Il termine italiano “fisco” deriva dal latino fiscus, che originariamente significava “recipiente di vimini”.Cortesi E. e Landri G. ne “Il fisco” in “Enciclopedia del diritto” XVII, Milano, Giuffrè editore, 1968

Più tardi, in età repubblicana, si iniziò ad utilizzare questo termine per indicare particolari recipienti utilizzati per contenere monete: si trattava di recipienti in cui veniva custodito il denaro pubblico.

Il termine fiscus subì una ulteriore evoluzione a partire dall’età del principato; in quel periodo stava ad indicare la cassa pubblica facente capo all’imperatore, distinta da quella del popolo, detta erario.

Nel corso del tempo, fiscus venne a indicare il complesso dei beni dell’imperatore di provenienza pubblica e devoluti a scopi pubblici, sottoposti a un diritto privilegiato (privilegium fisci) e distinti dal suo patrimonio privato.

Nel diritto intermedio, il termine fisco tornò a indicare la cassa del principe o del Comune, ma poiché in questa confluivano entrate patrimoniali straordinarie (imposte sulle successioni, sui trasferimenti, multe ecc.), il fisco passò a designare proprio la persona giuridica che rappresentava il principe, anzi lo Stato, in quanto titolare di un patrimonio non propriamente privato, ma sottoposto al diritto privato. Si passò poi alla concezione secondo la quale al fisco era attribuita la titolarità di tutti i diritti patrimoniali, che oggi fanno capo allo Stato.

Oggi parliamo di sistema tributario, che è costituito dall’insieme coordinato dei tributi vigenti nello Stato in un determinato momento storico. Ogni sistema tributario, espressione della volontà dell'autorità vigente, si evolve nel tempo per adattarsi alle nuove realtà che via via si presentano.

I primi imperi Alcuni scavi operati nell’area della Mesopotamia, dell’Egitto e di Creta rivelano la presenza di magazzini reali, ma non si è in grado di dire se questi contenessero bottini frutto di saccheggio o requisizioni, oppure se fossero canoni d’affitto o tasse. I testi non sono espliciti sull’esistenza e sui modi di applicazione della tassazione.Ardant G. “Storia della finanza mondiale”, Roma, Editori Riuniti, 1981, p. 24 ss.

Avvalendosi delle carte di immunità dell’antico Impero egizio, si deduce che i contadini erano obbligati sia alla corvé (prestazione di lavoro), sia al pagamento di tasse, sia alla consegna di raccolti o prodotti manufatti. Sono stati inoltre ritrovati registri che rievocano il censimento delle persone, che potevano servire sia alla riscossione delle imposte, sia a convocare gli uomini per la corvé o per prestare servizio militare.

In un’economia in cui vigeva il baratto, l’imposta poteva anche essere pagata in natura: se ciò era molto comodo per il contribuente, non lo era altrettanto per lo Stato, che doveva immagazzinare i prodotti e conservarli. Questa fu una delle cause che diede vita alla nascita della moneta, molto più semplice da riscuotere in modo egalitario e più facilmente immagazzinabile rispetto alle imposte pagate in natura.

Roma antica Nella prima età imperiale, fiscus è un termine che veniva utilizzato con riferimento generico a tutta l’amministrazione finanziaria controllata in maniera diretta dall’imperatore, ed era comprensivo sia dei fisci provinciali sia del fiscus suus del principe, senza uno specifico riferimento a una cassa centrale pubblica dell’imperatore.

Con Claudio, e poi successivamente con la dinastia flavia, si crearono altri fisci, cioè casse speciali centrali amministrate dall’imperatore, per il tramite di procuratores incaricati.

Con Traiano si arriva ad usare il singolare fiscus per indicare l’insieme dell’amministrazione finanziaria imperiale, diverso dallaerarium, individuando con i due termini due finanze diverse e separate: quella imperiale e quella pubblica, esaurienti l’intera finanza statale. Laerarium che gli imperatori giulio-claudii avevano mirato a porre sotto il loro controllo, sostituendo i questori repubblicani incaricati della sua amministrazione con dei delegati imperiali, si era via via svuotato di importanza, con il graduale passaggio di entrate dall’erario al fisco. Contemporaneamente si erano amministrativamente distinti dalla cassa propriamente fiscale i beni privati dell’imperatore.

Con l’avvento del Dominato di Diocleziano, lo Stato viene a incarnarsi nella figura dell’imperatore, e perciò cade ogni ragione di distinguere fiscus e aerarium; i due termini finiscono per essere trattati come sinonimi. Viceversa si conserva la tripartizione tra fiscus, res privata e patrimonium dell’imperatore, alla quale corrisponde la separazione della finanza imperiale in tre distinte gestioni, che si affermò alla fine dell’età precedente, probabilmente a causa di influssi ellenistici.

La prima, chiamata sacrae largitiones, aveva lo scopo di provvedere a tutte le spese statali considerate quali donazioni del sovrano. La seconda, chiamata res privata, era relativa ad un complesso di beni che configuravano una sorta di patrimonio della corona. La terza atteneva invece al patrimonio privato della dinastia regnante.

Definizione giuridica di fisco nella Roma antica

La definizione giuridica di fiscus deve necessariamente tenere conto dell’evoluzione della realtà storica; il problema è imperniato sull’individuazione del soggetto giuridico cui può considerarsi far capo il fiscus.

All’inizio del principato augusteo, il termine fiscus non era indicativo di ciò che più tardi costituirà il fiscus Caesaris, ma faceva riferimento alla parte dell’apparato amministrativo e finanziario facente capo al principe, che si considerava relativa agli interessi collettivi anziché agli interessi privati dell’imperatore; non sembrava sussistere alcuna differenziazione, sul piano dell’organizzazione amministrativa, tra finanza pubblica e privata imperiale. Influiva molto su questo anche la mentalità romana, che considerava pubblico ciò che era di pertinenza del populus, e di conseguenza non poteva che considerare tutta la finanza facente capo all’imperatore come di pertinenza di quest’ultimo. Si vede dunque come il fiscus risultasse indifferenziato dal patrimonio privato dell’imperatore, quindi non di spettanza del polulus né costituente un soggetto giuridico a sé.

Man mano che si viene identificando un fiscus Caesaris quale cassa o tesoro, e il relativo patrimonio imperiale, nel quale viene gradualmente assorbito l’erario, si delinea sempre di più il carattere statualistico di esso: anche così non lo si considera come pubblico, ma piuttosto appartenente al principe, quale titolare della funzione imperiale. La proprietà a lui riconosciuta sulle province imperiali e sul fiscus appare dissimile dalla proprietà di tipo privatistico; ad esempio in tema di successione a causa di morte, risulta titolare del fisco e del relativo patrimonio non il diretto erede designato dall'imperatore ma il successore nella titolarità della carica, mentre il patrimonio privato dell’imperatore, la cui amministrazione man mano si separa da quella fiscale, andrebbe viceversa al suo erede personale.

Si spiega così la tendenza terminologica a personificare il fisco, riscontrabile nelle fonti già nel II secolo d.C., nonostante risulti pur sempre riconnesso alla persona del principe.

In età del dominato, venendo la persona dell’imperatore a incarnare lo Stato stesso, malgrado la suddivisione tra fiscus, res privata, e patrimonium, facenti capo nella teoria a diversi soggetti, nella pratica tutti e tre questi complessi risultavano visti quali suddivisioni del patrimonio statale.

Impero romano d'Oriente Nelle province dell'Impero romano d'Oriente (Costantinopoli, IV secolo d.C.) le entrate fiscali, diverse da quelle patrimoniali, provenivano soprattutto dalla terra, ed erano calcolate in base alla sua superficie e alla qualità del terreno, ad esempio il vigneto doveva contribuire più del pascolo e questo più del roveto (era la cosiddetta imposta fondiaria). L'attività agricola era assolutamente dominante, ma si ha notizia che già Costantino avesse introdotto una imposta in oro e in argento anche sulla produzione di beni e servizi svolta in città.

D'altra parte, tra i soggetti passivi, ogni "testa" che formava la famiglia era tenuta a pagare una imposta personale (capitatio, jugatio, testatico, a seconda delle terminologie usate).

Le imposte richiedevano un’apposita amministrazione dotata di funzionari, infatti per l'amministrazione dei tributi, a Bisanzio, il genikon rappresentava l'istituzione fiscale più importante, il cui compito era quello di fissare i tributi e poi di riscuoterli. A questo compito erano preposti diversi funzionari dell'Impero che dovevano saper leggere e scrivere (capacità che a quei tempi non era molto diffusa). I ruoli dei funzionari erano diversi, alcuni ad esempio si occupavano della misurazione dei terreni, altri iscrivevano al catasto le terre abbandonate e non coltivate e ripartivano le imposte tra gli eredi, altri ancora si occupavano dei tributi e dovevano coprire con propri mezzi le imposte che non riuscivano a riscuotere (l'esattore delle imposte doveva rispondere del “non riscosso per riscosso”: ciò significa che, a prescindere dalle vicende della riscossione, era tenuto a versare le rate risultanti dai ruoli di riscossione dei tributi).

Impero romano d'Occidente Nell'Impero romano d'Occidente, negli stessi secoli, erano in vigore l'imposta fondiaria e il testatico, inoltre vigeva l'imposta doganale.

Il gettito di queste imposte doveva essere di dimensioni notevoli per poter concorrere a sostenere gli ingenti impegni finanziari dell'Impero romano nei primi secoli dell'epoca cristiana, come ad esempio le spese di rappresentanza degli imperatori, dei loro palazzi, delle loro corti, delle loro guardie e dei loro servitori, delle loro famiglie. Vi erano poi le spese per il funzionamento dei senati e delle diverse magistrature, per il mantenimento dei numerosi funzionari pubblici; le spese più importanti furono soprattutto quelle per sostenere l'esercito e per la costruzione di opere di difesa.

Anche nell'Impero romano d'Occidente i problemi connessi all'amministrazione delle imposte indusse la burocrazia romana al proprio rafforzamento; si doveva provvedere a regolari censimenti, per il pagamento del testatico, e a tenere aggiornato il catasto, per il pagamento dell'imposta fondiaria, oltre che a comunicare all'inizio di ogni anno il tasso d'imposta per ogni unità terriera o per ogni “testa”.

Medioevo Nel Medioevo il prelievo fiscale normalmente non era determinato dalla capacità contributiva della popolazione soggetta al tributo, ma partendo da un obiettivo di prelievo già fissato, si divideva il carico sui soggetti passivi.

Le tipologie di prelievi erano diverse e colpivano sia basi contributive diverse (quali ad esempio le "teste", ossia le persone, o i beni immobili o mobili) che diverse categorie di contribuenti (cittadini o residenti nel contado). Per esempio per la tassa sul sale veniva prelevata obbligatoriamente, da parte dell'autorità locale, una certa dose di sale ad un costo predeterminato, in base al numero dei componenti il nucleo familiare e anche degli animali posseduti; era inoltre possibile che la quantità da prelevare fosse calcolata anche in base ai beni che la famiglia aveva in proprietà.

In passato non esisteva la distinzione che esiste oggi tra imposizione diretta e indiretta. Invasioni barbariche Le popolazioni che invasero e sconfissero l'Impero romano d'Occidente non avevano un proprio fisco, ma adottarono quello vigente. Nella pratica il mondo barbarico "riadopera" il sistema fiscale disegnato dal diritto romano. I Longobardi