La chiesa di Sant'Andrea è un luogo di culto cattolico di Bergamo, si trova in via Porta Dipinta 39, nella parte alta della città, ricostruito nell'Ottocento su progetto dell'architetto Ferdinando Crivelli sulla base di un precedente edificio, documentato a partire dal 785 d.C.. Conserva notevoli pale d'altare opera di Andrea Previtali, Moretto da Brescia, Francesco Bassano, Enea Salmeggia, Giovan Paolo Cavagna, Jacopo Palma il Giovane, Padovanino, Gian Giacomo Barbello, Giuseppe Riva, Gian Battista Riva, Giovanni Battista Epis, Giovanni Pezzotta, Amadio Pansera. Nella ex chiesa ipogea nel 1950 è stato ricavato un teatro, riaperto nel 2019. Negli ambienti al di sotto della sacristia nel 2021 è stato ricavato un Museo Storico e di Arte Sacra, mentre al piano terra della casa parrocchiale si trova il Centro Universitario Sant'Andrea, che mette a disposizione degli studenti universitari un'aula studio, presso la quale nello stesso 2021 è stata allestita una biblioteca dedicata all'americano James A. Podboy, per anni residente in Palazzo Benaglio-Salvioni, cui si deve il lascito del primo fondo di volumi e del mobilio.

Storia L'aspetto della chiesa si deve a un progetto di Ferdinando Crivelli, eseguito a partire dal 1837 sui resti di una chiesa già ricostruita nel XVI e nel XVII secolo sull'area di una basilica cimiteriale protocristiana, nominata come basilica Sancti Andreae in un atto notarile del 5 maggio 785, conservato presso l'Archivio di Stato di Bergamo.

Una lapide murata nella cappella dei Martiri (che si apre a metà della navata destra della chiesa) ricorda il ritrovamento, nel 1295, di una corona, di un calice e di un cucchiaio d'argento, doni votivi offerti probabilmente ai santi Domnione, Domnone e Eusebia, venerati in questa chiesa dall'età antica. Infatti, il 24 luglio 1401 si rinvenne, sotto l'altare maggiore, l'antico sarcofago con i loro resti e un'incisione databile tra il V e il VI secolo recante i loro nomi e il loro grado di parentela: Domnione "avulus", (ossia "zio" oppure "nonno"), Eusebia e Domnone "nepotes", ("nipoti"). Al tempo furono erroneamente identificati come martiri protocristiani, da cui il culto di sant'Eusebia di Bergamo e dei santi Domnione e Domneone, per via della sigla "BM" che accompagnava i loro nomi, sciolta in "Beati Martyres", mentre in realtà significava probabilmente solo "Bonae Memoriae" o "Bene Merentes". A loro il Moretto dedicherà una magnifica pala conservata all'interno della chiesa, nella cappella a loro dedicata, dove - in un'urna di legno di cipresso ebanizzato e argento, realizzata nel 1724 - sono conservate le loro ossa, sostanzialmente complete.

A causa di danni provocati dalla costruzione delle mura veneziane (1561-1588), la chiesa ottenne un risarcimento di 300 scudi da parte della Repubblica di Venezia grazie al quale fu riedificata e riconsacrata nel 1592. L'anno prima, nel 1591, era stata istituita come parrocchia indipendente, smembrandone il territorio dalla vicina di San Pancrazio. Una successiva ristrutturazione risale al 1689, con la posa della prima pietra il 23 giugno ad opera del vescovo Daniele Giustiniani.

Nel 1805, per decreto di Napoleone, fu soppressa l'attigua parrocchia di San Michele al Pozzo Bianco e il suo territorio fu annesso alla parrocchia di Sant'Andrea. La chiesa antica risultava così ormai troppo piccola per un territorio abbastanza vasto e per una popolazione piuttosto numerosa. Inoltre, essa sorgeva a un livello più basso del piano stradale di via Porta Dipinta ed era oscurata da una cortina di edifici privati che la nascondevano allo sguardo di chi vi transitava. Una via, questa, la cui importanza era andata nel frattempo crescendo, dal momento che essa, prolungandosi oltre porta Sant'Agostino nella via Pignolo e poi nella via Borgo Palazzo, si dirigeva verso Brescia e da qui conduceva a Venezia. Anche per questa ragione le più importanti famiglie della nobiltà bergamasca fecero costruire lungo questa via i loro sontuosi palazzi: palazzo Suardi, palazzo Da Ponte, Palazzo Grumelli, Palazzo Moroni, palazzo Benaglio-Salvioni, palazzo Calepio, palazzo Sottocasa, mentre vi abitavano già altre famiglie nobili, come i Passi de Preposulo, i Rivola, i Bonghi.

Già nel 1829 l'architetto Giacomo Romilli venne incaricato di progettare la completa ristrutturazione della chiesa antica. Un analogo progetto fu elaborato da un ingegnere anche per la chiesa di San Michele al Pozzo Bianco, ma fortunatamente non venne eseguito (l'originale si trova nell'archivio parrocchiale di Sant'Andrea). Il progetto di Romilli, conservato in archivio parrocchiale, prevedeva un edificio neoclassico, con facciata scandita da lesene e da un timpano, una piccola cupola semisferica e un alto campanile. Per ragioni che non sono note, tale progetto non fu eseguito. Al 1837 datano i primi contatti tra la fabbriceria della parrocchia di Sant'Andrea, guidata dal conte Guglielmo Lochis, collezionista e podestà della città di Bergamo, e il giovane architetto e agrimensore Ferdinando Crivelli, entrambi residenti poco distante dalla chiesa. Crivelli elaborò diversi progetti: il primo nel 1838, il secondo nel 1840 (quello effettivamente eseguito), un terzo nel 1841. Nel 1840 iniziarono le demolizioni della chiesa antica, mentre il 28 novembre 1847 la chiesa fu consacrata dal vescovo Carlo Gritti Morlacchi. Crivelli si ispirò in modo sostanzialmente letterale a un progetto che era stato ideato e realizzato nel 1798 dal celebre architetto bergamasco Giacomo Quarenghi per la cappella dei Cavalieri di Malta, interna a Palazzo Voroncov, a San Pietroburgo. Elemento di originalità è la cupola, che non si trova nell'edificio di Quarenghi e che Crivelli progettò ispirandosi al Pantheon. Essa si presentava in modo del tutto identico a quella che il medesimo architetto elevò nel 1855 (l'anno della sua morte) sopra il Duomo di Bergamo, in sostituzione di quella già costruita nel 1833, ammalorata da infiltrazioni d'acqua. A causa di analoghe infiltrazioni d'acqua la copertura della cupola di Sant'Andrea dovette essere ricostruita nel 1895 su progetto dell'architetto Elia Fornoni e dell'ing. Luigi Danioni, quest'ultimo membro della fabbriceria parrocchiale.

Al termine dei lavori, all'interno delle navate della chiesa vennero ricollocate le tele già presenti in precedenza, alle quali Guglielmo Lochis aggiunse due Natività di Gesù, che appartenevano alla propria collezione: una dipinta e firmata da Enea Salmeggia nel 1599, l'altra attribuita Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane, e probabilmente eseguita attorno al 1603, per la vicinanza stilistica con la Natività di Maria, eseguita tra il 1591 e il 1603 per la chiesa di San Trovaso a Venezia. Una lettera di Lochis, conservata nell'archivio parrocchiale, accompagnò la donazione, raccomandano ai membri della fabbriceria parrocchiale di aver cura della conservazione dei due dipinti, pena la loro restituzione a Lochis stesso o ai suoi eredi. Entrambe le tele sono state restaurate tra il 2019 e il 2021 a cura della Fondazione Credito Bergamasco, su iniziativa del suo presidente, dott. Angelo Piazzoli.

Descrizione

Esterno La facciata della chiesa risulta incompiuta rispetto al progetto di Crivelli, che aveva previsto un pronao retto da due pilastri e da quattro colonne di ordine corinzio e coronato da un timpano istoriato con il Martirio di Santi Domno e Domneone, Domnone Eusebia, e appare molto semplice e spoglia. Vi si segnalano solo i tre portali, disegnati da Crivelli, realizzati in pietra bianca di Zandobbio.

Interno L'interno si sviluppa su una pianta a tre navate, divise tra loro da due serie di pilastri e di colonne di ordine corinzio, con cupola semisferica e abside di fondo. Nel Museo di Storia e Arte Sacra di Sant'Andrea, ricavato nella sala sottostante la sacristia sono visibili un render fotografico e un plastico tridimensionale in cui appare come si presenterebbero la facciata e questo scorcio di via Porta Dipinta, se la facciata dovesse essere portata a termine. L'edificio ha una pianta centrale, scandita in tre navate da due serie di due pilastri e di quattro colonne ciascuna, con capitelli di ordine corinzio. I pilastri e le colonne sono in mattoni rivestiti di stucco lucido a effetto marmorizzato (giallo le colonne, violaceo i pilastri), mentre sono di marmo le basi e di stucco i capitelli. Sopra colonne e pilastri corre un cornicione decorato con mascheroni e festoni trompe-l'oeil in monocromo grigio con lumeggiature bianche. Mascheroni modellati in stucco si trovano sugli archi di accesso alle navate laterali dalla navate centrale. Si tratta di volti femminili dal significato allegorico, espresso dal simbolo che esse recano al centro del diadema di cui sono coronate: dal fondo della chiesa si incontrano a sinistra l'allegoria della Fede (il cui diadema è decorato con l'Occhio divino circonfuso di raggi di luce), a destra l'allegoria della Speranza (il cui diadema è decorato con un'àncora); salendo sul presbiterio, a sinistra l'allegoria della Carità (il cui diadema è decorato da un cuore fiammeggiante), a destra una figura dagli occhi chiusi, con il capo coperto da un velo, dal significato misterioso.

La navata centrale è coperta da una cupola semisferica decorata a cassettoni esagonali dalla Ditta Sessa di Milano nel 1847, sulla cui sommità si apre un occhio, coperto da una lanterna di metallo e vetro, dalla quale pende un candelabro ligneo, un tempo operato da un argano a mano conservato nel sottotetto sopra il presbiterio. Dopo la ristrutturazione della cupola e la collocazione della nuova copertura in rame, l'interno della cupola venne nuovamente decorato da Eugenio Tironi nel 1898.

Il presbiterio è accessibile attraverso una serie di tre gradini in pietra bianca di Zandobbio ed è racchiuso sui quattro lati da una balaustra con colonnine in marmo bianco e mensola in marmo rosa, la cui apertura centrale è stata allargata negli anni Settanta del Novecento, con l'asportazione di due sezioni, ricomposte all'inizio della navata destra, davanti alla statua lignea di Sant'Antonio di Padova.

L'altare maggiore, in marmo bianco di Carrara con specchiature in verde di Varallo, cui si sale con una serie di due gradini e una predella in marmo giallo di Verona, fu progettato da Ferdinando Crivelli, autore del progetto della chiesa stessa, ed eseguito dal marmista Fossati, con dorature da Zanoni. Esso presenta un tabernacolo incorniciato da quattro colonne di ordine corinzio (i capitelli e i fregi che decorano le colonne dalla base fino all'entasi sono in lamina di rame dorato), chiuso da una portella con la figura del Risorto in altorilievo, realizzata in lamina d'argento in parte dorata. All'interno del timpano è collocato un fregio con l'occhio di Dio, racchiuso nell'aureola triangolare circonfusa di raggi. Sulla cima del tabernacolo è posto un Agnus Dei, seduto sull'apocalittico "Libro della Vita", dalle cui pagine pendono i "Sette Sigilli". La mensa è retta da due angeli inginocchiati in adorazione, scolpiti in legno e dorati dallo scultore Alessandro Gritti.

La mensa eucaristica in marmo bianco è stata progettata dallo scultore bergamasco Elia Ajolfi (Bergamo, 1916 - 2001) nel 1975 e realizzata dalla Ditta "Camillo Remuzzi" di Bergamo, come attestano i documenti di commissione e di pagamento conservati presso l'archivio parrocchiale di Sant'Andrea. La scultura mistilinea che costituisce la base della mensa è decorata a graffito, verso la navata, con le figure del Pellicano eucaristico (alla base), un grappolo d'uva (a sinistra), un fascio di spighe di grano (a destra); sul retro si trovano i graffiti di due pesci (a sinistra) e di una cesta con cinque pani (a destra). L'altare fu consacrato dall'Arcivescovo-Vescovo di Bergamo, Mons. Clemente Gaddi, il 30 novembre del 1975, giorno della festa patronale di Sant'Andrea.