Le campagne siriano-mesopotamiche di Cosroe I del 540-545 fu un conflitto della serie delle guerre romano-persiane che si combatté tra il 540 al 545 tra l'Impero romano d'Oriente e la Persia Sasanide.

Casus belli Areta e Alamundaro

Malgrado vigesse una pace con Costantinopoli, Cosroe I, avendo appreso che Giustiniano era fortemente concentrato sulle operazioni di riconquista del Nord Africa e di parte dell'Italia, si convinse che quello era il frangente in cui doveva agire per dichiarare guerra all'Impero bizantino.. Egli si consultò con Alamundaro, capo dei Lakhmidi, i quali erano vassalli arabi dei Persiani, e presto fu escogitato un pretesto che potesse valere come casus belli credibile. Alamundaro rivendicò il possesso di alcune terre dette Strata a sud di Palmira, la quale era infertile ma era stato utilizzato in passato come pascolo. Secondo il capo dei Ghassanidi Areta, vassallo dei Bizantini, la zona apparteneva a Bisanzio basandosi sulle testimonianze delle fonti antiche e sull'etimologia del nome (che in latino significa strada pavimentata). Secondo Alamundaro, questo terreno gli apparteneva di diritto perché i pastori che pascolavano lì gli pagavano un tributo.

Giustiniano inviò in qualità di giudici Strategio, amministratore del tesoro imperiale, e Summo, comandante di Palestina. Summo riteneva che i Bizantini non dovessero cedere quel terreno ai Persiani ma Strategio consigliò prudentemente di non fornire a Cosroe pretesti per dichiarare guerra a Bisanzio per una terra infertile e di valore pressoché nullo.

Ma Cosroe accusò Giustiniano di aver infranto il trattato, avendo tentato di portare Alamundaro dalla sua parte. Infatti Summo, inviato per risolvere la questione del terreno conteso, tentò di convincere con grandi somme di denaro Alamundaro a passare al servizio di Giustiniano. Inoltre, sempre secondo Cosroe, Giustiniano avrebbe inviato un messaggio agli Unni che li incitava a invadere la Persia.

La richiesta di aiuto dei Goti A questo punto i Goti, fortemente minacciati dai Romani d'Oriente in Italia, inviarono dei sacerdoti liguri alla corte persiana per chiedere a Cosroe di infrangere il trattato di pace, sperando che sarebbero riusciti a mantenere il possesso dell'Italia se l'Impero fosse stato impegnato su due fronti. Giunti a Cosroe, gli dissero:

Gli ambasciatori armeni Oltre agli ambasciatori goti, giunsero alla corte di Persia anche degli ambasciatori armeni. Infatti gli Armeni, trovando oppressiva la dominazione bizantina (soprattutto per le tasse alte), si rivoltarono e riuscirono a uccidere Sitta, il generale inviato da Giustiniano per sedare la rivolta. Giustiniano inviò allora Buze a sedare la rivolta; gli Armeni, disperando di riuscire a resistere all'esercito bizantino, chiesero allora aiuto a Cosroe, inviando degli ambasciatori che rivolsero allo scià il seguente discorso:

Dopo questo discorso, Cosroe si consultò con l'aristocrazia persiana, dicendo loro della lettera di Vitige (re goto) e degli ambasciatori armeni, ed insieme concordarono che i Persiani avrebbero iniziato la guerra contro l'Impero d'Oriente nella primavera del 540.

Conflitto Campagna del 540 Assedio di Sura All'inizio della primavera Cosroe I ruppe il trattato di pace eterna e invase il territorio romano-orientale. Non avendo intenzione di attraversare l'Eufrate e conoscendo la difficile espugnabilità delle sue mura, Cosroe decise di non assediare Circesium e decise invece di marciare in direzione di Zenobia, dove giunse dopo una marcia di tre giorni. Ma lì comprese che quella città non aveva alcuna importanza e dopo aver cercato di spingerla alla resa, ritenendo sprecato ogni minuto passato ad assediarla, decise di avanzare oltre.

Giunto a Sura, il suo cavallo nitrì e impresse la terra con il suo zoccolo. Secondo i magi questo significava che la città sarebbe stata conquistata. Cosroe quindi assaltò le mura, che però erano difese con valore dal generale bizantino Arsace, che riuscì a respingere l'assalto persiano ma perse la vita trafitto da una freccia. Il giorno dopo gli abitanti della città, disperando di resistere dopo la morte del loro comandante, inviarono il loro vescovo presso Cosroe per supplicare che la città fosse risparmiata, promettendo grandi doni. Ma Cosroe era arrabbiato con gli abitanti di Sura perché il giorno prima gli avevano ucciso molti uomini. All'inizio sembrò accogliere le richieste del vescovo, ma questo era solo un inganno: quando gli abitanti di Sura aprirono le porte della città al vescovo, i Persiani scagliarono una pietra tra le porte e la soglia per impedire agli abitanti di chiuderle. Dopodiché, passando per le porte spalancate, l'esercito persiano entrò nella città, saccheggiò le case e massacrò la popolazione; quelli non massacrati vennero ridotti in schiavitù e la città venne data alle fiamme.

Tuttavia Cosroe, innamoratosi di una donna di Sura che aveva preso come prigioniera e che aveva sposato, decise di dare agli abitanti di Sura una possibilità di tornare liberi: si recò quindi a Sergiopoli, e chiese al vescovo locale Candido di riscattare i prigionieri al prezzo di due centenaria; il vescovo accettò di pagare la somma entro un anno, non avendo al momento i soldi necessari, e così i prigionieri vennero consegnati al vescovo che li liberò. Tuttavia, di questi, solo pochi sopravvissero alle miserie che dovettero subire.

Megas cerca di spingere Cosroe alla pace Nel frattempo Giustiniano divise in due parti il comando militare d'Oriente: a Belisario affidò il settore eufratense mentre a Buze il resto della frontiera. Belisario però non era ancora tornato dalle campagne in Italia, così per il momento Buze ottenne il comando su tutta la frontiera. Buze inizialmente rimase a Ierapoli; ma quando scoprì cosa era successo a Sura, prese gli uomini più di esperienza e partì.

Nel frattempo l'Imperatore inviò in Oriente Germano con un esercito di 300 uomini; questi, giunto ad Antiochia, esaminò le fortificazioni della città e cercò di rinforzare i punti deboli ma ciò non fu possibile. Poiché non arrivavano rinforzi dall'Imperatore e la città rischiava di essere assediata da Cosroe, gli abitanti furono concordi di versare un tributo allo scià nel caso avesse tentato di espugnare la città per spingerlo a ritirarsi.

Inviarono quindi il vescovo di Beroea Megas presso Cosroe supplicandolo di avere pietà per i Romani d'Oriente; ma ciò non ebbe effetto e Cosroe iniziò l'assedio di Ierapoli. Valutando le fortificazioni solide e disperando quindi di espugnarla, lo scià chiese del denaro agli Ierapolitani in cambio del suo ritiro; questi di buon grado accettarono e gli versarono 2.000 libbre d'argento. Megas allora insistette, chiedendo allo scià di ritirarsi dal territorio bizantino e cessare le ostilità, e alla fine Cosroe promise che se avesse ricevuto dieci centenaria d'oro, la guerra sarebbe finita.

Assedio di Beroea Megas ritornò quindi ad Antiochia mentre Cosroe, dopo quattro giorni di marcia giunse a Beroea. Egli chiese agli abitanti di questa città 4.000 libbre d'argento in cambio del ritiro. Gli abitanti inizialmente accettarono ma riuscirono ad accumulare solo 2.000 libbre cosicché non poterono pagare e quindi si rifugiarono nell'acropoli fortificata. Ma poiché portarono dentro le fortificazioni gli animali, l'acqua presto finì. Inoltre il resto della città venne saccheggiata dai Persiani e data alle fiamme.

Nel frattempo Megas tentò di convincere gli abitanti di Antiochia a versare i dieci centenaria a Cosroe ma per l'opposizione di Giuliano ciò non fu possibile. Megas si recò quindi a Beroea e protestò contro Cosroe per ciò che aveva fatto agli abitanti di Beroea. Comunque riuscì, con suppliche, a persuadere Cosroe a risparmiare gli abitanti rinserrati nell'acropoli, ormai in condizioni critiche perché senz'acqua, e poterono andarsene dal luogo senza ricevere danni. Molti del presidio passarono dalla parte persiana.

Assedio di Antiochia Nel giugno del 540 Cosroe si diresse quindi verso Antiochia. Quando gli abitanti della città lo seppero, molti partirono mentre altri restarono rassicurati dai duci del Libano Teoctisto e Molatze, arrivati in città con 6.000 uomini per difenderla dai Persiani. Nel frattempo arrivò l'esercito di Cosroe I che inviò Paolo a dire agli abitanti che in cambio di 10 centenaria d'oro si sarebbe ritirato. Tuttavia l'indomani il popolo d'Antiochia lanciò dalle mura della città pesanti insulti indirizzati a Cosroe, e inoltre uccisero Paolo quando li esortò di nuovo a pagare quella cifra. Furente per questi avvenimenti, Cosroe assaltò le mura.

Cosroe assaltò l'altura dove le fortificazioni erano più vulnerabili. I Bizantini, legando insieme lunghe travi le sospesero fra le torri, e in questo modo resero gli spazi molto più ampi, per far sì che ancora più uomini potessero fronteggiare gli aggressori da là. Cosicché per molto tempo i Bizantini riuscirono a tener testa all'esercito sasanide. Ma la rottura delle corde che tenevano sospese le travi, e il fracasso provocato dalla caduta di esse, fecero credere ai romano-orientali che combattevano sulle altre torri che le mura in quel tratto fossero state distrutte, e perciò si ritirarono. Il risultato fu che i Persiani vinsero l'assedio e occuparono la città sterminando gran parte della popolazione e dandola alle fiamme.

Gli ambasciatori e la sosta a Seleucia e ad Apamea Successivamente Cosroe ricevette degli ambasciatori bizantini che lo rimproverarono per aver infranto la pace eterna. Cosroe ribatté dicendo che era stato Giustiniano a infrangerla chiedendo agli Unni di invadere la Persia. Gli ambasciatori allora dissero che la colpa non era di Giustiniano ma di coloro che lo avevano servito. Cosroe chiese in cambio della pace un tributo annuale:

Alla fine i Bizantini accettarono di pagare immediatamente 50 centenaria ai Persiani, e ad essi aggiunsero un tributo annuale di cinque centenaria.

Cosroe visitò quindi Seleucia, dove si bagnò nel mare e adorò le sue divinità. Ritornato nell'accampamento, chiese agli ambasciatori di visitare Apamea. Questi accettarono ma a patto che dopo averla visitata e portato con sé mille libbre d'oro se ne tornasse indietro senza fare altri danni. Tuttavia, giunto ad Apamea, non pretese dagli abitanti che gli dessero 1000 libbre d'oro ma dieci volte tanto. In seguito decise di assistere alle corse dell'ippodromo: tuttavia quando uno degli Azzurri sorpassò il suo rivale, Cosroe si arrabbiò, pensando che ciò fosse stato fatto di proposito, e ordinò che i cavalli di quello in testa fossero trattenuti in modo che vincessero i Verdi, appoggiati appunto da Cosroe. Inoltre ordinò di impalare un cittadino di Apamea, reo di aver osato protestare per l'atto di un soldato sasanide che aveva violentato sua figlia.

Lasciata Apamea, giunse a Calcide dove estorse alla popolazione due centenaria. Dopodiché attraversò l'Eufrate e saccheggiò la Mesopotamia. Quindi decise di espugnare Edessa, per il semplice motivo che essa era ritenuta inespugnabile perché protetta da Gesù Cristo. Tuttavia un malanno (la mascella divenne gonfia) lo persuase a non tentare l'assedio ma di accontentarsi di estorcere alla popolazione due centenaria d'oro.

Quando arrivò a Cosroe una lettera di Giustiniano che gli annunciava che accettava la pace, Cosroe liberò gli ostaggi, svendette i prigionieri e si preparò per la partenza.

Tuttavia, narra Procopio, assediò Dara. L'assedio però fallì e Cosroe si limitò a incassare dai Daresi mille libbre d'oro in cambio del ritiro in Persia. Tuttavia quando Giustiniano seppe che nonostante la tregua Cosroe aveva aggredito Dara, non accettò più l'accordo e la guerra continuò.

In Assiria Cosroe fondò Antiochia di Cosroe dove deportò la popolazione di Antiochia sopravvissuta.

Campagna del 541 L'arrivo di Belisario e l'assedio di Nisibi