Fervente fautore del classicismo, nei suoi dipinti, dove il disegno, appreso da Ludovico Carracci, assume un ruolo preponderante, tende a realizzare composizioni di semplicità e chiarezza narrativa, trasfigurate in un ideale di bellezza classica.
Assieme ai Carracci, Guido Reni, Francesco Albani, Giovanni Lanfranco e al Guercino rappresenta uno dei maggiori pittori barocchi di estrazione emiliana, particolarmente attivo a Roma e nell'ultima parte della sua attività anche a Napoli.
Biografia La formazione a Bologna (1594-1601) Gli inizi nella bottega di Calvaert Figlio del calzolaio Giovan Pietro e di Valeria, dapprima si dedica a studi umanistici, di grammatica e retorica, ma mostra subito tali interessi artistici che il padre gli permette di frequentare un apprendistato nell'atelier bolognese di Denijs Calvaert insieme col fratello maggiore – che rinuncerà ben presto alla pittura per tornare nella bottega paterna. Domenichino ha per compagni di studio Guido Reni e Francesco Albani, quest'ultimo col quale si lega in fraterna amicizia e di cui condivide l'orientamento classicista.
L'ingresso nell'Accademia dei Carracci
Quando il collerico Calvaert lo sorprende a copiare stampe di Agostino Carracci, lo caccia dalla bottega nel 1595. Domenichino trova accoglienza nell'Accademia degli Incamminati retta, in assenza di Annibale Carracci allora operoso a Roma nel cantiere di palazzo Farnese, dal fratello Agostino e il cugino Ludovico. Si è detto che fosse chiamato Domenichino per la piccola statura; è però più probabile che il nomignolo si riferisse alla sua ingenuità e alla morbosa timidezza della sua indole.
Nel periodo di formazione a Bologna il Domenichino non riceve nessuna commessa autonoma, tuttavia com'era solito fare per gli allievi dell'Accademia, figura tra i collaboratori dei lavori commissionati ai maestri. Questo è il caso delle decorazioni dell'oratorio di San Colombano, per il quale il Domenichino figurò nell'entourage di Ludovico Carracci, assieme al Reni e all'Albani, realizzando la scena della Deposizione nel sepolcro; tale assunto è tuttavia frutto esclusivamente di indagini stilistiche successive, poiché l'unico pittore meritevole di menzione nella schiera di collaboratori dei Carracci fu l'Albani.
Successivamente il pittore intraprese viaggi a Parma per studiare il Correggio, e secondo il Passeri e il Bellori anche a Mantova e Venezia per apprendere le tonalità e le prospettive della pittura locale.
Così come avvenne per Guido Reni prima e per Francesco Albani poi, anche il Domenichino lascia l'Accademia per raggiungere nel 1601 Annibale Carracci a Roma, dove darà una svolta decisiva alla sua carriera.
I successi a Roma (1601-1618)
I lavori al seguito di Annibale Carracci
A Roma il Domenichino visse nel Rione Monti presso il convento di Santa Prassede, insieme a Guido Reni all'amico Francesco Albani (partito appena sei mesi prima), per studiare le opere di Raffaello e collaborare con Annibale Carracci, di cui restò allievo fino alla morte del maestro (avvenuta nel 1609), al tempo forse il più apprezzato pittore operante nella città pontificia.
I primi lavori vedono dunque il Domenichino facente parte dello staff di collaboratori del Carracci, dove coadiuva nella realizzazione delle numerose commesse di cui fu investito in quel periodo il maestro: secondo il Passeri pare abbia collaborato infatti nelle lunette Aldobrandini per il cardinale Pietro, dove in realtà sarebbe stato tra gli aiutanti dell'Albani, a cui fu subappaltata tacitamente la commessa, mentre di certo ha lavorato per i Farnese, dove partecipa ai lavori di completamento della decorazione della Galleria di palazzo in campo de' Fiori (1604-1605) dipingendo la Fanciulla e l'unicorno (1604–1605) per la serie degli Amori degli dei, e tre paesaggi mitologici, tra cui la Morte di Adone, nella Loggia del Giardino, o infine nel ciclo per la cappella Herrera, dove compie alcuni interventi minori. Con gli affreschi farnesiani il pittore si può dire che il Domenichino abbia finito l'apprendistato presso la scuola di Annibale Carracci, avendo il maestro espressamente apprezzato il lavoro svolto dal suo aiutante.
Il legame col Giovanni Battista Agucchi e le prime commesse autonome
Le prime opere del Domenichino, chieste personalmente a lui e non realizzate per il tramite di altri destinatari, vengono acquistate dal cardinale Pietro Aldobrandini, "cardinal nepote" dell'allora pontefice in carica, Clemente VIII, nel cui primissimo inventario figurano opere per lo più di scuola emiliana, soprattutto di Annibale Carracci, di Ludovico e dei loro scolari, quindi Albani, Reni, Viola e per l'appunto il Domenichino. Tra le prime opere che figurano nella collezione, giunte per il tramite del suo segretario, Giovanni Battista Agucchi, nonché futuro protettore del pittore, vi sono il San Girolamo nel deserto (oggi a Londra) e il piccolo rame con Abramo e Isacco (a Fort Worth), nel quale si dà già prova dell'arte di paesaggista del Domenichino.
Dello stesso anno sono anche il Cristo alla colonna della raccolta Hazlitt di Londra, la Susanna della collezione Pamphilj (oggi all'omonima Galleria di Roma, che tuttavia la critica moderna propende nel ritenerla un'opera autografa di Annibale) la Pietà di Brocklesby Park, in Gran Bretagna e il Ritratto di giovane del museo di Darmstadt, il quale benché in passato fosse considerato un autoritratto, non corrisponde ai tratti somatici dell'artista descritti nelle fonti letterarie, forse si tratta del ritratto di Antonio Carracci, figlio di Agostino. Mentre le prime due testimoniano l'espressione dei sentimenti vicini allo stile carraccesco, e quindi l'evoluzione stilistica che stava attuando il pittore, le ultime due così come le prime dell'inventario Aldobrandini testimoniano un'influenza ancora legata alle tendenze bolognesi. Al 1605 risale invece la Sant'Agnese (oggi alla Galleria nazionale di palazzo Barberini) che fu eseguita su modello della Fanciulla e l'unicorno di palazzo Farnese.
Dal 1604 il Domenichino vive a casa di Giovanni Battista Agucchi, con cui era entrato in contatto già in occasione delle immissioni delle prime opere nella collezione Aldobrandini, per il quale il pittore dipinge la Liberazione di san Pietro da collocare nella chiesa di San Pietro in Vincoli, occasione che risulta propizia per diventare suo amico e protetto, dai cui colloqui prende parte la formulazione teorica del movimento classicista.
La relazione tra i due fu particolarmente proficua per entrambi, dove se il Domenichino ricevette svariate commesse per intercessione dell'Agucchi, questi contribuì attraverso gli sviluppi dei suoi studi alla formulazione del Trattato sulla pittura (1609-1612) che il diplomatico stava scrivendo in quegli anni. L'Agucchi nutre profonda ammirazione per il Domenichino, che lo seguirà per tutta la sua vita, poiché vede in lui ciò che è il suo pensiero sull'estetica, dove il bello non è frutto del semplice dipinto dal vero, ma bensì dell'imitazione dell'ideale.
Il risultato della pala di San Pietro trovò elogi anche dal fratello dell'Agucchi, il cardinale Girolamo, grazie al quale ottiene la commessa per i tre affreschi nella chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo (1604-1605) e nel 1605 quella del proprio ritratto ufficiale (oggi agli Uffizi). Per lo stesso cardinale il Domenichino disegna e progetta l'anno seguente, su commessa di Giovanni Battista, anche il monumento funebre (1605-1606) nella chiesa di San Pietro in Vincoli, che costituisce il primo lavoro di architettura-scultura dell'artista, sul cui timpano realizza anche il piccolo tondo col Ritratto di Girolamo.
I capolavori (1608-1618)
Gli affreschi La protezione di monsignor Giovanni Battista Agucchi consente al Domenichino di ricevere la meritata considerazione nel palcoscenico romano e di conseguenza molte commissioni, in particolare grandi cicli di affreschi, che saranno nella sua carriera la sua peculiarità artistica.
Nel 1608 inizia l'affresco con la Flagellazione di sant'Andrea nell'oratorio della chiesa di San Gregorio al Celio, dove inserisce le piccole figure in una piazza romana chiusa da un muro e dalle colonne di un tempio con nello sfondo a sinistra una città antica e collabora con l'Albani alle decorazioni di palazzo Mattei di Giove a Roma, affrescando una Rachele al pozzo. Ottiene poi il compito di affrescare con le Storie di San Nilo la cappella dei Santissimi Fondatori nell'abbazia di San Nilo a Grottaferrata (1608-1610), il cui abate commendatario è Odoardo Farnese. Questo lavoro, che rappresenta l'ultimo contatto che il pittore ha con Annibale Carracci, il quale fornì due disegni per due evangelisti dei pennacchi, prima della sua morte nel 1609, costituisce il trampolino di lancio definitivo del Domenichino sul palcoscenico nazionale, rendendolo tra i maggiori pittori del tempo. L'occasione fu inoltre chiarificatrice di quelle inclinazioni (già avvertibili nelle opere precedenti) stilistiche che saranno il fulcro dell'arte del Domenichino, ossia dell'attenzione verso il mondo antico e la l'architettura classica.
A luglio del 1609 Annibale Carracci muore; sul palcoscenico romano dominano la scena Guido Reni su tutti, con anche Francesco Albani e il Domenichino, mentre il Lanfranco, il Badalocchio e Antonio Carracci lasciarono (chi più, chi meno temporaneamente) la città romana per fare ritorno per qualche anno in Emilia.
Il 30 settembre 1609 Domenichino riceve un pagamento dal marchese Vincenzo Giustiniani, potente banchiere e uomo d'affari genovese di stanza a Roma, che per la sua villa fuori porta (a Bassano Romano) chiamò il pittore alla realizzazione delle Storie di Diana. Anche in questo si consolida quanto già manifestato a Grottaferrata, ossia con la composizione che sintetizza in maniera eccelsa il colorismo, l'attenzione verso il classicismo e la sensibilità sotto il piano emotivo-espressivo dei personaggi.
All'inizio del secondo decennio del secolo il pittore riceve dagli eredi di Pierre Polet la commissione della decorazione della cappella della propria famiglia in San Luigi dei Francesi, che concluderà nel giro di tre anni, realizzando nelle pareti laterali e nel riquadri della volta scene sulle Storie di santa Cecilia, con le figure che derivano direttamente da statue classiche e dall'opera di Raffaello, che costituiranno l'apice del classicismo del Domenichino.
Le tele
Parallelamente agli affreschi il pittore esegue a partire dal secondo decennio del Seicento anche una serie di capolavori su tela per collezioni private e pubbliche. Non si trovò mai a lavorare direttamente per Paolo V Borghese, poiché questi vedeva in Guido Reni l'autore più idoneo a soddisfare le proprie richieste. Intorno al 1610 dipinge, eccezionalmente su tavola, il Paesaggio con san Girolamo, ora nel Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow, di cui la figura del leone, secondo la leggenda guarito da Girolamo, è derivata da una xilografia di Tiziano, confermando lo sguardo all'arte veneziana nella pittura di paesaggio dei Carracci e di Domenichino.
Nel 1614 realizza la grande Comunione di san Girolamo per la chiesa di San Girolamo della Carità, oggi nei Musei Vaticani. Eseguito per l'altare maggiore, il dipinto mostra riferimenti evidenti con la tela eseguita da Agostino Carracci per la chiesa di San Girolamo alla Certosa a Bologna, riprendendone il colorismo raffinato e l'attenzione agli effetti psicologici dei personaggi; rispetto al dipinto di Agostino, Domenichino inverte la composizione e diminuisce il numero dei personaggi. Il Lanfranco utilizzerà queste similitudini per screditare il Domenichino più avanti, nel 1621, in occasione dell'investitura della commessa degli affreschi di Sant'Andrea della Valle, asserendo che il collega fosse tacciabile di plagio.