di migliaia di italiani a prendere le armi dopo l'8 settembre 1943.
L'eredità della guerra fascista Continua l'analisi delle motivazioni in relazione allo sfascio del Regio Esercito e al rapporto con la sconfitta militare.
Le vie di una nuova istituzionalizzazione Viene descritta la ricostituzione del tessuto istituzionale nell'Italia postfascista, attraverso le unità militari regolari e i partiti antifascisti nati o riorganizzatisi dopo l'8 settembre.
La guerra patriottica Si analizza l'aspetto di lotta nazionale della guerra di liberazione, in rapporto alla retorica risorgimentale e alla ricostruzione di una identità comune italiana attraverso il riscatto con le armi.
La guerra civile È il capitolo centrale dell'opera e quello che le dà il titolo. Introduce per la prima volta un'analisi organica del conflitto fra forze partigiane e forze fasciste repubblicane attraverso la categoria interpretativa della guerra civileFranco Astengo, Le scelte dell’8 settembre, Odissea, 7 settembre 2018: «In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista. Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.».
La guerra di classe Esamina l'aspetto rivoluzionario della lotta partigiana, con le aspirazioni di rinascita della sinistra comunista e il mito dell'URSS di Stalin.
La violenza Il capitolo dedicato alla violenza si ricongiunge con quello sulla guerra civile e rappresenta un'analisi scientifica delle reciproche violenze commesse dalle fazioni in lotta (sebbene si riconosca alla violenza partigiana una natura diversa rispetto a quella fascista).
La politica e l'attesa del futuro Il saggio si chiude con un'indagine sociologica delle componenti dell'Italia del periodo della guerra civile, in particolare riguardo alla ricostruzione del tessuto sociale e alle aspettative per la ricostruzione postbellica.
Dibattito pubblico Dibattito sulla guerra civile Tra le varie reazioni allo studio di Pavone, vi fu quella dell'ex comandante partigiano Nuto Revelli, che – pur elogiandolo come «un lavoro straordinario che ci ha liberati da tutta la retorica che si era depositata sulla resistenza» – contestò la definizione di guerra civile, da lui accuratamente evitata:
In questa obiezione Pavone vide confermata la sua tesi sui motivi della rimozione:
Tra gli ex partigiani, non mancarono tuttavia convinte adesioni alla tesi della guerra civile. Uno dei più decisi sostenitori fu Vittorio Foa, preminente esponente del Partito d'Azione negli anni della Resistenza, che alla presentazione del libro di Pavone dichiarò: «Sono sempre stato irritato di fronte a chi negava il carattere di guerra civile alla lotta partigiana. Diversamente da altri che avevano drammaticamente scelto durante quei mesi se fare il partigiano o meno, io avevo già scelto. Per me i fascisti esistevano già prima e non erano semplici marionette dei tedeschi»Renato Agosti, Resistenza, soltanto una morale può salvarci, in la Repubblica, 17 ottobre 1991, p. 34.. Inoltre, nella sua autobiografia pubblicata lo stesso anno affermò che negare la guerra civile equivaleva a negare lo stesso carattere antifascista della Resistenza:
Foa ribadì lo stesso concetto in uno scritto del 1993:
Aderirono inoltre all'idea di guerra civile gli ex partigiani che credevano in una «continuità dello Stato» tra il fascismo e la democrazia nata nel dopoguerra, ritenuta non all'altezza delle prospettive di cambiamento per cui avevano combattuto. Tra questi Flavia Tosi, secondo la quale: