Artume o Artumes (attestata anche nelle forme Artames e Aritimi) era una divinità della religione etrusca, corrispondente etrusca dell'Artemide greca. Nota soprattutto come sorella di Aplu, in Etruria non raggiunse mai l'importanza che la Diana latina ebbe nel Lazio; il suo profilo, del resto, non fu un semplice calco di quello greco, ma venne rimodulato nel tempo e nei diversi centri, tra apporti greci, vicino-orientali e italici.
Il nome A differenza di quello del fratello, il nome della dea è un prestito diretto dal greco: le forme Artumes e, più di rado, Artames, quest'ultima nota da un'attestazione di lettura parzialmente integrata, risalgono probabilmente al dorico Artamis, mentre Aritimi riflette lo ionico-attico Artemis. Artumes è la forma più antica tramandata ed è documentata dall'inizio del V secolo a.C.; il nome compare in iscrizioni da contesti di culto a Veio, Tarquinia, Gravisca e Roselle, oltre che su specchi di varia provenienza. La forma Aritimi compare forse già su un frammento di bucchero veiente del VI secolo a.C., dal santuario di Portonaccio, il che, se la lettura è corretta, attesterebbe un culto arcaico della dea associata a Menerva.
Un caso discusso è la dedica incisa su una statuetta bronzea di Aplu della metà circa del IV secolo a.C., oggi alla Biblioteca nazionale di Francia e detta "Apollo di Ferrara" perché documentata fin dal Cinquecento nelle collezioni estensi, con probabile provenienza da Spina: l'iscrizione è tradizionalmente letta come menzione della dea Aritimi, alla cui cerchia apparterrebbe il dedicatario del dono, forse il fratello stesso; Dieter Steinbauer ha invece proposto di emendare il testo tràdito riconoscendovi il locativo del toponimo etrusco di Arezzo, Aritim, "nella città di Aritim": una proposta che non ha però trovato consenso, poiché la stessa lettura aritim è respinta da Luciano Agostiniani e Giulio Giannecchini e gli studi successivi sulla statuetta continuano a intendere la sequenza come il nome della dea.
Iconografia Le raffigurazioni della dea cominciano verso la metà del VI secolo a.C.: dapprima è un'arciera al fianco di Aplu, poi compare anche da sola come cacciatrice, temi entrambi frequenti sui vasi pontici. Dal 500 a.C. circa prevale l'immagine della divinità incedente con arco e ramoscello, accompagnata da un cervo o da un capriolo, che restano i suoi attributi principali per tutto il periodo arcaico. A differenza di quanto avvenne in Grecia, in Etruria la dea non fu assimilata alla Potnia Theron, la "Signora degli animali", la cui iconografia era entrata nel repertorio orientalizzante prima che l'identificazione con Artemide si affermasse.
Nel V secolo a.C. Artume appare spesso in compagnia di Aplu anche in scene musicali: su uno specchio da Vulci oggi a Berlino è lei a suonare la lira per il fratello. Il tipo della cacciatrice in veste di amazzone, con chitone corto o in costume orientale, è ripreso solo nel IV secolo a.C., probabilmente dall'arte della Magna Grecia; nello stesso periodo la dea è raffigurata più spesso senza il fratello, come nel mito di Atteone, in groppa a un cervo o su una biga trainata da cervi. Sulle urne di età ellenistica ricorrono il sacrificio di Ifigenia, dove la dea attende con il cervo tra le braccia il momento della sostituzione salvifica, e la cacciata dei Galli da un suo santuario: scene nelle quali l'abbigliamento la avvicina ai demoni femminili della morte, come Vanth, dai quali resta però sempre distinta.
Culto Al santuario di Portonaccio di Veio le iscrizioni votive della prima fase mostrano Aritimi venerata accanto a Menerva, divinità principale, a Turan e a una dea altrimenti ignota, Venai, in un culto con forti componenti ctonie e oracolari risalente al VII secolo a.C.; il santuario era legato ai riti di passaggio femminili, come indicano gli ex voto relativi a fertilità, parto e salute, e per l'acroterio noto come "kourotrophos", di solito identificato con la madre Letun, è stata proposta anche l'identificazione con la stessa Artume. A Tarquinia, dal tempio dell'Ara della Regina, proviene un bastoncello bronzeo con l'iscrizione Artum[es], interpretato da Adriano Maggiani come una sors divinatoria: la dea avrebbe avuto parte negli oracoli del fratello, divinità principale del tempio.
Le terrecotte votive che la raffigurano con il capriolo o l'arco, da sola oppure con Aplu o con la madre Letun, provengono in gran parte dal territorio di Caere, dove il deposito della Vignaccia restituisce l'immagine di una dea garante di salute, protezione e fertilità, con tratti anche di kourotróphos; statuette da Satricum, nel Lazio, suggeriscono la stessa funzione. Nell'area interna chiusina, ricca di sorgenti termali e di santuari delle acque, componenti solari e lunari si intrecciano con figure affini ad Apollo e Artemide: secondo Nielsen e Rathje, nelle zone più strettamente collegate a Roma e al Lazio la dea sembra evolvere in una vera divinità lunare, con ritualità che ricordano quelle di Diana Nemorense, ma dove finisca Artume e dove comincino la dea Luna etrusca (Tiur) o la Diana laziale resta impossibile da stabilire. I nomi di Artume e di Aplu, significativamente, non compaiono tra le numerose divinità del Fegato di Piacenza. La quantità relativamente limitata dei documenti indica che Artume non ebbe mai il rilievo della Diana latina, alla quale venne comunque progressivamente assimilata in età ellenistica.
Note
Bibliografia
Categoria:Divinità etrusche Categoria:Divinità della caccia