La Camera dei deputati del Regno d'Italia fu la camera elettiva del Parlamento del Regno d'Italia e svolse la propria attività dall'VIII alla XXIX legislatura, tra il 1861 e il 1939, in continuità istituzionale con la Camera dei deputati del Regno di Sardegna.

Le elezioni per la nuova Camera, disciplinate dalla legge elettorale del 17 dicembre 1860, n. 4513, si svolsero il 27 gennaio e, per i ballottaggi, il 3 febbraio 1861; furono eletti 443 deputati. L'VIII legislatura, che proseguì la numerazione delle legislature del Parlamento subalpino, fu inaugurata a Palazzo Carignano il 18 febbraio 1861, quasi un mese prima della proclamazione formale del Regno d'Italia, avvenuta il 17 marzo successivo.

In base allo Statuto Albertino, il potere legislativo era esercitato collettivamente dal re, dal Senato del Regno e dalla Camera dei deputati; l'iniziativa legislativa apparteneva al sovrano e a ciascuna delle due Camere, mentre i progetti concernenti tributi, bilanci e conti dello Stato dovevano essere presentati in primo luogo alla Camera. Nel progressivo sviluppo della forma di governo parlamentare la Camera esercitò inoltre funzioni di indirizzo e di controllo sull'operato del Governo.

L'assemblea seguì gli spostamenti della capitale del Regno: ebbe sede a Torino, a Palazzo Carignano, fino al 1865, quindi nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze e, dal 1871, a Palazzo Montecitorio a Roma. Il numero dei deputati aumentò in seguito alle successive acquisizioni territoriali: dai 443 del 1861 passò a 493 dopo l'annessione del Veneto nel 1866 e a 508 dopo l'annessione di Roma; fu portato a 535 nel 1921 e ridotto a 400 con la riforma elettorale fascista del 1928.

Nel corso della sua esistenza il sistema di elezione della Camera mutò più volte: dall'originario suffragio censitario maschile si passò all'ampliamento del corpo elettorale del 1882, al suffragio maschile quasi universale introdotto nel 1912 e a quello universale maschile del primo dopoguerra; al sistema proporzionale adottato nel 1919 seguirono la riforma del 1923 e, nel 1928, il sistema plebiscitario introdotto dal regime fascista.

La legge 19 gennaio 1939, n. 129 stabilì che la Camera dei deputati fosse soppressa alla fine della XXIX legislatura e sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni. Con regio decreto del 2 marzo 1939 la Camera fu sciolta e il Senato e la nuova assemblea furono convocati per il 23 marzo, data di apertura della XXX legislatura.

Storia Torino e Firenze capitali (1861-1871) Le prime elezioni politiche del nuovo Stato unitario si svolsero il 27 gennaio 1861, con i ballottaggi il 3 febbraio, sulla base della legislazione elettorale già vigente nel Regno di Sardegna. Furono chiamati alle urne gli elettori di 443 collegi uninominali; il suffragio era esclusivamente maschile e fortemente censitario, subordinato in via generale al compimento dei venticinque anni, all'alfabetizzazione e al possesso dei requisiti di censo o capacità stabiliti dalla legge. Il sistema era maggioritario uninominale a doppio turno e portò all'elezione di 443 deputati.

L'VIII legislatura, che mantenne la numerazione delle precedenti legislature del Parlamento subalpino, fu inaugurata il 18 febbraio 1861 a Palazzo Carignano, a Torino, con il Discorso della Corona pronunciato da Vittorio Emanuele II davanti alle Camere riunite. Si trattò della prima legislatura del Parlamento dell'Italia unita, benché la proclamazione formale del Regno non fosse ancora avvenuta.

Il 21 febbraio il presidente del Consiglio Camillo Benso di Cavour presentò al Senato il disegno di legge con il quale Vittorio Emanuele II avrebbe assunto per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia. Il progetto fu approvato dal Senato il 26 febbraio con 129 voti favorevoli e 2 contrari e, il 14 marzo, dalla Camera dei deputati all'unanimità; fu quindi promulgato il 17 marzo 1861.

Con il trasferimento della capitale del Regno da Torino a Firenze, anche la Camera seguì gli altri organi costituzionali nella nuova capitale. La IX legislatura fu inaugurata il 18 novembre 1865 nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, adattato ad aula parlamentare; qui la Camera continuò a riunirsi fino al trasferimento delle istituzioni statali a Roma.

Roma capitale (1871-1918) Dopo la Presa di Roma e il trasferimento della capitale, per la Camera dei deputati fu scelto Palazzo Montecitorio. Per consentire in tempi rapidi l'insediamento dell'assemblea, l'ingegnere Paolo Comotto progettò un'aula provvisoria all'interno del cortile semicircolare del palazzo. I disegni furono approvati nel febbraio 1871 e la struttura, realizzata prevalentemente in legno e ferro, fu completata nel novembre dello stesso anno. La prima seduta parlamentare nella nuova capitale ebbe luogo il 27 novembre 1871, con il discorso della Corona che inaugurò la sessione parlamentare.

L'aula di Comotto, concepita come sistemazione temporanea, presentò sin dai primi anni numerosi inconvenienti: l'acustica era insufficiente e l'assenza di adeguati sistemi di riscaldamento e ventilazione rendeva l'ambiente molto freddo durante l'inverno e particolarmente caldo nei mesi estivi. A tali condizioni climatiche è legata l'origine della tradizionale Cerimonia del ventaglio: nel luglio 1893 i giornalisti della stampa parlamentare offrirono un ventaglio al presidente della Camera Giuseppe Zanardelli, dando origine a una consuetudine successivamente ripetuta ogni anno prima della pausa estiva.

Con il passare del tempo si aggiunsero problemi di sicurezza, legati soprattutto al rischio di incendi e di cedimenti della struttura. Il 22 novembre 1899 l'aula fu dichiarata impraticabile e definitivamente chiusa.

In un primo momento i deputati furono trasferiti nella cosiddetta Sala della Lupa, già salone di lettura, le cui dimensioni si rivelarono tuttavia insufficienti. Il 15 maggio 1900 entrò pertanto in funzione una nuova aula provvisoria costruita in piazzetta della Missione, adiacente a Montecitorio, che rimase sede delle sedute dell'assemblea fino al 1918.

Nel 1902 fu affidato all'architetto Ernesto Basile l'incarico di ampliare e riorganizzare Palazzo Montecitorio e di realizzare una nuova aula parlamentare permanente. I lavori si protrassero per oltre un decennio e la nuova aula, tuttora utilizzata dalla Camera dei deputati, fu inaugurata il 20 novembre 1918, pochi giorni dopo la conclusione della prima guerra mondiale.

La prima guerra mondiale Allo scoppio della prima guerra mondiale l'Italia rimase inizialmente neutrale. Il 26 aprile 1915 il governo Salandra sottoscrisse segretamente il Patto di Londra con le potenze della Triplice Intesa, impegnandosi a entrare nel conflitto entro un mese. In quella fase le posizioni neutraliste erano ancora largamente rappresentate sia nel Paese sia in Parlamento, dove un ruolo centrale era svolto da Giovanni Giolitti.

Il 13 maggio, ritenendo di non disporre di una maggioranza parlamentare favorevole alla propria politica, Antonio Salandra presentò le dimissioni. Dopo il mancato formarsi di un governo alternativo, Vittorio Emanuele III respinse le dimissioni il 16 maggio e Salandra rimase alla guida dell'esecutivo. La crisi politica si svolse nel contesto delle cosiddette Radiose giornate di maggio, caratterizzate da manifestazioni interventiste e neutraliste. Il 14 maggio circa un migliaio di studenti interventisti tentò di irrompere a Montecitorio: i dimostranti raggiunsero l'atrio e l'ufficio postale del palazzo, causando danni, prima di essere respinti dalle forze dell'ordine.

Il 20 maggio Salandra presentò alla Camera un disegno di legge per il conferimento al governo di poteri straordinari in caso di guerra. Il provvedimento, esaminato e votato nella stessa giornata, fu approvato con 407 voti favorevoli, 74 contrari e un'astensione; il giorno seguente ottenne anche l'approvazione del Senato. L'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungheria il 23 maggio 1915.

Nel corso del conflitto l'attività della Camera continuò, sebbene una parte considerevole della produzione normativa connessa alla guerra fosse affidata al Governo sulla base dei poteri straordinari. Nel 1916 l'agenda parlamentare comprese soprattutto provvedimenti amministrativi, fiscali e di bilancio e interventi collegati alle conseguenze economiche e sociali della guerra. Attraverso interrogazioni e interpellanze i deputati affrontarono, tra gli altri, i temi dell'impiego dei prigionieri di guerra nei lavori pubblici, delle requisizioni di bestiame e delle agevolazioni di viaggio per i familiari dei militari feriti.

Nel giugno 1917 le Camere furono convocate per discutere l'andamento della guerra. Alla Camera si sviluppò un confronto sulla possibilità di riunirsi in Comitato segreto, cioè senza pubblicità dei lavori, sostenuta da parte dell'assemblea e contrastata in particolare dai socialisti guidati da Filippo Turati. Superate le questioni procedurali relative alla verbalizzazione e alla riservatezza delle sedute, il Comitato segreto della Camera rimase riunito dal 21 al 30 giugno 1917.

Nel 1918, poiché la naturale scadenza della XXIV legislatura avrebbe comportato lo svolgimento delle elezioni mentre una parte considerevole degli elettori si trovava ancora sotto le armi, la durata della legislatura fu eccezionalmente prorogata di un anno. La Camera rimase pertanto in carica fino al 29 settembre 1919; le successive elezioni si svolsero nel novembre dello stesso anno.

Dai partiti di massa al fascismo Le elezioni del 1919

Le elezioni del 16 novembre 1919 segnarono un'importante trasformazione della rappresentanza parlamentare. Dopo l'introduzione del suffragio universale maschile nel 1918, la nuova legge elettorale del 1919 sostituì il precedente sistema maggioritario con un sistema proporzionale a scrutinio di lista, parzialmente corretto dalla possibilità del panachage.

Il nuovo sistema favorì la crescita dei partiti dotati di organizzazioni nazionali e di una vasta base associativa. Il Partito Socialista Italiano risultò la principale forza della nuova Camera con 156 deputati appartenenti alla componente socialista ufficiale, mentre il neonato Partito Popolare Italiano conquistò 100 seggi. Ne risultò una Camera più frammentata rispetto alle legislature precedenti, nella quale i tradizionali raggruppamenti liberali non disponevano più autonomamente della maggioranza.

L'affermazione dei socialisti e dei popolari contribuì inoltre a modificare le modalità di organizzazione dell'attività parlamentare: rispetto ai precedenti raggruppamenti personali e territoriali, i nuovi partiti disponevano di strutture permanenti, organizzazioni periferiche e gruppi parlamentari maggiormente disciplinati.

Il fascismo al potere

Dopo la marcia su Roma, Vittorio Emanuele III affidò a Benito Mussolini l'incarico di formare il governo. Il 16 novembre 1922 Mussolini presentò il proprio programma alla Camera pronunciando il cosiddetto «discorso del bivacco», nel quale rivendicò il ruolo avuto dal movimento fascista nell'ascesa del nuovo esecutivo e rivolse all'assemblea espressioni apertamente minacciose.

La votazione sulla fiducia ebbe luogo il giorno successivo, 17 novembre: la Camera approvò l'ordine del giorno favorevole al Governo con 306 voti contro 116 e 7 astensioni. Il sostegno all'esecutivo non provenne soltanto dai deputati fascisti, ancora minoritari nell'assemblea eletta nel 1921, ma anche da esponenti e gruppi liberali, nazionalisti e popolari.

Nel 1923 il governo promosse una riforma del sistema elettorale. La legge 18 novembre 1923, n. 2444, elaborata dal sottosegretario Giacomo Acerbo, attribuiva i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto il maggior numero di voti, purché avesse raggiunto almeno il 25% dei suffragi; il restante terzo veniva distribuito proporzionalmente tra le altre liste. La Camera approvò il progetto il 21 luglio 1923 con 223 voti favorevoli e 123 contrari; il nuovo sistema fu applicato alle elezioni del 6 aprile 1924.