Nei vari culti religiosi il cielo, inteso sia in senso fisico che prettamente spirituale, ha una grande importanza.

Esso è la sede delle divinità oppure una divinità stessa; talvolta il cielo stesso presta alla divinità stessa alcuni suoi attributi. Presso i popoli primitivi la divinità celeste s'identifica in genere con quella suprema, mentre la divinità sotterranea, detta ctonia, ne è in qualche modo nemica o contrapposta.

Fin dall'antichità quindi il cielo era il luogo della trascendenza o dell'aldilà, solitamente contrapposto alla dimensione immanente della terra, alla quale tuttavia esso poteva riconnettersi attraverso una sorta di perno universale chiamato axis mundi o albero cosmico. L'elevazione verso il cielo, con cui i profeti incarnatisi sulla terra spesso vi hanno fatto ritorno, è detta ascensione.

Vasto e sconfinato, dava l'idea dell'immensità di spazio, dell'universalità di pensiero, della pienezza del sentimento, della dolcezza e della grazia, della beatitudine. Le prime divinità furono quelle del cielo, come ad esempio il dio dei tuoni o Zeus.

Etimologia

Il termine cielo viene dal latino caelum, forse da kaid-lom, «(regione) tagliata e delimitata». La parola greca che indica il cielo è οὐρανός, ouranós, sia in senso fisico che spirituale.

In alcune lingue antiche e moderne si usano due parole differenti per i due significati. In inglese sky (di origine nordica) è il cielo in senso comune o scientifico, mentre heaven è il cielo in senso religioso. In ebraico si ha shamayīm, «cielo» (pluralia tantum: lett. "cieli"), e raqia, «firmamento».

Cielo e paradiso Comunemente cielo in senso religioso e paradiso sono considerati equivalenti; più precisamente cielo si riferisce alla sede del Paradiso e alla sua organizzazione: il Paradiso di Dante, per esempio, è diviso in nove cieli ai quali si deve aggiungere il Paradiso terrestre o Eden, più l'Empireo. Non mancano però paradisi (intesi come luoghi di beatitudine per le anime rette) che non si trovano in cielo: un esempio sono i Campi Elisi dell'antica Grecia, o lo stesso Eden.

Una distinzione ulteriore tra cielo e paradiso emerge in sant'Agostino: il cielo è la dimora attuale di santi e beati ma la loro condizione è provvisoria: la beatitudine piena si avrà solo dopo il Giudizio e la parusia, con la risurrezione dei corpi. Solo allora santi e beati potranno accedere al cielo sommo, che Agostino chiama appunto paradiso. Questa posizione è criticata da Giovanni Scoto Eriugena, che si appella a Massimo il Confessore e a Gregorio di Nissa per ribadire che non si può determinare la futura dimora dei corpi dei beati, dato che la condizione paradisiaca non si applica a un luogo definito in senso spazio-temporale ma piuttosto a una differente condizione esistenziale.

Il cielo nelle tradizioni religiose

Oltre che la sede del divino, sin dall'antichità il cielo era ritenuto vivo e animato in ogni sua parte, in quanto abitato appunto da esseri superiori, la cui manifestazione visibile erano gli astri.

La potenza di costoro variava a seconda del loro grado di altezza e luminosità: ad esempio per gli antichi Mesopotamici la volta del cielo era costituita da una serie di cupole, di solito tre (ma talora sette) che ricoprivano la Terra, ognuna composta di un diverso tipo di pietra preziosa.Nemet-Nejat, Karen Rhea, Daily Life in Ancient Mesopotamia, Daily Life. Greenwood, pp. 180-203 ISBN 978-0313294976. La più bassa era fatta di diaspro, quella mediana di pietra saggilmut, dimora degli Igigi, mentre la cupola più alta di pietra luludānītu e personificata come An, il dio del cielo.

Come in altre antiche culture del Medio Oriente, nella Bibbia ebraica l'universo è comunemente diviso in due regni: il cielo (šāmayim) e la terra (ereṣ).Michael B. Hundley, Heaven and Earth, in Samuel E. Balentine, The Oxford Encyclopedia of the Bible and Theology, vol. 1: ABR–JUS, Oxford, University Press, 2015, pp. 451–457 ISBN 978-0-19-023994-7. A volte si aggiunge un terzo regno: il «mare», «acqua sotto la terra», o talvolta una vaga «terra dei morti» che non viene mai descritta in profondità. La struttura stessa del cielo non è mai completamente descritta nella Bibbia, ma il fatto che la parola ebraica šāmayim sia plurale è stato interpretato dagli studiosi come un'indicazione che gli antichi israeliti immaginavano i cieli come aventi più strati, proprio come gli antichi Mesopotamici.

Struttura dei cieli nell'astronomia greca

Nell'antica Grecia, gli Dei discendevano a loro volta da divinità primordiali personificazioni del cielo, quali Urano ed Etere. La Terra era considerata il centro dell'universo, al di sopra della quale ruotavano diverse sfere concentriche, collocate una dentro l'altra, il cui numero serviva a rendere ragione dei movimenti all'apparenza irregolari degli astri. Pitagora intravedeva in esse delle relazioni matematiche che producevano un'armonia celestiale, la cosiddetta «musica delle sfere», impercettibile all'orecchio umano, capace di influire sulla qualità della vita terrena.Deborah Houlding, The Traditional Astrologer, pag. 28, Ascella, 2000.

Al di là dei cieli Platone collocava l'Iperuranio, sede delle idee, mentre secondo il modello di Aristotele, perfezionato in seguito da Claudio Tolomeo, vi era oltre l'universo un Motore immobile, identificabile con la Divinità suprema – mentre i vari Dei risiedevano al suo interno – che ingenerava un impulso al movimento in queste sfere, le quali cercando di imitare la sua perfetta immobilità risultavano contraddistinte dal moto più regolare e uniforme che ci fosse, quello circolare. Tale movimento tendeva tuttavia a corrompersi progressivamente dalla sfera più esterna verso quella terrestre, trasformandosi da circolare-uniforme in rettilineo.Aristotele, Fisica, libro VIII. Cfr. anche di Aristotele il De Coelo.

Struttura dei cieli nella teologia cristiana

Basandosi sulla cosmologia tolemaica, i teologi cristiani identificarono così nove cieli fondamentali, i primi sette corrispondenti alle orbite dei pianeti visibili a occhio nudo: costituiti da una sostanza spirituale, eterea e priva di ogni difetto, contenevano il pianeta ad essi associato incastonato come una gemma. Di questi, il più elevato era quello di Saturno, donde l'espressione «essere al settimo cielo», nel senso di raggiungere una grande felicità. Ad essi si aggiungeva un cielo delle stelle fisse o Firmamento, e un Primo mobile (Primum mobile) che dava il moto a tutti gli altri. Vennero poi aggiunti, talvolta, altri due cieli cristallini e infine la sede di Dio, ovvero il cielo fisso detto Empireo, che portavano il computo finale a 12, numero importante per la mistica cristiana.

Fino al Medioevo furono comunque nove i cieli complessivi identificati dagli studiosi di astronomia, una disciplina ritenuta intimamente collegata a molte altre, quali l'astrologia, la filosofia, la teologia, l'angelologia e le scienze, secondo una visione organica e unitaria del sapere dell'epoca, magistralmente sintetizzato ad esempio da Dante Alighieri nel Convivio (1307). Questi associò ad ognuno dei nove cieli un pianeta dell'astrologia, ed anche una delle nove gerarchie angeliche della tradizione cristiana risalente a Dionigi l'Areopagita.Cfr. il suo trattato De coelesti hierarchia, oggi attribuito ad uno pseudonimo di Dionigi del V secolo. Come nell'antichità greco-romana ogni divinità era collocata in un suo proprio cielo, allo stesso modo risultava così collocato ogni coro degli angeli in una precisa sfera, preposto al moto di rivoluzione del suo rispettivo pianeta:

Ogni cielo è inoltre identificato da Dante con una scienza:

L'ordine dei nove cieli medioevali, più l'Empireo, elencati secondo la loro progressiva distanza dalla Terra, risultava dunque il seguente: Sfere PianetiGerarchieScienzeI Cielo Luna Angeli GrammaticaII CieloMercurioArcangeliDialetticaIII CieloVenerePrincipatiRetoricaIV CieloSolePotestàAritmeticaV CieloMarteVirtùMusicaVI CieloGioveDominazioniGeometriaVII CieloSaturnoTroniAstrologiaVIII CieloStelle fisse (Zodiaco)CherubiniFisica e MetafisicaIX CieloPrimo mobileSerafiniEticaX CieloEmpireoDioTeologia

Regno dei cieli

Un termine ricorrente nella letteratura evangelica cristiana, più sviluppata dell'Antico Testamento, è «regno dei cieli» (in greco βασιλεία τῶν οὐρανῶν, basileía tòn ouranōn), contrapposto a quello della terra su cui invece governa il Signore delle tenebre. La risoluzione di questa contrapposizione, con la venuta del «regno dei cieli» sulla terra, fu indicata da Gesù come vicina o imminente.

Secondo Bart Ehrman tuttavia, a causa del procrastinarsi di quest'evento, le attese cristiane si sarebbero trasformate gradualmente nell'attesa di una ricompensa immediata in cielo dopo la morte, piuttosto che in una futura discesa del regno divino sulla terra, sebbene le dichiarazioni di fede della chiesa continuassero a promettere il giorno della risurrezione dei morti e l'avvento di un nuovo mondo.Ehrman, Bart. Peter, Paul, and Mary Magdalene: The Followers of Jesus in History and Legend. Oxford University Press, USA. 2006. Ad esempio papa Clemente I, primo fra i Padri della Chiesa, non menziona l'ingresso in cielo dopo la morte, ma esprime invece la fede nella risurrezione dei morti dopo un periodo di “sonno” o stato intermedio.1 Clemente 26:2, che dura fino alla Seconda Venuta.E. C. Dewick, tutore e decano del St. Aidan's College, Birkenhead, e docente di Storia della Chiesa all’Università diLiverpool. Primitive Christian Eschatology: The Hulsean Prize Essay for 1908 2007 reprint Page 339

Cosmologia ortodossa Anche secondo la cosmologia ortodossa orientale, il Cielo è strutturato su molteplici livelli (), il più basso dei quali è il Paradiso terrestre. Al tempo della creazione, questo toccava la terra nel Giardino dell'Eden. Dopo la caduta dell'uomo, il Paradiso fu separato dalla terra e all'umanità ne fu proibito l'ingresso, perché non prendesse parte all'albero della vita e vivesse eternamente in uno stato di peccato (). Dopo la Crocifissione di Gesù, gli ortodossi orientali credono che Gesù abbia aperto di nuovo la porta del paradiso all'umanità (), e il ladro pentito sia stato il primo ad entrare.

Struttura dei cieli nella teologia islamica

Simile alle tradizioni ebraiche come il Talmud, anche nel Corano e negli Hadith ricorre spesso la descrizione di sette samāwāt (سماوات), plurale di samāʾ (سماء), che significa «cielo», «strato» o «sfera celeste», affine all'ebraico shamāyim ( שמים). Alcuni dei versetti del Corano che menzionano i samaawat sono 41:12, 65:12 e 71:15. Sidrat al-Muntaha, un grande misterioso albero di loto, segna la fine del settimo cielo e l'estremo limite per le creature di Dio e la conoscenza umana.Abdullah Yusuf Ali, The Holy Qur-an: text, translation and commentary, Qatar National Printing Press, 1946, p. 1139, n. 3814.

Secondo fonti sciite, Alì menzionò i nomi dei sette cieli come segue:Al-Burhan fi Tafsir Al-Qur'an, v. 5, p. 415. Rafi''' (رفیع), il paradiso minore (سماء الدنیا)Qaydum (قیدوم)Marum (ماروم)Arfalun (أرفلون)Hay'oun (هيعون)Arous (عروس)Ajma' (عجماء)