Fu grande riformatore e moralizzatore della Chiesa latina all'interno della Chiesa cattolica. Noto come "Petrus Damianus" o "Petrus Peccator" dove si definiva per umiltá autore di importanti scritti liturgici, teologici e morali ed uno dei migliori latinisti del suo tempoJean Leclercq, Saint Pierre Damien, ermite et homme d'église, Edizioni di Storia e Letteratura, 1960, p. 172.. Diceva di considerarsi Petrus ultimus monachorum servus (Pietro, ultimo servo dei monaci).

Biografia Fonte principale per la ricostruzione della sua vita è la biografiaGiovanni da Lodi (Johannes von Lodi), Vita Petri Damiani, a cura di S. Freund, Studien zur literarischen Wirksamkeit des Petrus Damiani, Hannover 1995, pp. 177-265. realizzata dal discepolo prediletto Giovanni da Lodi, monaco e suo segretario personale, particolarmente erudito da essere soprannominato Grammaticus, poi divenuto suo successore come priore di Fonte Avellana e successivamente eletto vescovo di Gubbio. Numerosi accenni autobiografici sono poi rinvenibili tra le sue molte lettere.

Primi anni di vita (1007-1022) Piero Damiani nacque a Ravenna tra la fine del 1006 o più probabilmente l'inizio del 1007. Se ne conosce con relativa precisione l'anno di nascita, fatto piuttosto raro per quei tempi, perché egli stesso riferisce in una delle sue numerose lettere di essere nato 5 anni dopo la morte dell'imperatore Ottone III.

La sua famiglia era probabilmente, o era stata, di illustri origini, ma quando Piero nacque non era più di condizione agiata. Aveva sei fratelli: il più grande era Damiano, che divenne arciprete e poi monaco, poi un fratello anonimo, quindi Marino, Rodelinda, la prima sorella, Sufficia, e un'altra sorella anonima. Piero era l'ultimo nato.

Rimase orfano di entrambi i genitori in giovanissima età. Fu allevato dapprima dalla sorella maggiore Rodelinda. Poi lo accolse in casa il fratello secondogenito, del quale non conosciamo il nome, che lo costrinse a durissimi servizi e lo maltrattò. Lasciò poi la casa del fratello malevolo e venne accolto dal fratello più grande Damiano, arciprete. Probabilmente per riconoscenza verso questo fratello Piero aggiungerà al suo nome "Damiani", cioè "di Damiano", che non va inteso dunque come patronimico.A. Cantin, Fede e dialettica nell'XI secolo, Milano, 1996, pag. 74

Studi (1022-1032) Il fratello Damiano, arciprete di una grande ed importante pieve presso Ravenna, si occupò non solo del mantenimento, ma anche di fornire un'istruzione al fratello Piero, cosa rara per quei tempi. Lo inviò a Faenza, poiché presumibilmente conosceva una scuola migliore di quelle esistenti allora a Ravenna, ma forse anche con l'intento di allontanarlo dal fratello malevoloNon ci è dato sapere in quale delle scuole faentine esistenti allora abbia studiato: presso la cattedrale, o il monastero di Santa Maria foris portam, o il monastero dei Santi Lorenzo e Ippolito.. Arrivato a Faenza a 15 anni, Piero vi rimase per 4 anni, dal 1022 al 1025.

Terminati gli studi a Faenza, si trasferì a Parma (inviato dal fratello o di sua iniziativa) per studiare le arti liberali, cioè quelle cosiddette del trivio e del quadrivio. Studiò sotto maestri illustri, come Ivo, Gualtero e Mainfredo. Rimase a Parma negli anni 1026-1032, cioè tra i 19 ed i 25 anni.

Insegnamento (1032-1035) Terminati gli studi a Parma tornò a Ravenna dove intraprese la carriera di insegnante, che lo occupò probabilmente dal 1032 al 1035, cioè fino a circa 28 anni. Divenne un rinomato maestro delle arti liberali, con molti allievi e acquisendo fama e una certa agiatezza economica. È probabile che fosse anche chierico (diacono o un altro ordine minore), cosa allora comune per i maestri. L'ordinazione presbiterale probabilmente è da collocare durante il periodo di insegnamento a Ravenna, forse tra il 1034-35, a opera dell'arcivescovo Gebeardo.

Vocazione monastica (1035) In quel periodo maturò progressivamente l'idea di dedicarsi alla vita monacale. Mantenendo immutato lo stile di vita a stretto contatto con la società, cominciò a vivere interiormente come un monaco: sotto le vesti indossava il cilicio, digiunava, si prodigava in preghiere, veglie, digiuni ed opere di carità.

Come egli stesso raccontò, un fatto preciso lo incoraggiò ad abbracciare la vita monastica vera e propria. Solitamente invitava a mensa alcuni poveri. Un giorno si trovò solo con un cieco e gli offrì del pane scuro, di qualità peggiore, tenendo per sé un pane bianco. Una lisca di pesce si conficcò nella sua gola, rischiando di soffocarlo. Interpretò l'incidente come una giusta punizione per il suo egoismo e prontamente offrì al cieco il pane migliore: immediatamente la lisca scivolò in gola lasciandolo indenne.

L'ingresso nella vita monastica avvenne quando conobbe a Ravenna due eremiti di Fonte Avellana, eremo nella Pentapoli bizantina fondato circa un decennio prima dal ravennate san Romualdo. Attratto dalla loro umile e composta modestia, li seguì nel loro eremo e vi si fece monaco. Era probabilmente l'anno 1035; Pier Damiani aveva compiuto i 28 anni.

Monaco di Fonte Avellana (1035-1043) A Fonte Avellana, grazie al suo passato di maestro, gli venne chiesto di istruire i suoi fratelli in campo religioso ed esortarli alla vita monastica. Divenne ben presto anche magister dei novizi.

In seguito, probabilmente nel 1040, l'abate di Pomposa Guido degli Strambiati chiese al priore di Fonte Avellana di inviargli Pier Damiani come magister per istruire anche la sua comunità, probabilmente avendone già conosciuta la fama che lo circondava a Ravenna ed avendolo poi apprezzato personalmente a Fonte Avellana dal 1035 al 1040, periodo in cui Guido ne fu priore. Piero vi rimase circa due anni, tra il 1040 e il 1042.

Nel 1042, per ordine del suo priore di Fonte Avellana, passò da Pomposa al monastero di san Vincenzo al Furlo (presso Urbino), per riformarne la disciplina secondo la riforma romualdina. Qui scrisse la Vita Romualdi attingendo alle notizie dirette di chi aveva personalmente conosciuto il monaco anacoreta: del testo è nota l'edizione forlivese del 1641S. Petrus Damianus, De vita S. Romualdi, Forolivii 1641.. Qui inoltre incontrò, e talvolta si scontrò, con alcuni potenti nobili del tempo, come il marchese Bonifacio di Toscana o la dinastia dei Canossa.

Priore di Fonte Avellana (1043-1057)

A fine 1043, in occasione della morte del priore Guido, ritornò a Fonte Avellana, dove venne eletto dai suoi confratelli (circa venti monaci) come suo successore. Rimase priore per 14 anni, fino al 1057.

Durante il suo priorato si adoperò nell'organizzazione e nella promozione della vita eremitica e di attuare gli ideali monastici nel suo monastero. Redasse una Regola in cui sottolineava fortemente il "rigore dell'eremo": nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un'obbedienza al priore sempre pronta e disponibile. Pier Damiani qualificò la cella dell'eremo come «parlatorio dove Dio conversa con gli uomini». Curò anche l'ampliamento e la ristrutturazione di edifici esistenti e ne costruì di nuovi. Curò in particolare la biblioteca dell'eremo.

Fondò, o comunque riorganizzò, all'interno della famiglia monastica di Fonte Avellana, diversi eremi e monasteri dell'ex Esarcato bizantinoAngelo Chiaretti, San Pier Damiani e Dante Alighieri: l'Abbazia di San Gregorio in Conca, Rimini, Panozzo, 2014.: monastero di San Salvatore di Monte Acuto, nel territorio di Umbertide; monastero di san Gregorio in Conca, nel territorio di Morciano di Romagna (da lui fondato nel 1060); eremo di Suavicino (fondato nel 1053); eremo di Preggio, nel territorio di Umbertide; eremo di Gamogna, sull'Appennino faentino (1053); cenobio di San Giovanni in Acereta (attualmente nota come Badia della Valle), sull'Appennino faentino (circa 1055); monastero di San Bartolomeo in Camporeggiano, presso Gubbio, da lui fondato nel 1057; monastero di San Vincenzo al Furlo, presso Acqualagna; abbazia e cenobio di Santa Maria in Sitria, presso Isola Fossara; abbazia e monastero di Sant'Emiliano in Congiuntoli, presso Sassoferrato; abbazia di San Michele Arcangelo, presso Cantiano; eremo di Luceoli, presso Cantiano; eremo di Ocri, presso Sarsina. Intrattenne inoltre una notevole corrispondenza con i principali monasteri del centro Italia dell'epoca.

Oltre ad adoperarsi nell'ambito monastico, fu uno dei principali e zelanti attuatori della riforma gregoriana della Chiesa. Si recò in visita in molte diocesi (per esempio Urbino, Assisi, Gubbio) per esortare o rimproverare i vescovi. In alcuni casi fece pressione sul Papa per far rimuovere vescovi indegni o simoniaci (a Pesaro, Fano, Osimo e Città di Castello).

Nel 1046 assistette all'incoronazione dell'imperatore Enrico III a Roma ed entrò in relazione con l'ambiente di corte. I contatti avuti in seguito con la casa imperiale furono numerosi e cordiali; si recò più volte in Germania; l'imperatrice Agnese fu sua penitente.

Nel 1047 fu presente al sinodo romano, celebrato alla presenza dell'imperatore e presieduto dal Papa, per affrontare e risolvere il problema della simonia. Partecipò anche ai sinodi romani del 1049, 1050, 1051, 1053. Nel 1049 compose il Liber Gomorrhianus, trattante i peccati contro naturaNell'opera, Pier Damiani cita l'ex papa Benedetto IX, che vendette la dignità pontificia al suo padrino per due volte..

Col pontificato di papa Leone IX (1049-1054) si estese l'orizzonte d'azione riformatrice di Pier Damiani. Pier Damiani partecipò attivamente, con scritti e interventi personali, alla riforma ecclesiastica che vide in Leone IX il suo più energico fautore. Questo Papa lo nominò priore del convento di Ocri. La sua collaborazione coi pontefici proseguì con Stefano IX, Niccolò II e Alessandro II.

Cardinale, Vescovo di Ostia e consigliere del Papa (dal 1057) Papa Stefano IX, nell'agosto-novembre 1057Ruggero Benericetti, L'eremo e la cattedra. Vita di san Pier Damiani, ed. Àncora, Milano, 2007, p. 80. o il 14 marzo 1058,F. Lanzoni, San Pier Damiani e Faenza, Faenza 1898, p. 25. lo nominò cardinale e vescovo di Ostia, cioè uno dei sette cardinali vescovi suburbicari a più stretto contatto con il Papa. Stando ai suoi scritti, Pier Damiani non accolse la nomina con favore: si sentiva portato alla vita eremitica, implicante solitudine, silenzio, penitenza, preghiera.

Si trasferì per obbedienza a Roma, a stretto contatto col Papa e con la corte pontificia, dove rivestì un ruolo di primissimo piano.

Riformatore Pier Damiani operò la sua azione riformatrice in diversi modi: si adoperò affinché il potere politico fosse privato delle connotazioni sacrali che aveva progressivamente assunto (e che avevano portato alla prassi aberrante della simonia, che diede origine alla cosiddetta lotta per le investiture); mise in risalto l'autorità del Papa, fulcro centrale della vita ecclesiale (questo da un lato per sottrarre i vescovi all'autorità dell'imperatore, dall'altro per non lasciarli sciolti da ogni istanza superiore, come invece chiedeva la corrente detta episcopalismo); cercò di riformare la vita dei chierici, combattendo il nicolaismo (interpretazione lassista del celibato ecclesiastico) e proponendo come modello la vita monastica.

Principali missioni per conto del Pontefice Nel novembre 1059 Papa Niccolò II inviò Pier Damiani a Milano, assieme ad Anselmo da Baggio, vescovo di Lucca nonché futuro papa sotto il nome di Alessandro II. In quella città lo scandalo della compravendita delle cariche religiose (simonia) era sotto gli occhi di tutti. Il matrimonio dei sacerdoti era prassi corrente, come lo era il comportamento licenzioso di molti religiosi. Le riforme avviate dal papato trovarono nella chiesa ambrosiana una forte opposizione. La chiesa ambrosiana rivendicava la sua autonomia e la sua particolarità.