Tre vergini sagge e tre vergini stolte è un grande affresco del Parmigianino, databile al 1531-1539 e conservato nella volta del presbiterio della basilica di Santa Maria della Steccata a Parma.
Storia
Contatti e commissione Dopo aver lavorato alcuni anni a Bologna, ricevendo alcune commissioni private, ma nessun incarico "importante", Parmigianino tornò nel 1530 nella sua città allettato da una proposta di notevole impegno e prestigio, ovvero la decorazione dell'abside maggiore della nuova basilica della Steccata, costruita in ringraziamento per la sconfitta dei Francesi nel 1521. I fondi per l'impresa erano stati messi a disposizione dal lascito testamentario di Bartolomeo Montini, il cui stemma compare due volte nella decorazioneDi Giampaolo-Fadda, cit., p. 159..
Fu così che nel 1530, o al più tardi nel 1531 l'artista tornò a Parma, stabilendovisi: non è un caso che Correggio si fosse appena allontanato dalla città, deluso dai commenti negativi al suo audacissimo capolavoro, gli affreschi nella cupola del Duomo di ParmaViola, cit., p. 65..
Quella che sembrava una felice opportunità, in realtà si rivelò poi una vera e propria tragedia nel destino umano dell'artista, che lo impegnò dieci lunghi anni e che, stando alla testimonianza del Vasari, lo debilitò fino a condurlo a una prematura morte. Nel contratto si erano stabiliti diciotto mesi per il completamento dell'opera, a fronte di un compenso di quattrocento scudi d'oro, di cui cento versati come anticipo nell'ottobre 1531.
Contestualmente la confraternita si impegnava a fornire adeguati ponteggi, a far preparare i rosoni scolpiti, a procurarsi l'oro per dorarli e per i cornicioniViola, cit., p. 59.. Particolarmente difficili erano le condizioni del lavoro "a cielo aperto", soggette al freddo e alle intemperie, poiché all'epoca la cupola del santuario non era ancora stata completataViola, cit., p. 66.. Interessante è notare come l'artista partecipi alla stesura del contratto in prima persona (pienamente capace di addentrarsi nelle questioni legali) e come a lui ci si rivolga come dominus, certificandone lo status sociale dignitosamente agiato.
I ritardi
Numerosissimi i disegni preparatori superstiti e di qualità altissima, che testimoniano il lungo e accurato studio dell'artista.
In generale i lavori alla Steccata andavano a rilento per la cronica mancanza di fondi. Solo nel 1534 venne completata la cupola e soltanto nel 1539 ne fu approntata la copertura in bronzo.
Illuminanti sono le notizie sui vari traslochi dell'artista in quegli anni. Rotti i ponti con la famiglia, si stabilì inizialmente non lontano dal Duomo. Nel novembre del 1532 risultava poi residente in Sant'Alessandro, praticamente davanti alla Steccata, per seguire lo sviluppo dei lavori che dovevano procedere alacremente. Nel '33 era in Sant'Antonino e l'anno successivo invece si allontanò bruscamente, stabilendosi nella vicinia di Santa Cecilia, nell'Oltretorrente, in quei quartieri artigianali con case più modeste, dagli affitti conseguentemente più bassi. La nuova dimora (una casa con corte e giardino che costa trenta ducati all'anno) sembra indicare la volontà precisa di allontanarsi dalla Steccata, segnando simbolicamente l'abbandono dell'impresa e una crisi nei rapporti con parenti, amici e protettori fino ad allora solidaliViola, cit., p. 67..
Il 6 novembre 1532, alla scadenza pattuita, l'artista aveva infatti ottenuto una proroga di un altro anno e mezzo, ma i committenti vollero garanzie sugli anticipi, che erano già arrivati a 200 scudi (un secondo versamento risale a quell'occasione, segno che a quella data i lavori procedevano). Il pittore allora trovò come fideiussori l'architetto Damiano da Pleta e il cavalier Francesco Baiardi (il committente del Cupido che fabbrica l'arco), che si impegnarono così a pagare di propria tasca un'eventuale insolvenza. Il 27 ottobre 1533 inoltre un notaio parmense registrò una "vendita" a prezzo gonfiato di un'opera, la Madonna di San Zaccaria, al bolognese Bonifacio Gozzadini, marito di quella Costanza Rangoni ritratta dall'artista. Pare però che tale prezzo (ben 50 ducati) non venne mai sborsato, ma coperto con la prestazione di assistenza e rappresentanza legale negli anni successiviDi Giampaolo-Fadda, cit., p. 136..
Al 27 settembre 1535 il lavoro era ancora incompleto e i confratelli della Steccata ingiunsero una prima volta a Parmigianino di ritirarsi, ma le sue rimostranze portarono a una nuova proroga. L'9 ottobre 1535 il Gozzadini era infatti stato delegato a rappresentare l'artista in una controversia a Bologna, quasi certamente la questione legata agli affreschi. Questa volta la conciliazione delle parti richiese quasi tre mesi e solo nel novembre di quell'anno i confratelli concessero una nuova proroga, fino al settembre 1536Viola, cit., p. 78.. Il pittore si dovette rimettere all'opera, come testimonia un versamento di tredici scudi e successivamente altri due pagamenti, per arrivare fino a cinquanta scudi.
L'estrema lentezza dell'artista, secondo qualche fonte coeva, era dovuta alla pratica assidua dell'alchimia, passione che lo condusse quasi alla miseria, ipotesi che ricerche più recenti peraltro ridimensionano fortemente...
Il sofferto completamento dell'arcone
Il 20 marzo 1536 si rinnovano però i soliti problemi: constatando lo stallo dei lavori, i fabbricieri, anticipando i termini contrattuali, presentarono un mandato di risarcimento degli anticipi al Podestà di Parma, e qualche giorno dopo anche al Pretore. Questa nuova querelle si risolse però col rilevamento di qualche inadempienza anche da parte dei confratelli, e, dopo una mediazione, il Parmigianino si rimise al lavoro.
Le fonti d'archivio registrano quindi uno stallo di circa due anni. L'11 gennaio 1538 il Gozzadini ricevette di nuovo una procura per rappresentare l'artista in difesa e nel febbraio i due fideiussori devono rinnovare la loro garanzia del credito dell'artista (ormai 250 scudi) verso la confraternita, se il lavoro non verrà completato. Nel frattempo, ad aprile di quello stesso anno, una nuova "stella" guadagna il primato artistico cittadino, quel Girolamo Bedoli cugino e compagno d'infanzia del Parmigianino, che riceve l'incarico di affrescare l'abside e il coro della cattedrale, dal punto in cui aveva interrotto il Correggio, allontanatosi da Parma nel 1530 e morto già dal 1534. Tale incarico dovette rappresentare una delusione per Parmigianino, che si vedeva così scavalcare dal meno dotato collega, il quale aveva a sua disposizione anche la bottega dei suoi fratelli e parenti, i Mazzola, in seguito al matrimonio con Caterina Elena, cugina del Parmigianino, figlia di suo zio Pier Ilario. Girolamo infatti, che aveva aggiunto al suo nome quello di "Mazzola", dal 1532 abita stabilmente nella casa di Borgo delle Asse, quella su cui Parmigianino, pur non risiedendovi, vantava ancora diritti patrimoniali ereditati dal padreEgli la usò come garanzia nel contratto per la realizzazione della Madonna del collo lungo del 1534, sebbene non vi abitasse da anni..
Furono anni difficili per l'artista, che Vasari definì profondamente trasformato: «[da] delicato e gentile, fatto con la barba e le chiome lunghe e malconce, quasi un uomo salvatico, un altro da quello che era stato»Le Vite, cit. in Viola, p. 83..
Il 3 giugno 1538 i fabbricieri della Steccata intimarono la restituzione di 225 scudi per inadempienza. Ottenuta una nuova proroga fino al 26 agosto 1539, sorge una nuova controversia sulla doratura dei rosoni. Un rogito del 2 agosto 1538 tratta a fondo tale questione, specialmente a proposito dell'esborso richiesto, con i fabbricieri che si impegnano a fornire il prezioso materiale a patto che l'artista consegni i rosoni perfettamente deauratos, come previsto nel contratto inizialeViola, cit., p. 83.. Una ricevuta relativa alla consegna dell'oro e una nota successiva dell'artista a sua difesa, datata 22 gennaio 1540, registrano tuttavia una forte discrepanza quantitativa tra i fogli effettivamente consegnati e i molti di più che l'artista dichiarò di aver dovuto usare. Pare infatti che ebbe a indebitarsi per acquistare altro materiale per completare il lavoro e rispettare i tempi di consegna stabiliti. Un pagamento del settembre 1539 dimostra che l'artista aveva finalmente terminato l'arcone: centonove giornate di lavoro effettivo (circa cinque mesi dunque) spalmati nel corso di quasi dieci anni rendono bene l'idea di quanto esasperante, per entrambe le parti, si rivelò l'impresa.
Epilogo
Ottenuto questo risultato, i confratelli pensarono bene di liberarsi dello scomodo artista, e a niente servì il progetto di una bellissima Incoronazione della Vergine da affrescare nell'abside, abbozzata in un disegno oggi nella Galleria nazionale di ParmaViola, cit., p. 84.. Il 19 dicembre 1539 la confraternita congedò il pittore: nell'atto notarile del 19 dicembre 1539 si determina che "maestro Francesco Mazzolo pictore non si abbia più per modo alcuno intromettersi né impaciare de la pictura de la Capella grande de la giesa nova de la Madonna de la Steccata". Inoltre, non avendo la confraternita più da temere per la realizzazione dell'opera, la vicenda si avviò verso un epilogo tragico, con l'arresto e l'imprigionamento dell'artista per inadempienza, e i successivi due mesi quasi di carcere. Un tale acuirsi della contesa può darsi che fosse dovuto, tolti i ponteggi, a una delusione rispetto al risultato finale, tanto avanzato stilisticamente da non incontrare il loro gusto ancora un po' provinciale, proprio come era avvenuto al Correggio qualche anno primaViola, cit., p. 85..
Appena rilasciato, Parmigianino approfittò per fuggire oltre il confine dello Stato, a Casalmaggiore.
La confraternita si mise allora in contatto con Giulio Romano, allora artista di corte a Mantova, che si dimostrò disponibile ad accettare l'invito impegnandosi a fornire un grande disegno acquarellato per lIncoronazione dell'abside, da far poi dipingere a qualcun altro. Nella seduta del febbraio 1540 che approvò tale scelta sedeva anche Francesco Baiardi, già amico e protettore di Parmigianino che evidentemente a quell'epoca ne prendeva le distanze, a testimoniare la voglia di mettere una pietra sopra una vicenda troppo tormentata. Una voce non confermata vuole infatti che l'artista, offeso dall'umiliazione, avesse danneggiato irreparabilmente il disegno delle figure che aveva già abbozzato sull'absideViola, cit., p. 101..