Patrona di Palermo, il suo culto è uno dei più diffusi di tutta la città e dell'intera Sicilia. Il tradizionale Festino di Santa Rosalia, celebrato in onore della santa, coinvolge centinaia di migliaia di persone provenienti da tutta la Sicilia. Le sue reliquie sono conservate presso la Cattedrale di Palermo, a lei dedicata assieme alla Vergine Assunta.
Biografia
Rosalia Sinibaldi nacque nel 1130, presumibilmente a Palermo, dal conte Sinibaldo Sinibaldi, signore di Monte delle Rose e Quisquina, membro della famiglia dei Berardi, noti come Conti dei Marsi, famiglia discendente diretta dell'imperatore Carlo Magno, e dalla nobile Maria Guiscardi, nipote del re Ruggero II di Sicilia. È nota per essere stata altresì pronipote dei cardinali Berardo de Marsi, Giovanni di Tuscolo, Leone Marsicano e Oderisio di Montecassino.
Quanto alla sua nascita, è stato tramandato che nel 1128 il re Ruggero II di Sicilia, mentre osservava il tramonto dal Palazzo Reale con la moglie Elvira di Castiglia, vide apparirgli una figura che gli disse: «Ruggero, io ti annuncio che, per volere di Dio, nascerà nella casa di Sinibaldo, tuo congiunto, una rosa senza spine». Per tale motivo, poco tempo dopo, quando nacque, la bambina fu chiamata Rosalia, da un'etimologia popolare latina secondo cui il nome Rosalia sarebbe composto da rosa e lilium, ovvero rosa e giglio. Esiste un'altra tradizione che vede spettatori della visione Guglielmo I di Sicilia e sua moglie Margherita di Navarra, ma tale avvenimento non può essere accaduto poiché Rosalia nacque nel 1130, mentre Guglielmo regnò dal 1154 al 1166.
Da giovane, Rosalia visse in ricchezza presso la corte di Ruggero e la villa paterna, ubicata nell'attuale quartiere di Olivella. Rosalia, educata a corte, per la sua bellezza e gentilezza nel 1149 divenne damigella d'onore della regina Sibilla di Borgogna.
Un giorno il conte (o secondo altri principe) Baldovino (erroneamente identificato con Baldovino III di Gerusalemme) salvò il re Ruggero da un animale selvaggio (un leone, secondo la leggenda) che lo stava attaccando; il re volle ricambiarlo con un dono, allorché Baldovino chiese in sposa Rosalia. Il giorno delle nozze Rosalia si presentò a corte con le bionde trecce tagliate sostenendo che, la sera prima mentre si specchiava, vide riflessa l'effige di Gesù. La ragazza poté così evitare il matrimonio al quale era stata costretta, preferendo abbracciare la fede, cui si era già dedicata da fanciulla. A quindici anni abbandonò quindi il Palazzo Reale, il ruolo di damigella e la casa paterna e si rifugiò a Palermo presso la Chiesa del Santissimo Salvatore, all'epoca monastero. Tuttavia, ben presto, anche quel luogo non le era più congeniale, ciò a causa delle continue visite dei genitori e del promesso sposo che cercavano di dissuaderla dal suo intento.
Dopo aver scritto e consegnato una lettera in greco con una croce di legno alle monache, decise quindi di trovare rifugio presso una grotta situata nei possedimenti del padre, presso Santo Stefano Quisquina, dove visse per 12 anni, documentando la propria scelta di vita con un'epigrafe latina scritta all'ingresso della grotta. Successivamente, la regina Sibilla consentì a Rosalia di far ritorno a Palermo e di occupare un'altra grotta, quella posta sul Monte Pellegrino: qui sarebbe morta nel sonno, in pace e in solitudine, il 4 settembre 1170, all'età di 40 anni.
Culto
Il culto della santa è attestato da diversi documenti (Codice di Costanza d'Altavilla depositato presso la Biblioteca regionale di Palermo; antica tavola lignea del XIII secolo che la rappresenta in veste di monaca basiliana oggi custodita presso il Museo diocesano di Palermo). A partire dal 1196 il suo culto era ben noto. La si pregava, e prega, con il semplice versetto "Sancta Rosalia – ora pro nobis", e le erano state costruite due chiese, o cappelle, a Palermo: una sul Monte Pellegrino, chiamata chiesa di Santa Rosolea, vicino o davanti alla grotta stessa, l'altra nell'attuale quartiere di Olivella, dove sorgeva la casa di Sinibaldo, padre di Rosalia; di tale casa oggi rimane solo l'antico pozzo, internato nel pavimento del cortile del seicentesco Oratorio di Santa Caterina, che a sua volta sorge dove vi era l'antica chiesa di Rosalia. Nel XX secolo, una nuova chiesa dedicata a lei fu progettata da Ernesto Basile vicino al Giardino Inglese.
Vi sono inoltre numerosi dipinti medievali che la raffigurano insieme ad altri santi oppure come soggetto unico, una statua marmorea di Antonello Gagini, una volta posta all'interno della Tribuna della Cattedrale, realizzata dal Gagini stesso e oggi denominata "Santa Caterina da Bologna", e infine una statua-reliquiario cinquecentesca di scuola gaginiana che la raffigura in abiti francescani (anche se la santa non appartenne a tale ordine bensì all'antica regola basata sulla spiritualità di san Basilio Magno, che oggi si trova al Palazzo Abatellis).
Culto a Palermo
Secondo la leggenda, nel 1625 la santa salvò Palermo dalla peste e ne divenne la patrona, esautorando, difatti, gli altri patroni della città, tra cui Agata, Cristina, Ninfa e Oliva. Infatti mentre infuriava la terribile epidemia arrivata in città il 7 maggio 1624 da una nave proveniente da Tunisi, presso l'antico altare dedicato alla santa, accanto a una grotta sul Monte Pellegrino, avvenne un fatto straordinario: venne rivelato in visione a Girolama La Gattuta il luogo dove si trovavano i resti mortali della santa e questi, trovati il 15 luglio, furono portati nella camera del cardinale Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo.
In séguito, il 13 febbraio 1625, la santa apparve al povero "saponaro" Vincenzo Bonelli, abitante dell'antico quartiere di Panneria, che viveva barattando mobili vecchi. Avendo perso la consorte quindicenne a causa della peste, era salito sul Monte Pellegrino sul far della sera con l'intento di gettarsi giù dal precipizio prospiciente il mare (zona Addaura) per farla finita, causa la sua disperazione per la prematura scomparsa della giovane moglie. Al momento di mettere in atto il suo triste intento, gli apparve innanzi una splendida figura di giovane donna pellegrina, bella e di grande splendore, che lo dissuase dal suo proposito, portandolo giù con sé al fine di mostrargli la sua grotta; infatti lo condusse nei pressi dell'antica Chiesa di Santa Rosolea, già allora esistente e dove la si venerava da antica data, nei pressi della famosa grotta che ella gli indicò come la sua "cella pellegrina". Scese con lui dalla cosiddetta "Valle del Porco" verso la città, esortandolo a pentirsi; inoltre lo invitò a informare Giannettino Doria che non si facessero più «dispute e dubbi» sulle sue ossa e che, infine, venissero portate in processione per Palermo, poiché lei, Rosalia, aveva già ottenuto la certezza, dalla gloriosa Vergine Madre di Dio, che, al passaggio delle sue ossa durante il canto del Te Deum laudamus, la peste si sarebbe fermata. Rosalia gli disse inoltre: «E per segno della verità, tu, in arrivare a Palermo, cascherai ammalato di questa infermità [la peste] e ne morrai, dopo aver riferito tutto ciò al cardinale: da ciò egli trarrà fede a quanto gli riferirai». Tutto questo il Bonelli lo raccontò al suo confessore, padre don Pietro Lo Monaco, parroco della Chiesa di Sant'Ippolito, che glielo fece riferire subito al cardinale di Palermo, il quale – constatando che realmente il Bonelli si era improvvisamente ammalato di peste e ne stava di lì a breve morendo – gli diede credito, e il 9 giugno fece fare una solenne processione con le sante reliquie ritrovate l'anno prima, liberando immediatamente, durante la processione delle reliquie di Rosalia, la città di Palermo dalla pesteTrascrizione dallOriginale dellj testimonij di Santa Rosalia, ms 2 Qq 89 della Biblioteca comunale di Palermo, a cura di Rosalia Claudia Giordano..
Poiché la memoria della santa palermitana nel XVII secolo lasciava ancora qualche residuo nelle litànie (si narra infatti che, durante una delle processioni che invocavano i vari santi per liberare la città dal contagio, due diaconi pronunciassero il nome di santa Rosalia contemporaneamente, segno che fece riaffiorare l'interesse in città per il suo culto "sòpito"), la riscoperta del suo corpo glorioso sul Monte Pellegrino incastonato in un involucro di roccia cristallina (che poco dopo si scoprì essere calcarenite) e la successiva rivelazione al cardinale Doria del racconto del Bonelli con conseguente liberazione della città dall'epidemia, ne sancì il definitivo e popolare patrocinio, ratificato a Roma sotto il pontificato di papa Urbano VIII.
Il culto è ancora oggi particolarmente vivo a Palermo, dove ogni anno, il 14 e il 15 luglio, si ripete il tradizionale "Festino" che culmina nello spettacolare gioco pirotecnico del 14 notte e nella processione in suo onore il 15.
Il 4 settembre, invece, la tradizionale acchianata ("salita" in lingua siciliana) a Monte Pellegrino conduce i devoti al santuario in circa un'ora di scalata a piedi. Nella città metropolitana di Palermo il culto è presente a Campofelice di Roccella, in quanto importato dal principe palermitano fondatore dell'abitato attuale nel 1699, mentre in altri centri delle Madonie se ne trovano solo scarse tracce. A Bisacquino, feudo dell'arcivescovo di Monreale, il culto deriva da una reliquia della santa donata nel 1626 dall'arcivescovo di Palermo.
In relazione alla profonda devozione dei palermitani, al Museo diocesano di Palermo sono state raccolte nella Sala Verde molte pitture dal XIII al XIX secolo che raffigurano santa Rosalia. Tra queste spicca la prima presunta immagine che la ritrae in una tavola del XIII secolo e il primo ritratto ufficiale, voluto dal Senato di Palermo nel 1624.
Curiosamente la Santuzza (così è conosciuta tradizionalmente dai palermitani) è oggetto di speciale venerazione anche da parte della numerosa comunità di tamil originari dello Sri Lanka, presente nella città e in gran parte di fede induista.
Culto a Santo Stefano Quisquina
In Sicilia il culto è attestato inoltre a Santo Stefano Quisquina, dove secondo la tradizione la santa visse per dodici anni in eremitaggio. Nei pressi della grotta, successivamente, è stato costruito l'Eremo di Santa Rosalia alla Quisquina.
Ogni anno, il martedì dopo Pasqua, gli stefanesi con i sacerdoti si recavano in pellegrinaggio alla Quisquina. Alle bambine stefanesi si dava il nome di Rosalia come risulta dai registri parrocchiali. Una preziosa testimonianza del culto antico di santa Rosalia lo rivela una tela del 1464 conservata nella Matrice di Santo Stefano che raffigura i tre santi protettori: santo Stefano, la Madonna della Catena e santa Rosalia, con in mano una rosa e un diadema di rose sul capo. Il 9 giugno 1625 furono portate in processione le ossa di santa Rosalia ritrovate sul Monte Pellegrino e Palermo fu liberata dalla peste. La notizia si diffuse anche a Santo Stefano dove due muratori palermitani che lavoravano nella costruzione del Convento di San Domenico si recarono alla Quisquina e il 24 agosto 1624 scoprirono dentro una grotta, scolpita sulla roccia, l'epigrafe latina di santa Rosalia:
Era il testamento spirituale della santa scolpito con le proprie mani. Gli stefanesi chiesero all'arcivescovo di Palermo, il cardinale Doria, le reliquie della Santa, che furono donate in uno splendido busto argenteo il 25 settembre 1625. Nel 1693 un ricco mercante genovese, Francesco Scassi, si ritirò nella Quisquina e fondò la congregazione dei monaci devoti a santa Rosalia, facendo costruire i primi ambienti del convento che poi verranno ampliati con i finanziamenti del principe Ventimiglia, barone di Santo Stefano.