La teoria marxiana del valore, o propriamente legge del valore delle merci (), è un concetto centrale della critica di Karl Marx all'economia politica. La teoria fu esposta per la prima volta in Miseria della filosofia del 1847,. per poi essere approfondita nel primo libro de Il Capitale.

Karl Marx eredita, rielaborandola, la teoria del valore dei classici, secondo cui la fonte ultima del valore è il lavoro, e nello stesso tempo opera una rottura nei loro confronti. Quello che mutua è l'idea, già rintracciabile in Adam Smith e fatta propria da David Ricardo, che il lavoro sia la fonte della ricchezza e che il valore sia determinato dalla quantità di lavoro contenuto nelle merci (lavoro incorporato).

Marx tuttavia si distacca dai classici perché rifiuta una rappresentazione del modo di produzione capitalistico come qualcosa di a-storico, naturale ed eterno, sostenendo invece l'idea secondo cui la società capitalistica non è che una tappa dello sviluppo storico dell'umanità. Respinge inoltre la definizione del capitale come insieme dei mezzi di produzione, ma lo considera come un qualcosa di storicamente determinato, avente un carattere sociale specifico e non dato in natura una volta per tutte.

Il capitalismo è dunque per Marx un modo di produzione transitorio, caratterizzato dalla separazione dei mezzi di produzione dai lavoratori e dalla massima diffusione della produzione mercantile. In tale ottica il valore non è più una proprietà "naturale", ma risulta connesso alle determinazioni specifiche, storiche di tale modo di produzione.

Teoria classica del valore Nel pensiero degli economisti classici convivevano due concezioni del valore, quella oggettiva del valore d'uso e quella soggettiva del valore di scambio. I diversi esponenti di tale scuola cercarono di elaborare una teoria del valore che spiegasse il rapporto fra i due aspetti del valore.

Adam Smith

La risposta di Smith si fondava sul principio, fondamentale nella costruzione dell'economista scozzese, della divisione del lavoro. Se ogni soggetto (persona o impresa) si specializza nel produrre un solo tipo di beni, ed offre i propri beni in cambio di quelli prodotti dagli altri soggetti, diceva Smith, apparentemente vi è uno scambio di merci, ma in effetti vi è uno scambio di lavoro. Conseguentemente le merci e il denaro sono solamente lavoro accumulato.

David Ricardo

David Ricardo dedicò il primo capitolo della sua opera più estesa ed organica, i Principi di economia politica e della tassazione, proprio alla teoria del valore. Qui egli sviluppò la teoria del valore smithiana, precisando ad esempio che bisogna considerare non solo il lavoro direttamente applicato al prodotto finito, ma anche quello applicato ai macchinari utilizzati per produrloDavid Ricardo, Sui principi dell'economia politica e della tassazione, Milano, Oscar Mondadori, 1979.

Teoria marxiana La teoria marxiana del valore-lavoro prende come base la teoria classica, ma vi apporta alcune modifiche. Rispetto alla distinzione classica fra capitale fisso e capitale circolante, Marx opera una diversa distinzione fra capitale costante e capitale variabile, in cui il capitale costante comprende, oltre al capitale fisso, anche la porzione di capitale circolante non costituita da salari. Inoltre Marx recupera la distinzione fisiocratica fra lavoro produttivo ed improduttivo, per arrivare alla distinzione fra sovrappiù (plusvalore) e sfruttamento.

Merce Nella sua principale opera economica, Il Capitale (1867), Marx inizia così la sua analisi:

La merce è definita come un oggetto esterno che grazie alle sue qualità soddisfa un qualsiasi bisogno dell'uomo. Secondo Marx, la merce possiede due tipi di valori: Il valore d'uso, ovvero la proprietà di essere utile e di soddisfare bisogni umani; Il valore di scambio, ovvero cioè la proprietà di poter essere scambiata, in determinate proporzioni, con altre merci, ed in particolare con la merce considerata equivalente generale di tutti gli scambi e involucro del valore: il denaro..

Per Marx, il valore d'uso permette un'analisi qualitativa della merce e ne fa apprezzare quelle caratteristiche che si realizzano nel consumo, le sue caratteristiche strutturali, estetiche, fisico-chimiche, la sua attitudine a soddisfare i bisogni umani prescindendo dal sacrificio necessario all'uomo per appropriarsene.. I valori d'uso formano il contenuto materiale della ricchezza. Una cosa può essere valore d'uso senza essere valore quando non è ottenuta attraverso il lavoro (aria, terreni ecc.), e una cosa può non essere merce pur essendo utile e prodotto del lavoro umano quando chi produce provvede solo a soddisfare il proprio bisogno..

Diversamente dal valore d'uso, il valore di scambio è un mutevole rapporto quantitativo nel quale i valori d'uso di un tipo si scambiano con altri. Una merce si può scambiare con tutte le altre, ed è equivalente a ciascuna di esse, purché prese in determinate quantità reciprocamente congrue. I rapporti di scambio della stessa merce con ciascuna delle altre ci suggeriscono che il valore di scambio è in generale il modo di espressione, la forma fenomenica, di un contenuto da esso distinguibile. L'analisi della merce come depositaria del valore di scambio porta a prescindere dalle sue qualità, poiché ciò che interessa sono i rapporti quantitativi che si instaurano tra questa e le altre merci, e tra questa ed il denaro..

Parliamo di valore di scambio quando mettiamo in relazione tra di loro più merci, mentre ogni merce possiede una caratteristica immanente che si manifesta esteriormente nel valore d'uso. La caratteristica, comune a tutte le merci, è quella di essere prodotto del lavoro. Il lavoro possiede il duplice carattere della merce. Può essere infatti visto come: Lavoro concreto, qualitativamente definito, volto a produrre questo o quel valore d'uso Lavoro astratto, pura estrinsecazione di lavoro umano, che prescinde dagli aspetti qualitativi e dalle determinazioni specifiche riferite all'utilità dei singoli lavori e la cui quantità determina il valore d'uso.

Si potrebbe pensare che il valore di una merce possa aumentare quanto più pigro sia il lavoratore, ma Marx afferma che essendo il valore un rapporto sociale che si estrinseca nel mercato, ove tutti agiscono su un piano di parità, la quantità di lavoro astratto per produrre una merce è data dal tempo di lavoro socialmente necessario, secondo l'intensità e la produttività prevalente in quel ramo produttivo, per produrre le merci. Il mercato "valida" questa quantità, nel senso che, se un'impresa produce una merce impiegando più tempo di quello socialmente necessario, realizzerà sul mercato solo il valore corrispondente al tempo socialmente necessario, e non quello corrispondente al lavoro effettivamente prestato nelle condizioni di minore produttività.. E viceversa nel caso di produttività individuale superiore a quella media.

La "misura immanente", interna, del valore è dunque quella che risulta dal tempo di lavoro socialmente necessario, cioè di lavoro che è necessario per produrre quella merce nelle condizioni tecniche storicamente prevalenti e col grado sociale medio di abilità e intensità. La "misura fenomenica", esterna, del valore è invece quella derivante dal denaro, quale rappresentante generale della ricchezza e del lavoro astratto.

Per Marx il valore non può che esprimersi in modo fenomenico, tramite i rapporti di scambio mercantili e tramite il denaro, e dunque il valore di scambio, manifestatosi all'inizio dell'analisi della merce, appare più chiaramente come forma fenomenica del valore.

Egli ritiene che l'astrazione del lavoro discenda da una caratteristica peculiare del modo di produzione capitalistico, quella per cui i soggetti non agiscono in base a piani e a obiettivi prestabiliti o a esigenze sociali immediate, ma come atomi separati ed indifferenti tra di loro, i cui prodotti raggiungono un riconoscimento sociale solo attraverso lo scambio, e solo nei limiti in cui sussistano le condizioni affinché tale scambio avvenga. La socialità del lavoro, che nel sistema capitalistico esiste nella produzione solo in forma latente, si manifesta nel mercato, luogo in cui le merci possono scambiarsi proprio in quanto oggettivazione di lavoro astratto. Quando il processo di produzione non è ancora terminato e il lavoro è in corso di erogazione, anche il valore è in corso di creazione, è valore "potenziale", come potenziale è la merce. Al termine del processo produttivo, il lavoro speso per la produzione della merce diventa il valore in essa contenuto, suo valore individuale e sociale in potenza. Solo con la vendita poi – quello che Marx definisce il vero e proprio "salto mortale della merce" - il lavoro contenuto diventa la sostanza del valore sociale realizzato e avviene la "validazione della socialità del lavoro".

Marx nota inoltre come il lavoro alienato dai lavoratori possa essere reso sociale solo annullandone le particolarità concrete ed utili e riducendolo a lavoro generico, qualitativamente identico, i cui prodotti sono proprio per questo equivalenti e quantitativamente comparabili. Nella società capitalista, in cui il dominio degli sfruttatori sugli sfruttati non avviene in virtù di arbitrio o prescrizioni legislative, morali o religiose, i rapporti sociali tra gli individui assumono così l'apparenza di rapporti tra cose poiché mediati dai rapporti di scambio, cioè da un meccanismo impersonale dominato dai prodotti del lavoro. Tali prodotti, vere e proprie "cristallizzazioni" di lavoro astratto, realizzano il proprio prezzo scambiandosi contro denaro.

Per Marx già dall'analisi della merce è possibile riscontrare alcune caratteristiche universali ed altre proprie del modo di produzione capitalistico. Così, è universale il valore d'uso dei beni, la loro caratteristica di essere utili; come pure è universale il fatto che il lavoro umano venga impiegato per produrre oggetti utili. Ad esempio anche nella comunità familiare o nell'antica comunità tribale i beni disponibili per il consumo assumono tale caratteristica. Al contrario, il lavoro diviene astratto solo con un tipo di produzione storicamente determinato, con la produzione di merci, e ancor di più con la produzione capitalistica sviluppata, che generalizza la forma di merce del prodotto.

Feticismo della merce

Marx osserva che la legge del valore si dispiega nel modo di produzione capitalista, in cui il lavoro è lavoro "alienato".

Il salariato per sopravvivere aliena le sue prestazioni lavorative al capitalista, che ne dispone liberamente. Il capitalista dispone nella società di mercato del potere sociale di comandare la forza lavoro, e con essa della possibilità di appropriarsi dei prodotti del lavoro.

Il denaro è per Marx la forma alienata e nel contempo appropriata del valore, lo rappresenta come "equivalente generale e astratto", contrapposto ai diversi valori d'uso. Denaro e capitale, in quanto espressione rispettivamente del valore astratto e dell'accumulazione di valore fine a sé stesso, sono "cristallizzazioni di lavoro sociale", "coagulo di potere sociale per alcuni e di perdita di sé per altri".