La rivolta di Montefalcione fu un'insurrezione popolare filoborbonica avvenuta tra il 6 e il 10 luglio 1861, che ebbe Montefalcione come suo epicentro, ma che si propagò in diversi comuni e villaggi limitrofi. Le agitazioni antiunitarie che in quei giorni scossero il territorio della provincia di Avellino (già Principato Ultra) furono caratterizzate da cruenti combattimenti e atti d'ostilità, perpetrati da entrambe le fazioni coinvolte.

Tali atti culminarono in una strage, compiuta nella cittadina di Montemiletto e dintorni da contingenti della Legione ungherese e del Regio Esercito italiano, attraverso l'uccisione sommaria, a scopo di repressione e rappresaglia, di un numero di rivoltosi e civili variabile, secondo le fonti, tra 97 e 150. Tra questi, fu fucilato anche Giuseppe D'Amore, un ragazzino di soli tredici anniFiglio di Francescantonio, calzolaio, e di Maria Felice Basile, era nato il 9 marzo 1848 da una famiglia di modeste condizioni; in .

Antefatto Prima rivolta di Montemiletto Nel settembre 1860, circa un mese prima dello svolgimento dei plebisciti d'annessione, mentre il territorio delle province campane era interessato dagli eventi connessi alla campagna garibaldina nel Mezzogiorno continentale e dall'imminente ingresso di truppe regolari dell'esercito piemontese, la gran parte delle popolazioni di Montemiletto, Torre Le Nocelle e Pietradefusi insorse in armi contro le forze filo-unitarie per ripristinare l'autorità di Francesco II, scagliandosi contro le famiglie liberali della zona..

A Montemiletto, l'azione di gruppi liberali portò al rovesciamento delle istituzioni borboniche: la notte del 5 settembre, alcuni filo-unitari reduci dell'insurrezione di Ariano, tra i quali Carmine Tarantino, un capitano della Guardia nazionale e professore al Liceo reale., entrarono nel paese. Ricevuto l'appoggio di Giuseppe Fierimonte, capo dei liberali e capitano della locale Guardia nazionale, il Tarantino e i suoi, inneggiando a Garibaldi, si diressero alla locale postazione del telegrafo, tagliandone i fili ed isolandolo. Il gruppo, poi, pose agli arresti i militi della Guardia urbana che avevano opposto resistenza alla presa della cittadina..

L'azione delle forze filo-unitarie comportò fermento ed agitazione nella popolazione legittimista: all'alba del 6 settembre, il suono della tofa, una conchiglia marina usata come corno di richiamo, adunò i contadini delle campagne circostanti Montemiletto per prepararsi a reagireIstituto Gramsci, Problemi dell'unità d'Italia: atti del II Convegno di studi gramsciani tenuto a Roma nei giorni 19-21 marzo 1960, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 135. A sera, le campane a stormo accompagnarono la sollevazione del paese, che fu guidata da Matteo Lanzilli di Montemiletto e Carmine Ardolino di Torre Le Nocelle.

Armati di fucili e attrezzi rurali, i popolani penetrarono nel palazzo di Giuseppe Fieramonte, uccidendolo a colpi d'ascia e fucilate. Perirono, poi, altri liberali: Domenico Colletti e suo figlio, Angelo Leone fratello dell'arciprete, Raffaele La Porta, Pellegrino Meola e suo figlio, alcuni membri della famiglia Pesa, ed altri liberali di Aiello e di Montaperto reduci dalla spedizione di Ariano. Giacinto de' Sivo riferisce che i corpi dei liberali furono disposti sui tralicci del telegrafo che gli stessi avevano abbattuto il giorno precedente. Secondo alcune fonti, in tutto furono uccisi 23 liberali e vennero saccheggiate le abitazioni di molti possidenti.

Il giorno seguente i legittimisti si mossero verso Torre Le Nocelle e "a suon di tamburo e con bianche bandiere, al grido Viva Francesco II" percorsero le vie del paese, dando la caccia ai liberali: tre di essi, Pasquale Rotondi, Carmine Rotondi e Baldassare Rotondi, furono uccisi. La mattina del 7, soldati borbonici a cavallo partirono da Avellino per Montemiletto, ma furono richiamati dal generale Scotti e fatti rientrareL'ordine di richiamare il drappello borbonico fu visto con sospetto dagli stessi soldati, che dubitarono fortemente della lealtà del loro generale, tanto che un militare del 16° tentò di colpire l'ufficiale con un colpo di moschetto; in . Contemporaneamente, truppe garibaldine entrarono nel centro abitato, rimettendolo sotto le forze unitarie, reprimendo e arrestando i rivoltosi, con l'intenzione di "far aspre vendette" sulla popolazione, nelle parole dello storico de' Sivo. Lo stesso giorno, Garibaldi entrò a Napoli.

La sollevazione ebbe come conseguenza più di cinquecento incriminati, e quasi quattrocento arresti. A Dentecane, infatti, fu insediato un giurì, avente il compito di giudicare gli arrestati e far giustiziare tra di essi i "sobillatori dell'ordine pubblico tramite azioni sediziose". Il tribunale speciale fu disciolto il 27 ottobre 1860 con un atto del ministro di grazia e giustizia Pasquale Scura, controfirmato dal prodittatore Giorgio Pallavicino, e la competenza trasferita ai tribunali ordinari.

A metà settembre Garibaldi inviò nella zona J. R. Wolfe, nella sua qualità di "Medico Chirurgo dello Stato Maggiore Generale" per curare i feriti di Ariano e Montemiletto, il quale ricavò una triste impressione sulle condizioni di vita di molte famiglie e il 18 settembre aprì una sottoscrizione a cui chiamò i napoletani a contribuire "affinché vogliate con offerte soccorrere quei infelici vostri concittadini che a sì caro prezzo han pagato le attuali vostre allegrezze".

Per sfuggire alla cattura, molti rivoltosi si erano dati alla macchia rifugiandosi nei boschi tra Montefalcione, Montemiletto, Lapio, Chiusano e MontapertoMontaperto è oggi una frazione del comune di Montemiletto., nonché sulle montagne di Volturara, Sorbo e Salza.

La formazione dei gruppi ribelli

Questi primi nuclei di rivoltosi, successivamente ingrossati da altri fuggiaschi, iniziarono ad organizzarsi militarmente anche grazie alla presenza tra essi di ex soldati dell'Esercito delle Due Sicilie. Le bande armate che si andavano costituendo ebbero il sostegno più o meno esplicito delle popolazioni legittimiste, ricevendo supporto logistico ed organizzativo da numerosi abitanti dei comuni della zona, fungendo costoro da collegamento tra i gruppi di ribelli ed i vari paesi..

Tra gli insorti assursero presto a grande rilevanza due figure in particolare, quella del venticinquenne Basilio PagliucaNato il 6 gennaio 1836 da Antonio e Pasqualina Limongiello; in , che fu la mente ed il capo militare della rivolta., e quella del quarantaduenne Gaetano Maria BaldassarreNato il 7 settembre 1818 da Bartolomeo e da Maria Rosa di Alelio, e sposato con Carlotta Amatelli. Archivio di Stato di Avellino, Gran Corte Criminale, b. 111, f. 505; in . Entrambi provenienti da famiglie in vista di Montefalcione (i rispettivi padri avevano ricoperto la carica di sindaco in momenti diversi), furono le figure guida del movimento di resistenzaCarmine la Contrada, Battista Cataldo, Beniamino Colella, Filippo e Giacinto Lanzillo, Francesco Carbone, Raffaele Rapa, Raffaele Petrillo, Ferdinando d'Amore, Vincenzo Brogna, Angelo Raffaele Colella detto Petrillo sono i nomi di alcuni dei giovani insorti riportati nell'Archivio di Stato di Avellino, Gran Corte Criminale, b. 111, f. 505; in . Baldassarre, che aveva avuto un ruolo di rilievo nella rivolta di Montemiletto del settembre 1860, il 30 ottobre successivo era già stato denunciato dal sindaco di Montefalcione Carlo Contrada, il quale aveva esplicitamente richiesto alle autorità di Napoli che sulle sue tracce fosse messo il capitano della Guardia Nazionale di Candida, Michele Tagle..

Gaetano Baldassarre fu l'anima delle agitazioni. Egli e sua sorella Nicolina furono degli energici attivisti: tennero riunioni organizzative, incoraggiarono la resistenza, si adoperarono per la diffusione delle idee insurrezionali affiggendo manifesti politici ostili al governo sabaudo e a Garibaldi ed inneggianti alla rivolta. Collaborò con il Baldassarre anche l'arciprete Gaetano Girone, similmente denunciato alle autorità di Napoli.

Il mandato di cattura nei confronti di Baldassarre fu spiccato da Napoli il 1º novembre 1860, e ne fu demandata l'esecuzione al governatore di Avellino, Giuseppe Belli, il quale aveva definito Baldassarre "il più accanito capo della reazione avvenuta in Montefalcione e degli eccidi di Montemiletto". Baldassarre lasciò la zona al fine di sfuggire alla cattura, e si rifugiò prima a Capua, e poi a Gaeta, dove fu uno degli estremi difensori del Regno delle Due Sicilie nell'ambito dell'assedio alla fortezza. Dopo la capitolazione di Gaeta, e conformemente ai patti di resa, rientrò a Montefalcione, dove dissimulò sotto un'apparente tranquillità il proposito di continuare nell'opera di ribellione, divenendo il coordinatore politico della rivolta..

Oltre a Pagliuca e Baldassarre, altri uomini del circondario assursero al ruolo di capi del movimento, tra cui si ricordano Angelo Ciarla di Montemiletto, Vincenzo Petruzziello di Montefalcione, Pasquale Palladino di Lapio e Francesco de Francesco di Chiusano.

Montefalcione insorge L'insurrezione

Già nei primi giorni del gennaio 1861, il governatore di Avellino fu avvisato dei preparativi della rivolta, in corso nella zona compresa tra Montefalcione, Lapio, Montemiletto, Torre le Nocelle e Pietradefusi. A tali notizie, fu inviato nella zona un reparto in ricognizione comandato dal capitano Masi, con l'ordine di effettuare perquisizioni e disarmare i sospettiArchivio di Stato di Avellino, Corte d'Assise, b. 38; in . Nonostante ciò, il 10 febbraio a Montefalcione furono issate alcune bandiere borboniche, ed il successivo arrivo del capitano Tagle in funzione investigativa non ebbe risultati di rilievo. La situazione nella zona divenne progressivamente incontrollabile, e neanche la Guardia Nazionale era in condizione di esercitare una qualsivoglia opposizione al montante sentimento di ribellione.

La sera del 5 luglio i capi militari della rivolta, guidati dal giovane Pagliuca, stabilirono gli ultimi dettagli del da farsi, e si scambiarono la parola d'ordine che avrebbe dovuto essere "Roma e sette mazze". Il mattino dopo, due uomini armati si presentarono dal sindaco di Montefalcione, Diocle Polcari, intimandogli di distruggere le insegne sabaude ed incitare il popolo alla rivoltaArchivio di Stato di Avellino, Gran Corte Criminale, b. 90, f. 427; in . Dopo aver finto di accondiscendere, il sindaco fuggì a Candida dal fratello Basilio alla prima occasione..

Nel pomeriggio dello stesso giorno, una sessantina di uomini, tra cui molti soldati borbonici in divisa, entrarono in paese comandati da Basilio Pagliuca e Carmine la Contrada. All'arrivo del reparto, la popolazione si sollevò, disarmando la Guardia Nazionale, distruggendo le insegne sabaude e innalzando al loro posto la bandiera borbonica; mentre i pochi liberali del paese si diedero alla fuga.. Il governo sabaudo fu dichiarato decaduto, quello borbonico ripristinato e Gaetano Baldassarre fu nominato sindaco, restaurando di fatto Montefalcione come territorio del Regno delle Due Sicilie. Tale comune divenne così il centro di una rivolta che di lì a poco si sarebbe propagata a paesi e villaggi limitrofi, mentre Pagliuca fu assunto a punto di riferimento dei cospiratori dei borghi vicini.

La controffensiva governativa

Ancora prima che il focolaio della rivolta si innescasse a Montefalcione, nella vicina Montemiletto le forze governative temevano la sollevazione del paese, tanto che fecero diverse pressioni sul nuovo governatore di Avellino, Nicola De Luca, tendenti ad ottenere l'invio di reparti militari. Il governatore dispose diversi mandati di cattura emessi per chiunque fosse stato sospettato di complottare contro il nuovo governo, ma non poté inviare soldati, poiché il grosso di quelli di cui disponeva, circa ottanta uomini del 62º Reggimento Fanteria, era impiegato nella sorveglianza delle sovraffollate carceri della provincia ricolme di reazionariL'Irpino, 18 luglio 1861; in .