I promessi sposi è un film del 1941 diretto da Mario Camerini, basato sull'omonimo romanzo di Alessandro Manzoni.

Dopo cinque pellicole prodotte durante l'epoca del cinema muto, questo kolossal fu la prima trasposizione cinematografica sonora del romanzo di Manzoni, realizzata con grande dispiego di mezzi da parte della casa produttrice Lux Film.

Trama Nel 1628, in una località situata sul Lago di Como, il signorotto Don Rodrigo pretende di sedurre la filatrice Lucia Mondella, promessa sposa di Renzo Tramaglino. Manda quindi i suoi bravi ad intimare al pavido Don Abbondio di non celebrarne le nozze ed a nulla vale l'intervento di padre Cristoforo. Renzo e Lucia tentano di sposarsi lo stesso, ma la cosa non riesce. Per sfuggire al pericolo, consigliati dal frate, i due giovani con la madre di lei, Agnese, fuggono dal paese natio.

Renzo arriva a Milano, possedimento spagnolo, proprio nel giorno in cui sono in corso tumulti contro la carestia. La sua ingenuità lo fa individuare come uno dei capi della rivolta; viene arrestato, ma riesce a fuggire ed a rifugiarsi presso suo cugino Bortolo nel Bergamasco, territorio della Repubblica di Venezia. Lucia viene ospitata presso un convento di Monza. Intanto Don Rodrigo, per il quale la questione è ormai diventata di principio, riesce a far trasferire lontano padre Cristoforo e chiede l'intervento dell'Innominato, uno spietato, potente e temuto capo banda, di cui è vassallo.

Per soddisfare la richiesta del suo sottoposto, l'Innominato, con la complicità della madre superiora del monastero ricattata dall'amante, fa rapire la giovane, che viene condotta al suo tetro castello. Qui, terrorizzata, Lucia fa voto di rinunciare a Renzo se potrà uscire salva. Le suppliche di Lucia riescono ad impietosire il suo rapitore, dando così il via alla sua conversione che avverrà nelle mani del cardinale Borromeo. Come primo atto di pentimento l'Innominato libera Lucia.

Intanto, a causa della guerra, la Lombardia è invasa dai Lanzichenecchi, che portano con sé la peste. L'epidemia dilaga ovunque e miete migliaia di vittime. Renzo, guarito dal contagio, rientra a Milano, dove ormai più nessuno si preoccupa di cercarlo. Nel lazzaretto, dove sono ricoverati gli appestati, ritrova padre Cristoforo. Costui lo porta a visitare il morente Don Rodrigo, a cui Renzo concede il perdono cristiano per tutte le sofferenze causate. Infine ritrova anche Lucia, che gli comunica il voto fatto. Ma padre Cristoforo la scioglie dall'impegno, non valido perché assunto in un momento di disperazione (e anche perché, afferma il frate, la ragazza non poteva offrire alla Madonna la volontà dell'uomo a cui si era promessa in sposa).

Renzo e Lucia potranno quindi sposarsi e, trasferitisi nel Bergamasco, vivranno finalmente una vita tranquilla allietata dalla nascita dei figli, rievocando le loro vicissitudini come una prova a cui sono stati sottoposti dalla Provvidenza.

Produzione Contesto storico In previsione del centesimo anniversario della pubblicazione della terza e definitiva stesura del romanzo furono in molti ad auspicare che il cinema italiano desse prova delle sue ritrovate capacità realizzative, portando sullo schermo il capolavoro del Manzoni, assieme ad altre importanti opere della letteratura italiana«Ci sembra venuto il momento - aveva scritto il 13 novembre 1940 Arnaldo Fratelli su La Tribuna, quotidiano vicino al Regime - che i nostri produttori si rivolgano nuovamente con il dovuto rispetto e con tutti i mezzi disponibili a fare dei film da grandissimi soggetti della nostra letteratura come I promessi sposi o I Malavoglia». L'idea aveva iniziato a circolare sin dal 1939, quando la Scalera aveva annunciato l'inserimento nei propri programmi produttivi di un film tratto dal Manzoni, con l'intenzione di presentarlo poi alla Mostra di Venezia dell'agosto 1940In un articolo di Filippo Sacchi apparso sul Corriere della Sera del 1º aprile 1939, si preannunciavano già i possibili interpreti, tra cui Isa Pola per Lucia, Leonardo Cortese per Renzo ed Amedeo Nazzari per Don Rodrigo. Alcuni di questi (Arturo Falconi per Don Abbondio, Evi Maltagliati) presero effettivamente parte al film. Come regista veniva indicato Amleto Palermi. Sacchi esprimeva forti dubbi sulla possibilità che un film così impegnativo potesse «essere sceneggiato, preparato, girato e montato in tre mesi e mezzo».. Di questa riduzione fu incaricato Ugo OjettiLa Stampa, del 30 maggio 1939..

Il programma della Scalera non si concretizzò, ma l'idea rimase e fu ripresa un anno dopo dalla Lux Film. considerata «la più robusta tra le società produttrici italiane dell'epoca»Stefano Masi in I promessi sposi, ed Archivi del '900.op. cit. in bibliografia, pag. 37., impegnata nella produzione di colossal (nel 1941 realizza anche La corona di ferro di Alessandro Blasetti) nell'ambito di una cinematografia italiana che, dopo l'introduzione del "monopolio", vive un «clima di baldoria produttiva che circonda la gestione autarchica dei teatri di posa e dei circuiti».Laura Tettamanzi, op. cit. in bibliografia, pag. 134.

Genesi La decisione di portare sullo schermo il romanzo suscitò molte discussioni:

Uno dei principali oppositori del progetto fu Massimo Bontempelli, che vi intravedeva un disincentivo alla lettura del romanzo:

Alle obiezioni di Bontempelli e degli altri contrari al film replicarono diversi critici. Tra questi Adolfo Franci, che esortò lo scrittore «a considerare il film come cosa assai diversa dal romanzo: bello o brutto il film di Camerini non toglierà al Manzoni un solo lettoreL'Illustrazione italiana, n.24 del 22 giugno 1941.». Molti rivendicarono la possibilità per il cinema di affrontare anche le prove più ardue:

Sceneggiatura

La Lux aveva acquistato dalla Scalera la riduzione scritta da Ojetti e l'aveva consegnata a Camerini, ma il regista la considerò difficilmente trasferibile sullo schermoErnesto Nicosia ne I promessi sposi, op. cit. in bibliografia, pag 7 e seg.. Si diede quindi incarico per una nuova stesura ad un esperto come Ivo Perilli, che già aveva lavorato ai maggiori successi di Camerini sin dai tempi de Gli uomini, che mascalzoni! (1932), a cui si affiancò un giovane ventenne quasi esordiente, Gabriele Baldini.

Fu subito chiaro che, data la vastità della materia narrativa, alcune parti del romanzo sarebbero state sacrificate, anche se, come scrisse poi lo stesso Baldini «le varianti non sono molte né arbitrarie, dettate più dalle esigenze di economia del racconto cinematografico, che dal desiderio di variare il raccontoOrio Vergani e Silvano Castellani, I classici del film, 1942». Numerosi episodi o personaggi del romanzo sono nel film assenti o appena accennati, il che rinfocolò le polemiche.

Tutto il lavoro di sceneggiatura fu sottoposto alla revisione di Emilio CecchiPerilli, in Cinecittà anni trenta, op. cit. in bibliografia, ha ricordato che «I promessi sposi era diventato un problema di importanza nazionale: ogni scena scritta da me e da Baldini doveva passare a Cecchi che ce la restituiva con le modifiche»., mentre Riccardo Bacchelli, cui era stata chiesta una collaborazione, rifiutò, perché anch'egli contrario a trasferire il romanzo nel cinemaCamerini in Cinecittà anni Trenta, op. cit. in bibliografia..

Pre-produzione

Per rispondere ai dubbi ed alle critiche la produzione ricorse, nelle fasi preparatorie, a studiosi dell'opera manzoniana che garantissero la correttezza del lavoro. Fu quindi coinvolto il direttore della Accademia di Brera, Marino Parenti, che era anche il Conservatore del Centro nazionale di studi manzoniani, il quale ricordò che, ancora vivente il Manzoni, già il romanzo aveva avuto delle riduzioni, anche in musica, senza che l'autore se ne risentisseParenti in Primi Piani, n. 2, giugno 1941..

Furono interpellati anche monsignor Enrico Rodolfo Galbiati, prefetto della Biblioteca Ambrosiana e Guglielmo Pacchioni, direttore della Pinacoteca di Brera.

Gli autori della sceneggiatura si documentarono inoltre presso il Museo del Castello Sforzesco, dove fu consultata la raccolta di stampe Bertarelli, e presso la Galleria privata del principe BorromeoFilm, n. 16 del 19 aprile 1941.. Parenti seguì anche le successive fasi di lavorazione, pubblicando sul mensile Primi piani diversi articoli di commento al film.

Riprese Al termine della lunga fase di preparazione, le riprese del film iniziarono il 23 aprile 1941Primi piani, n. 5, maggio 1941.

Qualche difficoltà ci fu per individuare i luoghi in cui realizzare gli esterni. L'originaria idea di allestire il set nel Lecchese, dove Acquate ed Olate si contendevano il fatto di essere la località d'origine dei due sposi promessiFilm, n. 20 del 10 maggio 1941., dovette essere abbandonata perché dai sopralluoghi emerse che le trasformazioni intervenute avevano reso quelle zone troppo "moderne".Parenti, in Primi piani, n. 1, gennaio 1942, ricorda che a Lecco vi furono proteste per la scelta di non utilizzare per gli esterni quelle località anche se lui, da studioso, osserva che esse erano considerate come scenario della vicenda «più dalla tradizione che non dall'autore». La scelta definitiva degli esterni cadde dunque nel Comasco: Limonta e Vassena (frazioni del comune di Oliveto Lario), Rezzonico (dove furono girate le scene della calata dei Lanzichenecchi) Brienno, Laino e a Sant'Anna, frazione del comune di Argegno, dove si "reclutarono" tra gli abitanti 1.500 comparse, utilizzate nelle scene delle folle che accorrono all'incontro con il cardinal Borromeo. Unica scena girata con attori fu il passaggio dell'Adda, con la presenza di Cervi.Lo schermo, corrispondenze dai luoghi degli esterni di "sic" e di Vittorio Solmi, n. 5, maggio 1941.

In sostanza, quindi, le scene girate nelle località del romanzo furono abbastanza poche e quasi tutte "di massa", mentre molte di quelle ambientate all'esterno furono in realtà realizzate negli studi 4 e 5 di Cinecittà, lasciando indietro i passaggi in cui compariva Lucia.

La scena iniziale dell'incontro tra don Abbondio e i bravi, e quella del rapimento di Lucia a Monza, furono realizzate in esterno, ma nella zona dei Castelli Romani, nei pressi di Ariccia. Gastone Medin ricostruì a Cinecittà il Duomo di Milano a grandezza naturale come era nella prima metà del SeicentoGrmek Germani, op. cit. in bibliografia, pag.96. Anche il Lazzaretto fu in parte allestito ex novo (il senso della prospettiva fu reso impiegando bimbi vestiti da adulti), e per tutto ciò venne impiegato un esercito di operai e carpentieri. Fu molto alto anche il numero delle comparse per le scene di massa: oltre a quelle impiegate nel comasco, furono centinaia quelle utilizzate a Cinecittà per le scene della sommossa milanese del pane, della processione e del Lazzaretto. Furono costruiti nei teatri di posa romani anche gli scorci urbani della Milano dell'epoca, nonché gli ambienti interni del monastero di Monza, del palazzo di don Rodrigo, del castello dell'Innominato e della canonica di don Abbondio.

Le riprese terminarono, dopo una lunga lavorazione di quasi sei mesi, nell'ottobre 1941.Lo schermo, n. 10, ottobre 1941.

Censura