La battaglia di Mai Ceu fu l'ultima grande battaglia della guerra d'Etiopia. Fu caratterizzata dal fallimento del contrattacco delle forze dell'esercito regolare etiopico che, al comando diretto dell'imperatore Hailé Selassié, si scontrarono frontalmente con le truppe italo-eritree al comando del maresciallo Pietro Badoglio, schierate in posizioni difensive appositamente predisposte.

La battaglia venne combattuta presso Mai Ceu, nell'attuale regione del Tigrè. La controffensiva etiopica venne contrastata anche con l'impiego di gas asfissianti, lanciati da aerei italiani fra le linee i giorni precedenti la battaglia. Dopo molte ore di attacchi da parte delle forze etiopiche, compresi i soldati della Guardia imperiale, i Kebur Zabagnà, che misero in alcuni punti in grave difficoltà le truppe italiane ed eritree, l'offensiva fu respinta con pesanti perdite. Gli Àscari eritrei subirono la maggior parte degli attacchi e contribuirono in modo decisivo alla vittoria italiana.

Dopo la battaglia l'esercito etiopico si disgregò durante la ritirata e venne decimato dall'aviazione italiana nella successiva battaglia del lago Ascianghi.

Antefatto Il 3 ottobre 1935, il generale Emilio De Bono era avanzato in Etiopia dall'Eritrea senza che fosse stata firmata alcuna dichiarazione di guerra, alla guida di circa soldati italiani e ascari eritrei verso la capitale etiope di Addis Abeba. Nel dicembre di quello stesso anno, dopo un breve periodo di inattività, De Bono venne rimpiazzato da Badoglio. Dopo aver contenuto a dicembre l'Offensiva etiope di Natale e, successivamente, aver logorato le truppe di Ras Cassa e Ras Sejum nella prima battaglia del Tembien, Badoglio riprese l'iniziativa sconfiggendo le tre armate etiopi presenti nel Tigrai in tre scontri separati: la battaglia dell'Amba Aradam, la seconda battaglia del Tembien e la battaglia dello Scirè.

La vittoria dell'Amba Aradam consentì agli italiani di aprirsi la strada per i tre valichi di Alagi che vennero occupati senza incontrare resistenza alcuna dal I corpo d'armata del generale Santini il 28 febbraio 1936, da qui le avanguardie italiane scesero nella piana di Mai Ceu fra il 6 e 18 marzo.

Secondo i piani di Badoglio nella seconda decade di marzo le truppe avrebbero dovuto perfezionate il loro schieramento per consentire di riprendere l'iniziativa il 6 aprile.

La marcia dell'imperatore da Dessié a Quoram Mentre gli italiani si apprestavano a marciare su Alagi, il 20 febbraio Hailé Selassié lasciava il suo quartier generale di Dessiè per dirigersi verso nord lungo la strada imperiale sino a giungere a Quoram ove entrò ai primi di marzo. Arrivato nella cittadina con la speranza di raccogliere i resti dell'armata sconfitta nell'Endertà e in ritirata da Alagi, venne subito informato della gravità della situazione: Ras Mulughietà era morto mentre i Ras Cassa e Ras Sejum erano stati sconfitti.

Questi ultimi, in fuga dopo la sconfitta nella seconda battaglia del Tembien, lo raggiunsero nel quartier generale il 19 marzo seguiti soltanto dalla loro guardia personale. Sempre a Quoram arrivò anche ras Ghetacciù Abaté proveniente dalla provincia di Caffa.Mockler. p. 113

Il 21 marzo venne intercettato dagli italiani un messaggio radio inviato da Hailé Selassié a sua moglie, l'imperatrice Menen Asfaù: «Dal momento che confidiamo nel nostro Creatore e speriamo nel Suo aiuto abbiamo deciso di avanzare e di entrare nelle fortificazioni dei nemici se Dio vorrà, confido questa decisione in segreto agli Abuna, ai ministri ed ai dignitari e chiedo a voi di fare un'offerta a Dio e di destinarci copiose preghiere.»

L'imperatore, nonostante il fatto che gli scontri campali fossero stati tutti perduti dagli etiopi per la mancanza di copertura aerea e per l'armamento inferiore in termini di artiglieria e mitragliatrici e nonostante il fatto che Hailé Selassié stesso avesse più volte rimproverato i suoi ras di aver accettato battaglia in campo aperto anziché attenersi alla molto più efficace guerriglia, finì per commettere lo stesso errore. Mai chiariti furono i motivi di tale decisione: forse fu spinto dai dignitari di corte e dalla tradizione o forse attaccò perché, sapendo che gli italiani giunti a Mai Ceu intorno al 20 marzo erano poche migliaia, vi era la possibilità di ottenere un successo locale per poi ritirarsi più a sud in attesa della stagione delle piogge.

Quando Badoglio sentì il messaggio che indicava la volontà di Hailé Selassié di avanzare, annullò tutti i preparativi di attacco preferendo invece organizzarsi in posizione difensiva, con il duplice scopo di stancare meno i propri uomini e spingere gli etiopi all'offensiva su di un terreno più congeniale agli italiani.Mockler, p. 114

Le forze in campo Le truppe imperiali erano le ultime rimaste intatte dopo gli scontri nel Tigrè, erano le meglio equipaggiate e includevano i sei battaglioni della Guardia Imperiale (Kebur Zabangna). Inoltre, a differenza delle altre forze etiopi, le armate personali di Hailé Selassié disponevano anche di un reggimento di artiglieria composto da 20 cannoni da 75 mm e alcuni da 81 mm, grazie al quale nell'ultima decade di marzo riuscì a colpire le postazioni italiane senza che queste potessero rispondere, perché a Mai Ceu era arrivata solo l'artiglieria leggera. In totale le forze etiopi constavano in circa uomini.Marcus, 145-6.

Badoglio disponeva invece in prima linea della 5ª Divisione alpina "Pusteria" rafforzata dall'ottavo gruppo di battaglioni eritrei che teneva la destra dello schieramento italiano fra il passo Mecan e l'amba Bohorà, della 2ª Divisione eritrea a protezione del villaggio di Mai Ceu e della 1ª Divisione eritrea lungo la valle del torrente Mai Ceu sino a coprire con l'ala sinistra Corbettà. Un totale di circa uomini dotati di circa 1000 mitragliatrici (contro le 200-300 degli abissini) e protetti dal totale dominio dei cieli.

Prima della battaglia, il maresciallo decise di spiegare ai suoi uomini la situazione: «Il negus ha tre scelte: attaccare ed essere sconfitto, attendere il nostro attacco e la nostra successiva vittoria oppure ritirarsi, il che è oltremodo disastroso per un'armata che fatica a rifornire i propri uomini di cibo e munizioni.»TIME, 13 April 1936 Badoglio, inoltre, sviluppò un sistema di raccolta informazioni sul campo in grado di intercettare gran parte delle comunicazioni radio degli etiopi.

Gli etiopi si trovavano quindi in netta minoranza. Per combattere le forze italiane, l'imperatore raccolse del denaro (il corrispettivo di 10-15 dollari) e lo distribuì con altri doni alla popolazione degli Azebo Galla in cambio della loro alleanza.Mockler, p. 116 Essi gli giurarono fedeltà salvo poi accordarsi con gli italiani che finirono con l'essere il miglior offerente.

L'indugio decisivo di Hailé Selassié Se Hailé Selassié avesse attaccato il 24 marzo, come originariamente aveva pianificato, avrebbe colto gli italiani di sorpresa e le cose sarebbero forse andate diversamente. Egli tuttavia perse alcuni giorni destinati a rivelarsi fatali per l'esito dello scontro: già il 26, infatti, dopo due giorni di discussioni sterili su piani di battaglia, giunse notizia che il numero di italiani a Mai Ceu era aumentato, il 27 e il 28 vennero persi in attesa che tutti i sottocapi si dichiarassero pronti, poi l'attacco slittò ancora per attendere il 31 marzo, giorno ritenuto propizio in quanto si festeggia San Giorgio.

Tutto il tempo che gli etiopi persero fra consigli di guerra che l'imperatore tenne sul campo, banchetti e preghiere, fu messo a frutto dagli italiani per organizzarsi e rafforzare le proprie difese: le solide fortificazioni che vennero erette in quei giorni divennero decisive per contenere l'urto degli attaccanti.

Il Negus divise la sua armata in quattro gruppi, stabilendo che un gruppo sarebbe stato da lui direttamente guidato mentre gli altri tre sarebbero stati affidati agli altri ras.Hailé Selassié I, Volume I, p. 277 I soldati alle dirette dipendenze dell'imperatore andarono a costituire la riserva, a ras Ghetacciù Abaté vennero affidati uomini per assaltare le posizioni degli alpini della Pusteria sull'amba Bohorà, alla sinistra dello schieramento italiano, a ras Cassa e ai suoi uomini era assegnato il compito di attaccare la 2ª Divisione eritrea al centro dello schieramento e di aprirsi un varco verso Mai Ceu, mentre un contingente più esiguo valutabile in - unità comandato da ras Sejum Mangascià ebbe il compito di attaccare le posizioni tenute sull'estrema destra dalla 1ª Divisione eritrea del generale Gustavo Pesenti e di portarsi alle spalle del villaggio Mai Ceu.

Lo svolgimento Il 31 marzo 1936 venne lanciato un attacco frontale che diede inizio ufficialmente alla battaglia di Mai Ceu. L'attacco ebbe inizio alle 5:45 di mattina e continuò per le successive tredici ore senza interrompersi.

Gli italiani, allertati già da alcuni disertori etiopi, erano rimasti in posizione sulla linea del fronte tutta la notte. Nonostante l'allerta, l'attacco giunse comunque improvviso, prova ne è il fatto che il comandante in capo italiano, Badoglio, non era sul luogo per dirigere le operazioni che furono quindi affidate al comando del generale Ruggero Santini coadiuvato da Alessandro Pirzio Biroli. Che la data dell'attacco non fosse stata del tutto prevista è anche confermato dallo scarso munizionamento che aveva in dotazione l'artiglieria all'inizio della battaglia, con rifornimenti che non erano previsti prima di 20 ore.

Nel primo attacco gli etiopi si lanciarono con ferocia contro gli italiani che però ebbero la meglio grazie a numerosi colpi di mortaio.

L'assalto all'Amba Bohorà Nelle primissime fasi del combattimento l'obiettivo degli etiopi era conquistare la vetta dell'amba Bohorà, che è l'unico rilievo presente nella conca, e scardinare il perno sinistro dello schieramento italiano. Gli etiopi si lanciarono con arditi attacchi contro le posizioni tenute dai battaglioni Intra, Pieve di Teco e Feltre della divisione "Pusteria", sostenuti dalla loro artiglieria, un pezzo della quale veniva manovrato dall'imperatore in persona. Tuttavia, nonostante gli sforzi, gli etiopi non riuscirono a conquistare la vetta dell'amba poiché le fortificazioni difensive innalzate nei giorni precedenti si rivelarono invalicabili.

L'attacco al centro e l'intervento dell'aviazione Gli etiopi fecero quindi attaccare al centro i uomini al comando di ras CassaMockler, p. 117 che avanzarono verso il passo di Mekan sul fianco sinistro italiano. Hailé Selassié pensava in questo modo che, scontrandosi con altri eritrei, avrebbe incontrato meno resistenza.Barker, p. 97 Alle 5.45 del mattino 31 marzo, poco prima dell’alba, precedute dal tiro dell'artiglieria etiopica, tre colonne abissine comandate rispettivamente da ras Cassa Darghiè, da ras Sejum e da ras Ghetacciù mossero verso le posizioni tenute dalla 1ª e 2ª Divisione eritrea e dalla 5ª Divisione alpina "Pusteria". Le prime due ore gli etiopici attaccarono senza risultati il fronte tenuto dai battaglioni Feltre e Pieve di Teco, con il battaglione alpini Exilles in seconda schiera, fiancheggiati dal battaglione alpini Intra verso passo Mecan occidentale, e dalla 2ª Divisione eritrea verso passo Mecan orientale.