Biografia

Inizi della carriera politica Tito Quinzio Flaminino nacque verosimilmente intorno al 229 a.C., perché, come riportato da Tito Livio, quando presenziò i giochi istmici nel 196 a.C. aveva 33 anni Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIII, 33.. Combatté nella guerra annibalica sotto Marco Claudio Marcello e nel 205 a.C. fu propretore a Taranto; viene menzionato per la prima volta nel 201 a.C. quando fu uno dei dieci commissari nominati per la misurazione e la distribuzione di terre pubbliche nel Sannio ed in Apulia; le terre furono date ai veterani che avevano combattuto sotto Publio Cornelio Scipione Africano in Africa contro i Cartaginesi. L'anno successivo fu uno dei triumviri incaricati di completare il numero di coloni a Venusia, numero che si era fortemente ridotto durante la guerra annibalica. Nel 199 a.C. fu questore e verso la fine del suo mandato si candidò per il consolato. Come raccontato da Livio, due tribuni della plebe, Marco Fulvio e Manio Curio, si opposero pubblicamente alla sua candidatura, perché avrebbe dovuto seguire il tradizionale cursus honorum e ricoprire le cariche di edile e di pretore, prima di puntare al consolato. Alla fine il Senato deliberò di accettare la candidatura di Flaminino, dato che aveva già raggiunto l'età legittima di trenta anni. I due tribuni rinunciarono alla loro battaglia e così Flaminino fu eletto console per l'anno 198 a.C. con Sesto Elio Peto Catone.

Consolato e guerra contro Filippo V di Macedonia

A soli trent'anni fu eletto console nel 198 a.C. con Sesto Elio Peto Catone. Al momento della scelta delle province, a Flaminino toccò la Macedonia. Con il consenso del Senato, costituì un'armata con 8000 fanti e 800 cavalieri che si aggiunse a quella già pronta per affrontare Filippo V di Macedonia; gli uomini furono scelti fra quelli che si erano distinti nelle recenti guerre in Africa e in Spagna.

Rimase a Roma lo stretto necessario per delle cerimonie religiose pubbliche, poiché era necessario ingraziarsi gli dèi prima della spedizione. Compiuti i riti, Flaminino si diresse immediatamente verso la Macedonia, rompendo la tradizione che voleva che i consoli rimanessero a Roma per i primissimi mesi del loro mandato. Navigò con i rinforzi appena arruolati da Brundisium fino a Corcira, dove li lasciò accampare, mentre lui sbarcava in Epiro e raggiungeva in tutta fretta il campo dell'esercito romano già presente in Grecia. Licenziò immediatamente i suoi predecessori, attese pochi giorni l'arrivo dei rinforzi lasciati a Corcira ed immediatamente radunò il suo stato maggiore per decidere quale fosse la strada migliore da seguire per invadere la Macedonia.

Fin dall'inizio dimostrò grande ardimento e coraggio, perché, contrariamente a quanto proposto dai suoi luogotenenti più accorti, decise di dirigersi verso la strada più breve, che passava per il passo di Antigoneia, passo ben difeso dal nemico, invece di scegliere la strada più lunga che lo aggirava. Fondava le sue speranze anche sull'assistenza della fazione filo-romana presente in Epiro, il cui leader era Carope e al tempo stesso, con una marcia rapida verso la Macedonia, riteneva che molte città greche, ancora indecise con chi allearsi, si sarebbero legate a Roma, abbandonando Filippo.

Per quaranta giorni fronteggiò il nemico macedone, senza aver una buona possibilità di attaccare favorevolmente Filippo; anzi al contrario il re macedone, vista la situazione di stallo, stava pensando di chiedere ai Romani un trattato di pace a lui favorevole, anche tramite la mediazione degli Epiroti. In effetti vi furono alcuni contatti preliminari, ma Flaminino pose subito la richiesta che tutte le città della Grecia e della Tessaglia fossero liberate prima di iniziare qualsiasi trattativa.

Prima di ricevere una risposta da parte macedone, Flaminino fu informato da Carope dell'esistenza di un passaggio tra i monti che potesse condurre truppe alle spalle dei Macedoni. Questo passo non era presidiato da forze nemiche o perché non conosciuto da Filippo e dai suoi o perché erano sicuri che i Romani non lo avrebbero mai usato. Dopo aver inviato una guida pratica dei luoghi, che verificò l'assenza di reparti macedoni, Flaminino decise di inviare anche 4.300 uomini armati con la guida, i quali alcuni giorni più tardi si presentarono alle spalle della armata macedone.

Dopo una breve e sterile difesa, i Macedoni, presi dal terrore e dalla costernazione di trovarsi attaccati da due lati, fuggirono velocemente verso la Tessaglia ed abbandonarono il passo, dopo aver perso 2.000 uomini ed il campo, caduto immediatamente in mani romane. Come conseguenza immediata, tutto l'Epiro si sottomise spontaneamente a Flaminino, il quale trattò i vecchi avversari con clemenza e liberò i prigionieri, perché la sua intenzione era di essere sempre presente quando una città o una regione si liberava dal giogo macedone, così da presentarsi come il restauratore della libertà greca.

A questo punto l'armata romana, comandata dal console Flaminino, marciò attraverso i passi montani e raggiunse la Tessaglia, dove Filippo aveva fatto razziare le campagne e distruggere molte città, così da fare terra bruciata davanti ai Romani. La prima città tessala raggiunta da Flaminino e che gli resistette fu Faloria, che fu conquistata dopo una strenua resistenza della guarnigione macedone e fu ridotta in cenere, anche come avvertimento per tutte le altre città che avessero deciso di combattere apertamente i Romani Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXII, 15.. Ma nonostante la severità vista a Faloria, non vi furono sollevazioni nelle altre città della Tessaglia, dove erano asserragliate consistenti guarnigioni macedoni, che potevano ricevere facilmente rinforzi da Tempes, dove stazionava l'armata di Filippo.

Conquistata e distrutta la prima città della Tessaglia, Flaminino pose l'assedio a Carace, ma nonostante i grandi sforzi profusi dai Romani e qualche parziale successo, Flaminino fu costretto a toglierlo dalla eroica difesa dei suoi abitanti. Dopo aver devastato e saccheggiato il territorio, Flaminino marciò verso la Focide, dove parecchie città anche marittime gli aprirono le porte, permettendogli di comunicare con la flotta romana sotto il comando di suo fratello Lucio. Solo Elateia, la principale città della regione e fornita di robuste fortificazioni, si oppose strenuamente a Flaminino e per un breve periodo riuscì a fermare la sua avanzata.

Mentre Tito era ancora impegnato in queste operazioni, suo fratello Lucio, su sua richiesta, riuscì a stringere una alleanza con la Lega achea, sfruttando il fatto che Aristeneto, stratego della lega, era ben disposto verso Roma. In ogni caso le città di Megalopoli, Dyme ed Argo rimasero fedeli a Filippo.

Dopo aver conquistato Elateia, Flaminino fece svernare il suo esercito tra la Focide e la Locride; ma dopo breve tempo scoppiò una rivolta ad Opus e la guarnigione macedone dovette ritirarsi nella acropoli della città. Una parte della popolazione era favorevole ai Romani e voleva chiamarli in aiuto per difendere la città contro eventuali assalti nemici, mentre un'altra parte preferiva rivolgersi alla lega etolica. Anche se per primi giunsero i rappresentanti della lega, le porte della città si aprirono solo per Flaminino, che riuscì a prenderne il pieno possesso. Questo fu il primo atto che portò alla rivalità tra la lega etolica e Roma, che ebbe un peso determinante nelle faccende greche degli anni successivi. La guarnigione macedone rimase asserragliata nell'acropoli e Flaminino preferì non attaccare, anche perché il re macedone aveva iniziato ad avviare trattative di pace. Flaminino accettò le proposte, ma con il solo scopo di diventare agli occhi di tutti i greci come l'unico arbitro della situazione, il solo che potesse decidere sulla pace o sulla guerra. Fu deciso di tenere un congresso nelle vicinanze di Nicea, sul golfo, che durò tre giorni; Flaminino e i suoi alleati, tra i quali in quel momento vi era anche la lega etolica che si distinse per le numerose invettive contro Filippo, presente al congresso, presentarono una lunga lista di richieste per il trattato di pace, ma la prima e più importante richiesta era che Filippo ritirasse tutte le sue guarnigioni dalle città greche. L'opinione degli alleati greci dei Romani era quella di rompere senza indugi i colloqui se il re macedone non avesse accettato subito e senza tentennamenti il ritiro, ma Flaminino agì con grande diplomazia e riuscì a rimandare tale decisione, in modo tale da attendere gli avvenimenti successivi ed anche di ricevere nuovi rinforzi dall'Italia. Al termine dei colloqui fu stabilita una tregua di due mesi e si decise di inviare a Roma ambasciatori di entrambe le parti per altri colloqui diretti, a condizione, però, che Filippo abbandonasse tutte le città della Focide e della Locride ancora nelle sue mani.

Al loro arrivo a Roma gli ambasciatori dei greci si comportarono come concordato con il console: dichiararono che la Grecia non poteva considerarsi libera finché Demetriade, Calcide e Corinto non fossero state lasciate dalle guarnigioni macedoni; che la continuazione della guerra era inevitabile se Filippo non avesse ottemperato alle richieste fatte a Nicea ed, inoltre, ora era il momento migliore per costringere Filippo ad accettare tutte queste richieste, viste le sue difficoltà. Successivamente, quando furono presenti anche gli ambasciatori macedoni, fu chiesto loro se il loro re avesse intenzione di liberare le tre città menzionate, ma gli ambasciatori risposero che non avevano istruzioni in merito. Il Senato li congedò e li informò che da quel momento per il prosieguo delle trattative avrebbero dovuto riferirsi al solo Flaminino, al quale fu concesso il pieno potere a tempo indeterminato sia per addivenire ad una pace o, se lo avesse ritenuto necessario, per continuare la guerra.

Appena ricevuta la riconferma della sua nomina come plenipotenziario, Flaminino si premurò di far sapere a Filippo che se avesse voluto continuare i negoziati, avrebbe dovuto prima abbandonare tutte le roccaforti occupate in territorio greco. Con uno scatto d'orgoglio, al contrario Filippo decise di affidarsi alle fortune della guerra, piuttosto che sottostare all'ultimatum romano; in ogni caso il re macedone era ben consapevole della inferiorità numerica del suo esercito rispetto a quello greco e romano e cercò di formare una alleanza con Nabide, il tiranno di Sparta. Quest'ultimo decise di approfittare della situazione che si era creata in Grecia ed occupò la città di Argo e, subito dopo, invitò Flaminino proprio ad Argo per una conferenza, dove venne con tempestività firmato un trattato tra Flaminino stesso e Sparta; secondo i termini del trattato, Sparta concedeva truppe ausiliarie ai Romani per continuare la guerra contro Filippo e si impegnavano a rispettare le altre città della Lega achea. Flaminino, ancora impegnato contro Filippo, per il momento doveva accettare il fatto compiuto della occupazione di Argo, anche se nel trattato non si menzionava né la città né il suo status futuro.

Appena ricevute le truppe ausiliarie spartane di Nabide, Flaminino decise di marciare su Corinto, difesa da Filocle, amico di Nabide; Flaminino sperava che questi seguisse l'esempio dello spartano e che gli aprisse le porte della città, ma le sue aspettative fallirono. A questo punto, piuttosto che tentare un lungo assedio, Flaminino marciò in Beozia, dove le città al suo arrivo decisero di rompere l'alleanza con Filippo e di passare dalla parte Romana. Nonostante questo, molti giovani beoti erano stati arruolati nell'esercito macedone e continuarono a servire la causa di Filippo anche dopo il cambio di alleanza delle loro città, combattendo nelle file macedoni fino alla fine della guerra. A questo punto gli unici alleati che rimanevano fedeli a Filippo furono gli Acarnani.

Seconda fase della guerra contro Filippo