In esso il Tesauro, muovendo dal terzo libro della Retorica aristotelica, studiò la natura propria dell'arguzia e le figure del linguaggio, offrendo una trattazione sistematica del concettismo profonda e coerente, superiore a quella, pur celebrata, di Baltasar Gracián, che egli certamente conobbe. Essa contiene già come un abbozzo o presentimento di quello che doveva poi essere l'estetica moderna. Scrisse in prosa, oltre a una Filosofia morale (Torino 1670) tipicamente secentesca, che fu più volte ristampata e tradotta in varie lingue., opere di storia come i Campeggiamenti, o vero Istoria del Piemonte (1ª ed. completa, Torino 1674, sulle guerre del Piemonte contro gli Spagnoli), Del regno d'Italia sotto i Barbari (ivi 1663), e una Historia della città di Torino (ivi 1679, continuata da Francesco Maria Ferrero, ivi 1712), e fu autore di poesie e tragedie.

Biografia Il periodo gesuitico

Discendente dall'illustre famiglia piemontese dei conti di Salmour, nacque a Torino il 3 gennaio 1592 dal conte Alessandro Tesauro, poeta e architetto, autore dell'elegante poema didascalico La Sereide (1585)Cfr. anche: e da Margherita Mulazzi, nobildonna astigiana. Ultimo di sette fratelli, Emanuele fu affidato in particolare alle cure del secondogenito Lodovico, lettore di diritto all'Università e amico di Giovan Battista Marino.. Allievo del collegio dei gesuiti a Torino (1605-1611), entrò ventenne nella Compagnia di Gesù. Dopo il biennio di probazione, Tesauro fu ammesso ai voti semplici, e inviato nel Collegio di Brera a Milano per proseguire gli studi di retorica e filosofia (1613-1615). Fu Magister rhetoricae a Cremona nell'anno scolastico 1618-19 e i due anni successivi (1619-20 e 1620-21) nel Collegio milanese, dove insegnavano «i migliori maestri». «Per i suoi allievi scrive, tra il 1619 e il 1621, secondo i moduli tipici del teatro gesuitico, la tragedia cristiana Hermenegildus, in versi latini, rappresentata nel Collegio di Brera il 26 agosto 1621, ampiamente mutata e «trasposta» in italiano molti anni più tardi, e stampata nel 1661 con il titolo Ermenegildo insieme allEdipo e allIppolito.». Il 7 giugno 1621 Tesauro predispose il maestoso apparato funebre per le esequie solenni in onore del re Filippo III di Spagna, morto il 31 marzo di quell'anno.

Al servizio di Tommaso di Savoia

Nel giugno del 1635, all'età di 44 anni, uscì dalla Compagnia di Gesù per dissensi disciplinari, rimanendo sacerdote secolare al servizio dei principi di Savoia-Carignano. L'esperienza religiosa gli fornì una solida cultura umanistico-filosofica e gli consentì inoltre di esprimersi come oratore e come insegnante.. Al periodo gesuitico risalgono i Panegirici sacri (1633), tra i quali spicca il discorso accademico Il giudicio, breve ma importante trattato sugli stili dell'oratoria sacra, riproposto all'attenzione degli studiosi da Ezio Raimondi nella storica antologia ricciardiana dei Trattatisti e narratori del Seicento (1960). Con La metafisica del nienteEmanuele Tesauro, La Metafisica del Niente, Discorso sacro [...], in Panegirici e Ragionamenti, Torino, appresso Bartolomeo Zavatta, 1659-1660, vol. III, pp. 217-241. Mario Zanardi situa all'altezza del biennio 1633-1634 – in data dunque coeva alla querelle degli Incogniti – la composizione del ragionamento sacro del Tesauro, che fino al 1635, data della sua uscita dalla Compagnia, tenne a corte l'incarico di "Concionator Serenissimae" (ossia della duchessa Cristina di Francia). Tesauro partecipò alla «querelle de nihilo» scatenata dal discorso accademico Il niente pronunciato da Luigi Manzini presso l'Accademia degli Incogniti l'8 maggio 1634. Dopo aver lasciato la Compagnia Tesauro fu al seguito del principe Tommaso Francesco di Savoia prima nelle Fiandre e poi in Piemonte (1635-42), e ne divenne lo storiografo ufficiale. Durante il soggiorno nelle Fiandre fu apprezzato predicatore a Bruxelles, alla corte del principe Tommaso (i Panegirici contengono L'Aurora, panegirico sacro sopra il giorno natale della beatissima Vergine detto nella cappella regale di Brusselles al regio infante cardinale ed al serenissimo principe Tomaso di Savoia l'anno 1635)..

Nel periodo intercorrente tra le campagne di Fiandra e la Guerra civile piemontese (1635-1642), Tesauro svolse delicate missioni diplomatiche per il principe Tommaso di Carignano. Quando morì il duca Vittorio Amedeo I [7-8 ottobre 1637] fu inviato dal principe al cardinale Maurizio, che da Roma si era affrettato a risalire in Piemonte e sostava a Genova. Quasi certamente in questa occasione il Tesauro conobbe Agostino Mascardi, da Sarzana, già membro dell'Accademia romana dei Desiosi ed autore di un famoso Trattato dell'arte historica..

Il ritorno in patria e la consacrazione definitiva Nel 1642 rientrò in patria come precettore dei principi di Carignano e del futuro duca Vittorio Amedeo II di Savoia e coordinò il monumentale progetto del Theatrum Statuum Sabaudiae (Amstelodami 1682). Guadagnatosi una fama europea, operò alla corte sabauda per oltre tre decenni (da Carlo Emanuele I a Carlo Emanuele II, che lo colmò di onori e lo nominò Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro). Tesauro svolse in questi anni un'attività intensa, componendo epigrafi, elogi, insegne, orazioni, panegirici per i membri della Casa reale e per le personalità più importanti. Fu anche iconologo e autore dell'intero programma decorativo della Venaria Reale, palazzo di caccia costruito dall'architetto Amedeo di Castellamonte per Carlo Emanuele II.Il complesso programma figurativo, i soggetti, il contesto iconografico di «emblematicae historiae», iscrizioni, imprese, pitture, fregi, decorazioni della «Reggia di Caccia» è minutamente descritto dal Tesauro nella seconda edizione delle Inscriptiones (Torino 1666), nel capitolo intitolato Regiarum aedium ornamenta. Cfr. M. L. Doglio, Latino e ideologia cortigiana di Emanuele Tesauro, cit., pp. 567-573; e, in specie, sull'insieme decorativo, A. GRISERI, La Venaria Reale: il Principe e la Caccia, in Studi in onore di G. C. Argan, Roma 1984, pp. 343-348. Le principali testimonianze di questa attività svolta da Tesauro presso la corte sabauda si trovano raccolte nel libro delle Inscriptiones (Inscriptiones quotquot reperiri potuerunt opera et diligentia Emanuelis Philiberti Panealbi, Taurini, Typis Bartolomaei Zapatae, 1670).. «Con gli anni Sessanta, al riconoscimento, sia da parte della corte, sia del municipio, del ruolo di regista e concertatore delle grandi celebrazioni pubbliche, fino al matrimonio ducale del 1663 e ai festeggiamenti per la nascita del principe di Piemonte tre anni dopo, vennero ad aggiungersi le sempre più frequenti attestazioni di stima e di ossequio ufficialmente decretate dai decurioni; e la decisione di collocare nel Palazzo municipale un ritratto dell'abate «con qualche inscrittione in memoria de' posteri di sua persona» rappresentò una novità degna di rilievo per una città non avvezza a tributare simili onori a personaggi estranei alla dinastia.»Claudio Rosso, Uomini e poteri nella Torino barocca, in Storia di Torino: La città fra crisi e ripresa, 1630-1730, a cura di G. Ricuperati, Torino, vol. IV, pp. 187-188 Nel 1666 la Municipalità di Torino approvò il progetto di un'edizione di tutte le sue opere e conferì al Tesauro il compito di scrivere una storia della città, alla quale egli attese però solo parzialmente. Tra il 1669 e il 1674 cominciarono così ad apparire, per l'editore Zavatta, i sontuosi volumi dell'opera omnia, tra cui bisogna soprattutto ricordare la ristampa, finalmente sotto il controllo dell'autore, del Cannocchiale aristotelico. Domenico Piola realizzò il disegno dei frontespizi incisi da Georges Tasnière e da Antoine De Pienne.

Tesauro morì improvvisamente a Torino nel febbraio 1675, più che ottuagenario.

Opere Il cannocchiale aristotelico

Emanuele Tesauro deve la fama di massimo teorico barocco al Cannocchiale aristotelico, trattato fondamentale sullo stile e sulla concezione retorica, emblematica ed allegorica del XVII secolo. Grazie alla sistemazione teorica compiuta da Tesauro, il Barocco cessò di essere una moda per proporsi come espressione della mentalità del tempo. «Autorevoli studiosi hanno dimostrato, da Ezio Raimondi a Franco Croce, dal Praz all'Anceschi, dal Vasoli al Costanzo, al Buck, che ci troviamo di fronte alla più ampia e organica opera sull'estetica del barocco - segnatamente sotto il profilo della lingua e dello stile - non solo italiano ma europeo.». Il Tesauro è stato studiato, in una prospettiva di poetiche europee da H. Hatzfeld, Three national deformations of Aristotle: Tesauro, Gracián, Boileau, in «Studi Secenteschi», 2, 1961, pp. 3–21.

Come il modello geocentrico esce distrutto dalla sperimentazione che Galileo Galilei conduce con il suo cannocchiale, così i principi fondamentali del fare artistico sono modificati dall'opera di Tesauro, che alla rivoluzione galileiana rimanda fin dal titolo.Sappiamo da una lettera inviata il 5 settembre 1674 dal matematico Donato Rossetti al cardinale Leopoldo de' Medici, che il Tesauro aveva una grande ammirazione per lo scienziato pisano, «discorre[va] del Galileo e della di lui abiura, e si dichiara[va] inclinato al Sistema Copernicano». Nel trattato, l'attenzione è rivolta soprattutto alla metafora che per Tesauro è la figura retorica per eccellenza, in quanto riesce a collegare fenomeni lontani attraverso l'analogia che le sta alla base.«Ed eccoci alla fin pervenuti grado per grado al più alto colmo delle figure ingegnose, a paragon delle quali tutte le altre figure fin qui recitate perdono il pregio, essendo la metafora il più ingegnoso e acuto, il più pellegrino e mirabile, il più gioviale e giovevole, il più facondo e fecondo parto dell'umano intelletto. Ingegnosissimo veramente, però che, se l'ingegno consiste (come dicemmo) nel ligare insieme le remote e separate nozioni degli propositi obietti, questo apunto è l'officio della metafora, e non di alcun'altra figura: perciò che, traendo la mente, non men che la parola, da un genere all'altro, esprime un concetto per mezzo di un altro molto diverso, trovando in cose dissimiglianti la simiglianza.»

Tesauro distingue tre ordini di figure retoriche: armoniche, patetiche e ingegnose, corrispondenti alle funzioni dell'anima, cioè senso, affetto e intelletto. La disposizione dei tre generi di figure è in ordine gerarchico: le figure ingegnose infatti sono le più lodate come «nobilissimo fiore dell'intelletto che non più nell'armonico suono e nelle patetiche figure ma nella significazione ingegnosa ripon la gloria dell'arte» (Cannocchiale, p. 145). Definita da Tesauro il “più alto colmo delle Figure Ingegnose”, la metafora è vista come argomentazione arguta ed ingegnosa da cui scaturiscono piacere e meraviglia. La rottura della convenzione che regola i rapporti tra significanti e significati ad opera dell'invenzione metaforica apre la strada al rinnovamento e all'arricchimento della potenzialità significativa dei singoli termini. «Tesauro elabora una teoria della Metafora come principio universale della coscienza sia umana sia divina. Alla sua base c'è l'Acutezza, il pensiero fondato sull'accostamento di ciò che è dissimile, sull'unificazione dell'inunificabile. La coscienza metaforica è eguagliata a quella creativa, e perfino l'atto della creazione divina appare a Tesauro come una sorta di Acutezza suprema che crea il mondo mediante metafore, analogie e concetti. Tesauro obietta contro chi nelle figure retoriche vede degli ornamenti: tali figure sono per lui il fondamento del meccanismo del pensiero, di quella Genialità suprema che anima l'uomo e l'universo».