La natura umana è l'insieme delle caratteristiche distintive, compresi i modi di pensare, di sentire e di agire, che gli esseri umani tendono naturalmente ad avere, indipendentemente dall'influenza della cultura.
Le questioni su ciò che queste caratteristiche siano, cosa le provochi, e come la natura umana sia costituita, sono tra le più antiche e dibattute della filosofia occidentale. Queste domande hanno ricadute in materia di etica, politica, teologia, oltre ad essere trattate anche nell'arte, nella letteratura, nei molteplici rami delle scienze umane, le quali formano, insieme, un importante dominio di indagine sulla natura umana, che l'individuo rivolge costantemente verso se stesso e i propri simili come nel celebre detto latino, assurto a ideale filantropico dellhumanitas:
La definizione di essere umano come essere superiore per la presenza in lui di un elemento incorporeo (mente, anima, spirito) che lo renda capace di elaborare concetti, di operare scelte e di risponderne responsabilmente, non è solo una concezione intuitiva ma anche il risultato di una lunga elaborazione che dal pensiero greco arcaico arriva alla moderna antropologia filosofica. Tra i rami della scienza contemporanea associati allo studio della natura umana vi sono l'antropologia, la sociologia, la sociobiologia e la psicologia, in particolare quella evoluzionista e dello sviluppo.
L'essere umano nei miti e nella filosofia Nelle concezioni antiche, la natura dell'essere umano viene concepita ora in maniera decisamente pessimista, in considerazione della sua caducità e mortalità rispetto agli Dei, ora più ottimisticamente riguardo all'idea che in essa vi sia nonostante tutto un elemento d'eccellenza che l'avvicina al divino.
Nei poemi omerici l'essere umano si caratterizza per la sua inferiorità rispetto alla potenza e al sapere divino. Quando egli muore, perde ogni consistenza e diviene come un'ombra.In Omero il corpo dell'essere umano non viene mai indicato con il termine adottato successivamente di soma ma si usano termini riferiti alle membra, agli arti, alla pelle. In Omero soma sta per cadavere. Anche l'aspetto psichico è reso con psyché, inteso come essenza vitale, o con thymos, fonte di emozioni, o nòos, produzione creativa di immagini e pensieri (Francesco Sarri, Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, introduzione di Giovanni Reale, Vita e Pensiero, Milano, 1997). Sembra quindi che nelle concezioni più antiche si abbia una visione frammentata dell'essere umano come un complesso di facoltà che di volta in volta la/lo determinano a vari comportamenti: « ...Chi sei tu, guerriero arditissimo, fra gli uomini mortali? [...]Se invece uno degli immortali sei qui disceso dal cielo io con gli dei celesti non ingaggerei davvero battaglia... Ma se uno sei dei mortali... accostati pure, che più alla svelta tu tocchi il confine di morte» (Il duello tra Glauco e Diomede, in Iliade, VI, 119-151; trad. it. di G. Cerri, Milano, Rizzoli, 1996) Ma sempre in Omero la precarietà dell'essere umano conosce un riscatto proprio dopo la morte da dove nascono nuove vite: «Tal e quale la stirpe delle foglie è la stirpe degli uomini. Le foglie il vento ne sparge molte a terra, ma rigogliosa la selva altre ne germina, e torna l'ora della primavera; così anche la stirpe degli uomini, una sboccia e l'altra sfiorisce» (Iliade op. cit. ibidem) Con queste parole Achille esprime il sentimento greco dell'aldilà:
Ma, come si vede in Esiodo, vi è anche la convinzione che l'essere umano è in grado, con la ragione e il linguaggio, di uscire dalla sua inferiorità. Così pure il mito di Prometeo attesta che, contro la volontà degli Dei, agli umani è stato donato il fuoco, simbolo di potenza.
Nelle religioni misteriche d'altronde, come ad esempio l'orfismo, nato dal mito di Orfeo, si insegnava già che gli esseri umani possiedono un'anima immortale, di origine cosmica e divina, la quale imprigionata nel corpo con la liberazione della morte tornerà allo stato originario. Questa dottrina, in cui si mescolano elementi cosmologici e astrologici, confluirà nella scuola pitagorica con la teoria della metempsicosi:
Dalle prime riflessioni espresse nei miti, nella poesia e nei testi religiosi si arriva alla filosofia che si pone le seguenti questioni: il rapporto che l'essere umano ha con gli dei; il posto dell'essere umano nel cosmo; l'essere umano è una semplice struttura fisica o è in lui presente un'anima? Come questa si rapporta con il corpo? In maniera oscillante, si pensa che l'essere umano occupi una parte infima nell'universo, eppure che vi sia una sorta di parentela tra l'essere umano, ritenuto un microcosmo, ed il macrocosmo universale.
Socrate, il cui insegnamento mira a far conoscere sé stesso all'essere umano, cerca di fargli scoprire, attraverso il dialogo, la sua essenza, cioè il logos, inteso come ricerca del vero e del bene. La razionalità e il linguaggio sono i doni ricevuti dall'essere umano da parte degli Dei, con cui Socrate, come la levatrice, cerca di portare alla luce nei discepoli la verità attraverso la maieutica: Anche i sofisti colgono nel linguaggio la facoltà peculiare dell'essere umano, ma essi lo ritengono soltanto uno strumento in grado di dominare sugli altri esseri. Ripudiando tutta la tradizione filosofica precedente come astratta ed inutile essi avanzano l'antropocentrismo della realtà:
Platone e Aristotele Per Platone, la natura umana si trova perennemente sospesa tra essere e non essere. L'uomo vive drammaticamente questa condizione in quanto individuo calato nell'esistenza, tra il richiamo del mondo iperuranio, eterno, immutabile e incorruttibile, di cui avverte un'innata reminiscenza, e la sua parte terrena soggetta alla contingenza, al divenire, e alla morte.
Platone oscilla così tra una concezione pessimista, esposta nel Fedone e nel Fedro, dovuta al corpo che è come un carcere in cui l'anima umana è incarnata per espiare una colpa originaria,Di una natura del tutto diversa dal corpo è quindi l'anima, descritta in un mito del Fedone come affine a quel mondo delle idee, pure ed eterne, a cui essa aspira a tornare: e una più positiva, soprattutto nel Timeo, secondo cui l'anima ha origine dal soffio divino (pneuma, cioè «vento» o appunto «soffio»). Nel dialogo Alcibiade primoOggi si dubita dell'autenticità dell'opera il cui autore è probabilmente un discepolo di Platone. Platone conferma l'origine divina dell'uomo.In questo dialogo l'anima, pur imprigionata nel corpo, se ne serve come uno strumento per il conseguimento del sapere. Come fa dire a Socrate nel brano su citato, per Platone l'uomo deve prendersi cura della propria anima per rispettare il più possibile la sua origine divina con azioni virtuose. Lo scopo dell'uomo, secondo Platone, è in fondo quello di «assimilarsi al divino secondo le proprie possibilità» (Francesco Tomatis, Escatologia della negazione, Città Nuova, 1999 pag.152). Un'espressione questa che in seguito ebbe grande diffusione tra i neoplatonici e la mistica cristiana. L'anima umana possiede tre facoltà, ripartite, secondo il mito del carro e dell'auriga, in tre attività: quella razionale (loghistòn) che funge da guida; quella volitiva-irascibile (thumoeidès) animata dal coraggio, e quella concupiscibile (epithymetikòn) soggetta ai desideri.E. Morselli, Dizionario filosofico, pag. 11, Milano, Signorelli editore, 1961. Alle tre parti dell'anima corrispondono nella città-stato tre classi sociali (filosofi, guerrieri e mercanti) le cui funzioni si devono mantenere nell'ambito dei rispettivi ruoli affinché il governo sia armonico. Le tre parti dell'anima vengono inoltre così collocate anatomicamente: nella testa, dove ha sede la razionalità, nel petto in cui dimora la parte irascibile, e nel ventre quella desiderativa, le ultime due le più materiali, destinate a dissolversi con la morte.Platone, Timeo, 69c-70e La disposizione anatomica dell'uomo rivela che in lui non opera la casualità, bensì un piano intelligente.
L'origine divina dell'anima viene confermata anche da Aristotele, che pure elabora una filosofia per molti aspetti opposta a quella platonica, negando l'innatismo delle idee. Anche lui afferma che l'uomo deve ispirare il proprio comportamento alla sua parte più nobile, l'anima.«Bisogna farsi immortali e fare di tutto per vivere in funzione della parte più elevata di quelle che sono in noi; se anch'essa per estensione è piccola, per potenza e per valore eccelle di molto sulle altre» (Aristotele, Etica Nicomachea, X 7, 1 177 b 31-1178 a2).
Questa infatti, nell'antropologia aristotelica, è entelechia del corpo,In greco entelés significa ciò che è "perfetto" poiché ha compiuto il télos, il "fine" della sua stessa esistenza (cfr. Filosofia 1, Ed. Alpha test, p.85). poiché trasforma in atto la potenza di vita di un uomo. L'anima quindi non è autonoma dal corpo, come nella dottrina platonica: come non è possibile separare nella statua il marmo dalla figura rappresentata, così non si può distinguere, o almeno lo si può solo concettualmente, l'anima dal corpo.
L'anima umana per Aristotele possiede analogamente tre facoltà: quella vegetativa, in comune colle piante, che assolve alle funzioni essenziali della vita; quella sensitiva, in comune cogli animali, che presiede alla percezione e ai sentimenti; infine quella razionale, che appartiene solo all'uomo, collocato al culmine della natura, signore del creato e di tutti gli esseri inferiori che sono materia potenziale per l'attualità del suo sviluppo.
Ellenismo Una visione puramente materiale è nel pensiero di Epicuro per cui tutto è formato di atomi, compreso l'uomo. L'unica realtà incorporea è il vuoto che però non può, proprio per questa sua immaterialità, compiere alcuna azione né esserne oggetto. Il corpo e l'anima umani sono costituiti solo di particelle materiali piccolissime e rotonde, che si disgregano alla morte.Non sopravvivrebbero quindi né l'anima, né una sua possibile reincarnazione. Se l'uomo farà sua questa dottrina, si libererà dalle false credenze che generano timori, non avrà più paura della morte e vivrà senza dolore acquisendo un piacere catastematico, duraturo e stabile. Diversa è l'impostazione della scuola stoica fondata da Zenone di Cizio, per cui nella materia cosmica e umana è immanente un principio formale inteso come "fuoco", cioè ragione (logos) o anima universale, che si riflette nell'uomo. In lui vi è una dunque una scintilla divina di questo Logos.Il saggio può vivere così in armonia con la natura adeguando la sua condotta di vita all'ordine della ragione, secondo il principio divino ordinatore del cosmo:
Nel periodo ellenistico tornano in auge dottrine neoplatoniche, gnostiche e astrologiche, per le quali la natura umana, di origine cosmica e divina, non solo contiene in sé i quattro elementi dell'universo (fuoco, terra, aria, acqua), ma li riassume come una sorta di zodiaco in miniatura (tetramorfo): in base al principio ermetico dell'analogia, nellhomo signorum ogni parte anatomica trova corrispondenza con un preciso segno zodiacale. Ogni elemento sta inoltre in relazione con uno dei quattro temperamenti che differenziano le varie tipologie degli esseri umani in collerico, flemmatico, sanguigno e melanconico, secondo la dottrina umorale praticata in ambito medico da Ippocrate e successivamente da Galeno.
La presenza di aspetti fatalistici nell'astrologia era stata un tratto peculiare dello stoicismo, che vedeva l'universo dominato da rapporti di affinità o simpatia, attraverso cui il Logos determinava la natura degli uomini.Ornella Pompeo Faracovi, introduzione a Scritti sull'astrologia, op. cit., pp. 17-18. Contro questa visione, Plotino sostenne che il fato non è ineluttabile, a condizione di sapersi elevare al di sopra di esso, verso la dimensione dell'Anima superiore che non soggiace agli impulsi corporei.Ornella Pompeo Faracovi, introduzione a Scritti sull'astrologia, op. cit., pp. 11-21.