Carnate (Carnàa in dialetto brianzolo) è un comune italiano di abitanti della provincia di Monza e della Brianza, in Lombardia, situato a circa a nord di Monza. Fa parte del territorio del Vimercatese.

Storia

L'origine di Carnate viene fatta risalire da Ignazio Cantù ai Carnuti, popolo della Gallia transalpina, l’attuale Francia. L'origine di Passirano è invece di epoca romana: probabilmente il nome deriva da quello di un romano, Passirius, che aveva un fundus in questa zona. Nei dintorni di Carnate, a Bernareggio, è stato ritrovato il coperchio di un sarcofago romano del III secolo d.C., oggi conservato nella villa sei-settecentesca Fornari-Banfi. Le invasioni barbariche che si susseguirono dal V al VI secolo portarono in Italia anche i Longobardi (569), che si stabilirono a Pavia e Monza, lasciando traccia delle loro vestigia anche a Carnate, come testimonia Maria Paola Canegrati nel suo libro. Nel medioevo il territorio della Lombardia era diviso in contadi rurali, il più antico dei quali viene considerato quello della Martesana, di cui Carnate faceva parte, con Vicomercate (Vimercate) capoluogo. A Vicomercate risiedeva il magistrato togato di tutto il contado. In questo periodo Giovanni Dozio colloca la presenza di una chiesa a Carnate dedicata ai santi Cornelio e Cipriano (X secolo). La chiesa di Carnate era una cappellania sotto la giurisdizione della pieve di Santo Stefano di Vimercate. Il primo documento scritto che ne testimonia l’esistenza è del 1021 dove Carnate è definito vicus et fundus. Un atto notarile del 1072 documenta il lascito di una selva e un campo, siti in Carnate, da parte di Andrea del fu Arialdo detto di Luvaria, alla chiesa di Santo Stefano di Vimercate e alla chiesa dei santi Cornelio e Cipriano di Carnate,.

Fino al 1155 Carnate pagava le decime agli eredi di Garato, già diacono della Basilica di San Giovanni Battista di Monza intorno al 769. Pertanto presumibilmente il Vico di Carnate è preesistente al X secolo, probabilmente coevo al diacono Garato.

Nei secoli XII e XIII, una serie di pergamene della pieve di Santo Stefano, testimoniano di cessioni, compravendite, lasciti, riscatti di decime, relative a Carnate e Passirano.

Goffredo da Bussero (1220-1229) nel suo Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, riporta esserci una chiesa dedicata ai santi Cornelio e Cipriano a Carnate e una dedicata a sant'Alessandro a Passirano.

Nel codice Notitia cleri mediolanensis de anno 1398 circa impsium immunitatem si riporta la rendita di ogni cappellano della pieve: Carnate e Passirano erano tra i meno retribuiti, forse in relazione al basso numero di abitanti.

La chiesa di Carnate rimase affidata al clero secolare fino al 1483, quando, morto a Carnate il rettore della chiesa (Joannis de Bexana), «venne in capo ai terrieri di chiamarvi alcuni Padri del Convento del Carmine di Milano». Il Duca Galeazzo Maria Sforza Visconti, il 1º febbraio 1486, concesse il permesso per raccogliere elemosine per ivi fabbricare chiesa e convento. Secondo Giuseppe Maria Fornari la chiesa intitolata ai santi Cornelio e Cipriano era a quei tempi già Chiesa "Parochiale", anche se in accordo ad altre fonti si dovette attendere san Carlo Borromeo perché fosse istituita come parrocchia nel 1570. Lo stesso anno i primi frati presero dimora «nelle stanze dell'antecedente parroco, alla chiesa contigue, fino a che a poco a poco si fabricò nobile Convento capace de molti Religiosi…». Il primo frate che assunse l'incarico a Carnate fu tale Aloisio da Legnano. Con l’arrivo dei frati fu introdotta a Carnate la devozione della Madonna del Carmine, che continua tuttora. I frati carmelitani rimasero a Carnate fino al 1769 quando la cura della parrocchia tornò ai preti secolari. Durante la loro permanenza ricostruirono la chiesa con la torre campanaria e costruirono il convento.

Il periodo di maggiore splendore del convento fu quello retto da padre Dionisio Banfo (1584–1635). A padre Banfo si devono l'istituzione di numerose festività (Sant'Erasmo, San Fermo, San Carlo, Santa Caterina, Sant'Apollonia, Visitazione di Maria e la festa della Madonna de Carnà nella domenica in albis, anche nota come Festa de Carnà). Una riproduzione della vera effigie della Madonna de Carnà è riportata in un'antica stampa, conservata a Milano presso il Castello Sforzesco. La partecipazione ai sacramenti, la visita alla chiesa e all'altare della Madonna del Carmine e la partecipazione alla processione permetteva di lucrare Indulgenze, sia in occasione della festa della domenica in albis (bolla del 1618) che in occasione della festa della quarta domenica di settembre (bolla del 1606).

Un altro merito di padre Banfo fu l’aver chiamato ad affrescare la chiesa e il convento Giovan Mauro Della Rovere che coi fratelli Giovan Battista e Marco erano detti Fiamminghini.

Con Banfo il convento diventò punto di riferimento per i paesi vicini. Durante le feste ed in particolare quella della domenica in albis, sulla piazza della chiesa si svolgeva il mercato e si organizzavano divertimenti. In quelle occasioni si raccoglievano a Carnate «quindici mille persone, et per essere la terra picciola, dimoravano nelle campagne mangiando et bevendo». I curati della Pieve ed in particolare il curato di Bernareggio, don Gerolamo Caccia (1595-1609) protestarono «…egli alla maggior parte de penitenti impone penitenze de denari, o, altre offerte, …per il che la sua chiesa si va adornando, et abbellendo, et le altre restano impoverite e derelitte…». Altre accuse a padre Banfo mosse dai curati della pieve di Vimercate sono di seguito riportate. Il Banfo si firma rettore della "Madonna di Carnà" e non di "San Cornelio di Carnà" Il Banfo permette che entrino in chiesa moltissimi fedeli con archibugi ed "i fuochi". Il Banfo questua arbitrariamente mentre dovrebbero bastare al mantenimento "i rediti et le lemosine che si fanno nella chiesa de tutti i paesi"

Fu istituito dalla curia un vero e proprio processo. A cui seguì il divieto a fare le processioni che sarebbero state estese a circa «sette solennità insolite» per attirare con questa via il mercato davanti alla chiesa «il che si fa con molto scandalo».

Nella visita pastorale del 23 luglio 1606 si decreta: «proibiamo che in futuro il sacerdote curato, …osi mandare qualche questuante per raccogliere elemosine … sotto pena di perdita dei giumenti, delle elemosine e della carcerazione degli stessi questori… Il sacerdote curato celebri messa… Con il rito ambrosiano…» Se padre Banfo non avesse ottemperato sarebbe incorso nella scomunica.

Comunque per l'ordine carmelitano e per i carnatesi padre Banfo era quasi venerato: una lapide in suo onore fu posta in chiesa con scritto: «I superiori del sacro Ordine Carmelitano decretano la celebrazione della santa messa in suffragio… Per il benemerito frate Dionisio Banfo… Anno Domini M.D.C.XIIX.»

Scriveva nel 1961, P.G. Agostoni: «Ancor oggi questa devozione è assai viva: la domenica in Albis ha luogo una grande festa con l’intervento di tutti i parroci della zona e con una processione veramente imponente.»

Alla morte di padre Dionisio Banfo, avvenuta nel 1635, si successero 17 frati carmelitani che ricoprirono la carica di priore nel convento di Carnate. In questo periodo la nota di rilievo più importante riguarda la visita pastorale del cardinale Giuseppe Pozzobonelli del 1756. A quella data era già iniziato un lento declino del vicariato Carmelitano a Carnate, essendo molta parte degli affreschi scomparsa. In ogni caso il cardinale Pozzobelli durante la sua visita lodò «il tabernacolo ligneo, l'ossario costruito fuori dalla parrocchiale, dalla decorosa forma e dalla pitture eseguite da morbido pennello.» Inoltre nel suo resoconto, al Cardinale non pare che gli abitanti avessero sentore dell'atmosfera decadente: continuavano a essere «assidui frequentatori delle funzioni» che si celebravano in questo luogo di grazie. I giorni della soppressione del convento stavano per venire ad opera dell'Impero Austro-Ungarico. Già sotto il governo di Maria Teresa (1740-1765) e durante i quindici anni di coreggenza che la videro affiancata al figlio Giuseppe II fino al 1780, l'impero fu al centro di un'opera riformatrice che incise pesantemente sulla Chiesa. Ma fu con Giuseppe II che questo intervento divenne sistematico in materia ecclesiastica (giuseppinismo), con la soppressione prima degli ordini contemplativi, poi dei conventi piccoli e di numerose parrocchie. Per questo attivismo Giuseppe II si meritò l'appellativo di "re sacrestano", nel senso che chiudeva le porte delle chiese e dei conventi. Anche i conventi di provincia furono coinvolti nella operazione di soppressione, anzi furono i primi a farne le spese. Fu così che nel 1769 i Carmelitani di Carnate furono costretti a lasciare il convento e a trasferirsi presso i confratelli di Milano. Il Carmine di Milano riuscì a mantenere la prerogativa dell'elezione del parroco di Carnate anche sui preti secolari, ancora per qualche anno fino alla sua soppressione avvenuta nel 1783. Da questa data i parroci carnatesi vennero eletti alternativamente dall'arcivescovo di Milano e dal popolo.

L'ultimo parroco carmelitano fu padre Giuseppe Rossi, mentre il primo parroco secolare nel 1769 fu Giacomo Annone.

L'ultimo atto dei Carmelitani a Carnate coincide con la vendita dei beni del convento. Un primo atto notarile del Notaro Reina del 1794, mette all'asta un campo con vignetta e la brughiera annessa, un bosco, una casa ad uso di diversi pigionanti e i terreni annessi. Il tutto per un valore stimato in scudi 1381. L'avvento di Napoleone nel 1796 non cambiò il destino. La Repubblica Cisalpina mise in vendita anche l'immobile del convento. In un atto del 1798 si mise in vendita: «Sala terrena nel Comune di Carnate, vicina alla Chiesa… di provenienza del soppresso convento del Carmine.» Con questo atto si chiude una storia di tre secoli dei Carmelitani a Carnate, il cui bilancio demandiamo a Pier Giuseppe Agostoni: «Da un punto di vista culturale l'apporto Carmelitano a Carnate fu senz'altro notevole: la chiesa doveva essere nel XVII secolo la più splendida di tutta la zona… Da un punto di vista economico c'è pure da ritenere che i Carmelitani abbiano contribuito a sviluppare nel paese l'agricoltura: forse ne ebbe incremento anche la produzione di foglia di gelso e di vino….»

In effetti la coltura del gelso era molto diffusa a Carnate, essendo legata all'allevamento dei bachi da seta. L’allevamento del baco da seta era già diffuso in Brianza fin dal medioevo. A Carnate ebbe un forte sviluppo tra il 1700 e il 1800, come testimoniano i documenti catastali della dominazione austriaca. Passando dal 1730, anno in cui fu fatto il primo censimento (il catasto Teresiano dal nome dell'imperatrice austriaca Maria Teresa) e il 1828, anno del censimento del Regno Lombardo-Veneto, nella comunità di Carnate-Passirano ci fu un incremento esponenziale dei gelsi, che passarono, in poco meno di cento anni, da 230 a 4262. È evidente che in quel periodo ci fu una forte spinta a incrementare la coltura del baco da seta, a cui contribuirono anche i Carmelitani.