Il presidente degli Stati Uniti d'America (; sigla: POTUS) è il capo di Stato e il capo del governo degli Stati Uniti d'America. Il presidente è responsabile delle funzioni esecutive del governo federale ed è anche il comandante in capo delle Forze armate statunitensi.

L'elezione del presidente avviene in via indiretta: gli elettori di ogni Stato eleggono 538 grandi elettori, i quali a loro volta (riuniti nel Collegio elettorale, ma ognuno nella capitale dello Stato per cui sono stati eletti) votano a scrutinio segreto il presidente e il vicepresidente che lo ha accompagnato nella campagna elettorale (formando il cosiddetto ticket). La carica dura quattro anni e il XXII emendamento alla Costituzione (approvato nel 1951) vieta a chiunque di esercitare la carica presidenziale per più di due mandati. Sede e residenza ufficiale del presidente è la Casa Bianca a Washington. Il presidente dispone di un suo staff e usufruisce di numerosi servizi.

Due Boeing VC-25 (versione appositamente modificata dell'aereo di linea Boeing 747-200B) servono per il trasporto a lunga distanza. Con il presidente a bordo, l'aereo viene denominato Air Force One. Lo stipendio del presidente ammonta a dollari all'anno, esclusi altri benefici, e gli viene corrisposto annualmente. Dalla promulgazione della Costituzione (elaborata il 17 settembre 1787 e ratificata il 21 giugno 1788) 45 persone si sono succedute alla carica presidenziale. Il numero di presidenze è però di 47 perché Grover Cleveland e Donald Trump sono stati eletti per due mandati non consecutivi: il primo risulta essere stato il 22º e 24º presidente mentre il secondo il 45º e 47º.

Il presidente attualmente in carica è il repubblicano Donald Trump, eletto il 5 novembre 2024 per un secondo mandato non consecutivo ed entrato in carica il successivo 20 gennaio.

Storia La Rivoluzione americana e il dibattito sulle forme di governo

Il 4 luglio 1776, a Filadelfia (Pennsylvania), nell'ultima sessione del secondo congresso continentale, le tredici colonie britanniche proclamarono ufficialmente la propria Dichiarazione di indipendenza dall'Impero britannico. Le colonie, divenute dei veri e propri Stati sovrani indipendenti l'uno dall'altro, riconobbero però la necessità di coordinarsi per fronteggiare la prevedibile reazione degli inglesi.

Volendo prioritariamente evitare qualsiasi ipotesi monarchica, il 15 novembre 1777 (dopo 16 mesi di negoziati) i nuovi Stati indipendenti elaborarono, in seno al Secondo Congresso Continentale, gli Articoli della Confederazione: con questo documento le ex-colonie formarono una nuova alleanza federale, la "Confederazione". Gli Articoli, tuttavia, esclusero la possibilità per il Secondo Congresso di potere promulgare leggi valevoli per tutti i cittadini degli Stati della Confederazione: ogni singolo Stato mantenne il diritto di promulgare proprie leggi in qualsiasi materia. Un assetto politico federalista che tuttavia traeva origine dall'esperienza coloniale: come il governo centrale britannico (Corona e Parlamento) controllava i dominion oltremare, apparve nelle ex-colonie l'intenzione di creare un organo in grado di coordinare i singoli Stati uniti nella Confederazione. E, nonostante si escludesse (come si è già detto) qualsiasi ipotesi monarchica, alcune delle prerogative reali vennero attribuite al Congresso, come la possibilità di emanare la dichiarazione di guerra o di ricevere gli ambasciatori esteri. Gli Articoli della Confederazione entrarono ufficialmente in vigore soltanto dal 1º marzo 1781, quando il Maryland fu l'ultimo Stato a ratificarli.

La fine della guerra di indipendenza dal Regno Unito Con il trattato di Parigi del 1783 finì la guerra d'indipendenza americana e Giorgio III del Regno Unito riconobbe gli Stati Uniti d'America come Stato sovrano e indipendente. Conclusa la questione coloniale, alla Confederazione rimanevano però da risolvere enormi problemi al suo interno: i confini a ovest erano deboli e minacciati; le rispettive economie dei singoli Stati si trovavano in condizioni miserevoli dopo lo sforzo bellico; numerose dispute commerciali fra diversi Stati minacciavano fin da subito di sfaldare la neonata Confederazione; data la necessità di importare una grande quantità di beni, enormi quantità di valuta se ne andavano all'estero; le linee commerciali che collegavano le ex-colonie con il bacino del Mediterraneo erano perennemente minacciate dalle flotte dei pirati nordafricani; il debito con diversi Paesi stranieri per finanziare la propria guerra di indipendenza doveva essere saldato per evitare interessi altissimi. L'insoddisfazione della popolazione era evidente.

Nel 1785, a seguito della risoluzione positiva della conferenza di Mount Vernon (tenutasi presso la stessa abitazione di George Washington) con cui la Virginia e il Maryland trovarono un accordo sull'utilizzo delle acque comuni, la stessa Virginia propose la convocazione di una conferenza commerciale fra tutti gli Stati confederati per risolvere una volta per tutte eventuali dispute che potessero minare il futuro della Confederazione. La conferenza venne convocata ad Annapolis, nel Maryland, nel settembre 1786. Tuttavia la conferenza fallì nel raggiungere il suo obiettivo a causa dei reciproci sospetti da parte dei delegati, una parte dei quali decise comunque di proporre una convention da tenersi la primavera successiva a Filadelfia, con lo scopo di apportare modifiche agli Articoli della Confederazione. La proposta venne accolta piuttosto freddamente dalla maggior parte degli Stati, ma l'opera di convincimento da parte dei delegati della Virginia, James Madison e Edmund Randolph, nei confronti di George Washington di rappresentare la stessa Virginia alla riunione di Filadelfia, e la ribellione di Shays nel Massachusetts (sedata dopo qualche mese senza che il Congresso potesse intervenire) convinse gli Stati più restii della necessità di una riforma della Confederazione e ad accettare la proposta.

La convenzione di Filadelfia e l'istituzione

La riunione, che passò alla storia come convenzione di Filadelfia, si tenne dal 25 maggio al 17 settembre 1787 con la sola assenza dei delegati del Rhode Island, che si rifiutarono di intervenire. La Convenzione decise immediatamente di riformare completamente le istituzioni confederali e i delegati presenti depositarono le loro proposte in merito al nuovo assetto costituzionale. Oltre ad accettare la proposta del Connecticut di istituire un parlamento bicamerale la Convenzione accolse l'idea dello Stato di New York: costituire un organo governativo forte e unitario con potere di veto sulle decisioni delle Camere e che dovesse rimanere in carica per tre anni. La Convenzione riuscì quindi a promulgare la Costituzione degli Stati Uniti d'America il 17 settembre 1787, ratificata il 21 giugno 1788.

Elezione e nomina Criteri di eleggibilità

L'articolo 2 della Costituzione elenca con precisione i requisiti per potere ricoprire la carica di presidente degli Stati Uniti d'America: possedere la cittadinanza statunitense sin dal momento della nascita; avere almeno 35 anni di età; avere avuto la residenza sul suolo statunitense per un periodo di almeno 14 anni. A questi tre requisiti, la Costituzione e alcuni emendamenti specificano alcune cause di ineleggibilità. Innanzitutto il XII emendamento (ratificato il 21 marzo 1947) stabilisce il divieto di nominare un ex-presidente che ha già tenuto la carica per due mandati; inoltre nessun vicepresidente che abbia rivestito la carica presidenziale per più di due anni, essendo automaticamente subentrato, per qualsiasi motivo, a un altro presidente eletto, potrà essere eletto presidente per più di una volta.Gli studiosi costituzionalisti statunitensi dibattono da tempo sull'ipotesi se sia possibile che un soggetto non eleggibile in forza del XXII emendamento possa comunque rivestire la carica di vicepresidente. A questo proposito vedi: Bruce G. Peabody, Scott E. Gant, "The Twice and Future President: Constitutional Interstices and the Twenty-Second Amendment", Minnesota Law Review, Minneapolis, 1999, n. 83, p. 565; Richard Albert, "The Evolving Vice Presidency", Temple Law Review, Philadelphia, 2005, n. 78, pp. 811 e 856-859.A causa del fatto che il vicepresidente è eletto direttamente dal popolo, egli è costituzionalmente legittimato a succedere al presidente in caso di dimissioni, morte o impedimento di quest'ultimo. Per questo motivo anche al vicepresidente si applicano gli stessi requisiti.

Un'altra causa di ineleggibilità (prevista dall'articolo 1 della Costituzione) riguarda il caso di un ex-presidente condannato con la particolare procedura dellimpeachment al quale il Senato ha comminato la sanzione accessoria del divieto di rivestire in futuro cariche pubbliche federali, fra cui quella di presidente. Infine il XIV emendamento (approvato il 9 luglio 1868) vieta la nomina presidenziale a una persona che, dopo avere giurato sulla Costituzione, si è poi ribellato contro gli Stati Uniti. In quest'ultimo caso, però, la causa di ineleggibilità viene meno qualora i due terzi sia del Senato sia della Camera dei rappresentanti si siano espressi a favore della sua eleggibilità.

Il collegio elettorale

Ogni quattro anni le elezioni presidenziali si svolgono il "martedì successivo al primo lunedì di novembre", questo per evitare che l'elezione si debba svolgere il primo novembre, giorno festivo negli USA, quando questo cade di martedì. Nello stesso giorno sono concentrate anche altre consultazioni, riferite a ogni livello di governo. A livello federale si svolgono assieme a quelle per il presidente le elezioni per il rinnovo della Camera dei rappresentanti e quelle per la scelta di un terzo dei membri del Senato.

Ogni Stato esprime un numero variabile di membri del Collegio Elettorale (I "Grandi Elettori" o gli "Elettori" per antonomasia), equivalente al numero dei suoi rappresentanti al Congresso.

Il sistema elettorale per la scelta dei Grandi Elettori è rimesso alla legislazione statale. Fin dai primi periodi della storia statunitense, comunque, si manifestò l'orientamento di fare eleggere i Grandi Elettori direttamente dai cittadini. Alcuni stati in origine preferivano fare selezionare gli Elettori dai membri dei Legislativi. La Carolina del Sud mantenne questo sistema fino alla guerra di secessione, quando ormai tutti gli altri stati erano passati all'elezione diretta.

Sulle schede compaiono solo i nomi del candidato alla presidenza e di quello alla vice presidenza dei vari partiti (i ticket), ma il voto assegnato a un ticket va formalmente a un numero di candidati al Collegio Elettorale scelti dal partito che appoggia il Ticket stesso. Nella stragrande maggioranza degli Stati, il ticket che conquista il maggior numero di preferenze si vede assegnare tutti i voti elettorali dello Stato. Il Maine e il Nebraska adottano un sistema diverso, assegnando due voti al ticket che vince a livello statale e uno ai vincitori nei vari collegi elettorali per il Congresso. In ogni caso, i Grandi Elettori si riuniscono nelle capitali dei rispettivi Stati il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre per votare. Viene formata una "lista di tutti coloro che hanno avuto voti e del numero di voti raccolti da ciascuno": questa la formula adottata dall'articolo II, sezione 3 della Costituzione, ma ormai si tratta chiaramente di una formalità, in quanto gli Elettori daranno la preferenza ai candidati alla presidenza e alla vicepresidenza sostenuti dal loro partito. Il risultato del voto è inviato al Presidente del Senato, ossia il vicepresidente in carica.