Il Principato di Paternò (in latino Principatus Paternionis, in spagnolo Principado de Paternò) fu uno stato feudale esistito in Sicilia tra la seconda metà del XVI secolo e gli inizi del XIX secolo.

Dominio della famiglia Moncada situato nella parte orientale dell'isola, creato nel 1565 dal Re di Spagna, fu il terzo principato creato nel Regno di Sicilia dopo quelli di Butera e di Castelvetrano, ed era uno dei maggiori Stati feudali per estensione e ampiezza demografica.

Territorio Il Principato di Paternò comprendeva gli attuali comuni di Belpasso, Nicolosi, Paternò, Ragalna e Santa Maria di Licodia, in provincia di Catania.

Il suo territorio comprendeva anche diciotto feudi: Piraino, San Vito, Stagliata, Pennino di Lupo, Casa di Lupo, Iazzo Rosso, Vasadonna, Cugno, Sferro, Gerbini, Pitulenti, Fragione, San Brancato, Malconcinato, Margicheri, Costantina, Scala, Salinella, ciascuno ripartito in molte tenute..

Storia Origini del feudo La terra di Paternò, nel Val Demone, fu per la prima infeudata nella seconda metà dell'XI secolo, con la cacciata degli occupanti saraceni per opera dei Normanni guidati da Ruggero d'Altavilla, che intorno al 1072 vi fece edificare un castello per assediare Catania, ancora in mano agli Arabi.. Il Gran Conte Ruggero nel 1075 elevò la città a rango di contea, che assegnò alla figlia Flandina. Quest'ultima, vedova di Ugo di Jersey, si risposò nel 1089 con Enrico del Vasto, e per mezzo di questa unione, la Contea di Paternò passò sotto il dominio degli Aleramici..

In epoca sveva, la Contea andò in possesso di Bartolomeo de Luci e soppressa dopo la sua morte avvenuta nel 1201. Fu in seguito ripristinata due volte: nel 1251, assegnata a Galvano Lancia; nel 1365 con Artale I Alagona che aveva dato in permuta la Contea di Mistretta. Nuovamente soppressa la Contea e ridotta a rango baronale nel XIV secolo, Paternò fu dapprima sotto il dominio feudale di Ugo di Empúries, conte di Squillace, e dal 1302 al 1431 fece parte della Camera Reginale, istituita dal sovrano Federico III di Sicilia, come dono di nozze alla consorte Eleonora d'Angiò.

Nel 1431, lo Stato di Paternò fu venduto dal re Alfonso il Magnanimo a Niccolò Speciale, per la somma di 3.000 onze in oro e col patto di ricompra. A questi succedette il figlio Pietro nel 1443, il quale poi perdette la signoria della città nel 1446, che tornò al Regio Demanio. La condizione di demanialità di Paternò durò appena un decennio, poiché nel 1456, Guglielmo Raimondo Moncada Esfanoller, conte di Adernò la acquistò per 25.000 fiorini, e su di essa assunse il diritto di mero e misto imperio e il titolo di signore per privilegio dato dal re Alfonso V d'Aragona..

Il dominio dei Moncada I Moncada, tra le più potenti famiglie feudali del Regno di Sicilia, stabilirono il proprio dominio su Paternò, che durò per quasi quattro secoli. Al Conte Guglielmo Raimondo succedette alla sua morte il figlio Gian Tommaso, che della signoria di Paternò ebbe conferma per privilegio dato il 5 luglio 1466 dal re Giovanni I d'Aragona.. Il Conte di Adernò, ottenne il consenso delle altre universitas demaniali del Regno per il suo possesso di Paternò al parlamento di Messina del 1469, e confermato dal Re Giovanni con diploma concesso l'11 settembre 1477.. Ma il successore di Giovanni al trono dell'isola, Ferdinando II d'Aragona, nel 1478 concedette lo ius luendi su Paternò allo zio Enrique Enríquez de Quiñones, il quale pretese di esercitare il diritto di ricompra.. Il Moncada si oppose a questa decisione, presentò ricorso al Tribunale della Regia Gran Corte di Palermo, e avviò la lite contro l'Enriquez, conclusasi nel 1491 in suo favore, e con il versamento di 28.000 fiorini alla parte avversa..

Nel 1535, esponenti della nobiltà civica paternese, quali Pietro Bellia e Bartolomeo La Rocca, formularono un'istanza all'imperatore Carlo V d'Asburgo, con la quale chiesero l'abolizione di alcuni usi angarici pretesi dal conte Antonio Moncada a detrimento dei suoi vassalli. Il Conte di Adernò veniva accusato sia di esigere, senza pagare alcun costo di noleggio (loerio), «bestii et cavalcaturi, quali ditti chitatini et habitaturi tenino per loro necessario», che spesso lasciava maltrattare sino a causarne la morte; sia di imporre ai cittadini paternesi l'obbligo di «dari posati in loro casa», ossia di alloggiare nelle proprie abitazioni persone e animali, secondo il suo arbitrio e sotto la pena del carcere. L'istanza dei paternesi fu accolta favorevolmente dal Sovrano, che incaricò il viceré Ferrante Gonzaga, conte di Guastalla, del disbrigo delle pratiche formali necessarie alla sua esecuzione.. L'iniziativa fu respinta dal Tribunale della Regia Gran Corte nel 1537, e tale decisione ebbe l'effetto di fomentare a Paternò numerosi scontri tra la fazione fedele al Conte di Adernò e quella avversa al medesimo feudatario.. L'anno seguente, nel 1537, si riunì il consiglio civico, con i quattro sindaci, Giacomo Carrabotta, Ercole Collo, Ferdinando Caracita e Girolamo La Rocca, apertamente schierati contro il feudatario, che formularono istanza di devoluzione al demanio di Paternò, nella quale veniva contestata l'acquisto dello ius luendi fatta a fine XV secolo dal conte Gian Tommaso Moncada.. La predetta istanza fu anch'essa respinta dal Tribunale della Regia Gran Corte nel 1538, che giudicò regolare l'acquisto fatto dal Conte Gian Tommaso, e a seguitò di ciò, i cittadini paternesi, rassegnati in virtù del verdetto emesso dal tribunale, si riunirono in un nuovo consiglio civico alla presenza del Conte d'Adernò, in cui stipularono un accordo con quest'ultimo con l'abolizione dei gravami angarici e parangarici contestati e imposti dal feudatario ai suoi vassalli..

Nel 1549, morì il Conte Antonio, che aveva fissato la propria dimora a Paternò, e gli succedette nella signoria della città il figlio Francesco de Luna Rosso, VIII conte di Adernò, che per i suoi servigi politici e militari resi alla Corona, fu investito del titolo di I principe di Paternò per privilegio dato l'8 aprile 1565 dal re Filippo II di Spagna, esecutoriato il 3 giugno 1567...

Giovanni Agostino della Lengueglia nella sua opera storico-encomiastica Ritratti della prosapia et heroi Moncadi nella Sicilia (1657), ritiene che la decisione assunta dal monarca spagnolo di elevare la città di Paternò da semplice terra baronale a rango di Stato principesco, pur essendo uno dei feudi minori dei Moncada, fu dovuta a ragioni storico-politiche e alle caratteristiche naturali del suo territorio:

Né paia strano, che il nobil titolo egli imponesse à Paternò, quando vi erano altri feudi nella sua casa più antichi, più colmi di habitatori, e senza paragone più fruttuosi di redditi onde pare, che ad essi meritasse tal fregio la condizione di ricchi, di antiani, di facultosi. Peroche infatti la Città di Paternò possiede molti singolari prerogative, le quali tutte litigaron per lei, e vinsero il Principato. Siede sopra un rilevato poggetto dominatore di quali immensa pianura, e dove una parte fa curioso intoppo lo sguardo del Monte Etna, per l'altra gli lascia prendere licenziose carriere in una smisurata campagna sicché sovrastando l'eccelso fito à tanto sottoposto paese; perché di qui ancora convenga titolo dominatore.

Ma quello che forse più affettionò a questo luogo l'animo del Principe Don Francesco, è l'habitarvi molte nobili Famiglie, che signorilmente si trattano, e tutti gli habitatori per genio inchinando all'attilato vestire, forman della lor Patria una residenza da Principe, a cui la pompa de' sudditi accresce la Maestà.

Aggiungesi che stendendosi i termini di quel dominio, quasi fin su le porte di Catania, i Cavalieri di quella illustrissima Patria posseggon varie tenute su un fertile territorio di Paternò; si che, oltre il dare alla Casa Moncada nobili sudditi, acquista a' medesimi nobilissimi dipendenti in quei Signori, che tenendo l'affetto dove tengono i beni, traggon dal Principato i frutti delle rendite, ed a' Principi fruttan divotione.

Nonostante l'elevazione a principato, lo Stato di Paternò continuò ad essere per i Moncada un possesso feudale secondario, e la sede del loro potere e della loro corte rimaneva sempre Caltanissetta, capitale dell'omonima contea di cui erano feudatari dal XV secolo.. Unico periodo in cui la cittadina etnea godette di maggiore importanza da parte dei suoi feudatari fu quando il Principato era governato da Cesare Moncada Pignatelli, II principe di Paternò, figlio di Francesco, che vi aveva stabilito la propria corte assieme alla consorte Aloisia de Luna Vega, duchessa di Bivona. Molti furono i forestieri incoraggiati dai Moncada a stabilirsi nel Principato, ed essi erano per gran parte di estrazione nobile e borghese e provenienti da altre zone dell'isola (in particolare da Catania) e dalla Spagna..

Il Principato di Paternò registrò anche una significativa espansione demografica, salvo una lieve contrazione avvenuta alla fine del XVI secolo, causata dall'inasprimento della politica fiscale attuata dai governanti dopo il 1570, che spinse alcune famiglie a emigrare: nel 1583 gli abitanti erano 6.415, che aumentarono a 9.808 nel 1798.. A Paternò ebbe ad affermarsi un ceto facoltoso, e notevole fu lo sviluppo delle attività economiche: ebbero infatti notevole impulso l'agricoltura, l'artigianato e il commercio. Fu uno dei territori della Sicilia con un elevato tenore di vita, che nel 1583 arrivò ad avere una ricchezza complessiva di circa 123.000 onze, perlopiù in beni immobili e attività agricole. Il territorio del Principato dovette affrontare i problemi della peste nel 1576 (che a Paternò causò 70 morti), e quello del banditismo che infestava le sue contrade, con una banda di duecento malandrini guidata da Giovanni Giorgio Luna, un popolano di Randazzo, sgominata nel 1592 dal principe Francesco Moncada de Luna Vega, capitano generale del Regno, che eliminò numerosi ladri e banditi... Il capobanda fu catturato e giustiziato a Messina.

Nel corso del XVII secolo, nel territorio del Principato di Paternò si assistette ad alcuni mutamenti sul piano urbanistico. Nel 1615, il principe Antonio d'Aragona Moncada emanò i capitoli diretti a favorire il ripopolamento della città alta mediante l'elargizione di esenzioni fiscali e privilegi a cittadini e forestieri, successivamente riconfermati nel 1637.. A quel tempo infatti, l'abitato della città cominciò a spostarsi dalla collina alla parte inferiore della città. Il 5 luglio 1636, il principe Luigi Guglielmo Moncada La Cerda emanò e firmò un atto pubblico con cui si procedette alla divisione del territorio di Paternò, con lacostituzione del comune di Malpasso, la cui autonomia fu reclamata da tempo dai cittadini del casale. L'abitato di Malpasso comprendeva le terre di Malpasso, Camporotondo, Guardia e Nicolosi, e nella terribile eruzione dell'Etna del 1669, con la lava che arrivò fino a Catania, i superstiti di detti casali furono evacuati in due nuovi siti denominati Fenicia Moncada e Stella Aragona. Il terremoto del 1693, particolarmente devastante, distrusse tutti i casali del Principato, in particolare Fenicia Moncada e Stella Aragona, i cui abitanti superstiti, riedificarono un unico comune sotto il nome di Belpasso.