La comunità internazionale è l'insieme degli Stati e delle altre organizzazioni o istituzioni le cui relazioni reciproche si basano sull'osservanza delle norme espresse dal diritto internazionale.Cfr. la voce "Comunità internazionale" sull'Enciclopedia Treccani.

Terminologia Il sostantivo "comunità" deriva dall'espressione latina Communitas, la quale stava a indicare un'aggregazione umana diversa dalla normale societas (società), forma aggregativa che il pensiero greco stesso aveva indicata come naturale per l'uomo. Nella Communitas il pensiero romanista riconosceva una forma volontaria di aggregazione su scopi valori e costumi di vita che si distinguevano dal resto dei consociati. L'aggettivo "internazionale" ha una storia abbastanza variegata. La cultura greca che inventò la diplomazia, le guarentigie per i rappresentanti dei vari re che si scambiavano gli ambasciatori, non formulò mai una definizione di internazionale.

Per i GreciSheila L. Ager, Interstate Arbitrations in the Greek World, 337-90 B.C. (Hellenistic Culture and Society) [First Edition], University of California Press, 1997. esisteva solo il centro delle nazioni di allora che era la Grecia con le sue Città-Stato. Mentre a est venivano definiti barbari i popoli che avevano una cultura politica contraria alla democrazia che essi professavano (Persiani, Popoli mesopotamici, Egiziani e altri ancora). Invece, a ovest, guardando il mar Mediterraneo, collocavano quei barbari dell'Europa di cui avevano una vaga conoscenza, ma che consideravano diversi totalmente da loro.

Fra questi collocarono anche gli Italici che abitavano l'omonima penisola collocati più a nord delle colonie della Magna Grecia. Quando Roma conquistò la Grecia (145 a.C.) fu conquistata a sua volta dalla cultura, dalla filosofia e dai costumi greci. La filosofia greca, allora, riformulò il concetto di civiltà democratica assorbendo in essa anche i Romani con i loro alleati italici che nel tempo erano stati assimilati. In tutta la storia romana non ci fu un utilizzo preciso del termine "internazionale", ma nel modo di concepire le relazioni internazionali si comprendeva che essi consideravano le relazioni interne all'Impero come relazioni fra le parti dello stesso Stato, mentre consideravano i trattati di pace che stipulavano e le guerre che intraprendevano come dei veri atti esterni al loro Stato ai quali davano la qualifica di veri e propri atti internazionali. Sulla dicotomia "interno esterno" delle relazioni tra gruppi, infatti, poggia la definizione corretta di internazionale.

Nella storia delle idee La Communitas romana Nel periodo dell'Impero romano sino all'Editto di Milano (313 d.C.) con Communitas venivano indicate le aggregazioni di persone che si erano stanziate all'interno dei confini della civitas, che dopo la Lex Roscia corrispondeva a tutta l'Italia, e che non godevano della cittadinanza romana. Erano per il diritto di allora cives provinciali (abitanti delle provincie romane non italiane immigrati in Italia) a cui non erano estesi tutti i diritti previsti dal diritto romano per i cittadini veri e propri (cives quiritari).

Nella città di Roma vivevano allora molte di queste comunità: la caldea. l'ebraica, la libica, la greca e altre ancora. Al loro interno vivevano anche numerosi cittadini romani, che avevano ottenuto la cittadinanza per nascita o mediante acquisto in denaro. L'azione dello Stato romano nei loro confronti, specialmente nella repressione di reati, doveva rispettare le regole scritte per tutti i cittadini. Esempio di ciò è il racconto della cattura e della prigionia di San Paolo. Dopo l'editto di Caracalla (Constitutio Antoniniana 212 d.C.) e l'estensione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Impero, scomparvero le ragioni giuridiche della distinzione fra cittadini romani e cittadini provinciali.

Solo dopo l'Editto di Milano voluto dall'Imperatore Costantino I i cristiani ottennero la libertà di culto e la possibilità concreta di non essere soggetti a persecuzioni di Stato. Dopo la caduta dell'Impero romano d'occidente (476 d.C.) l'impero stesso andò in disgregazione lasciando il posto a numerosi regni barbarici che sorsero sul territorio dell'Impero. Il tratto fondamentale di questo regni era il mantenimento della cultura giuridica romana, il riconoscimento della Chiesa cristiana quale fattore di unità e di fede.

Il riconoscimento del ruolo super partes della Chiesa cattolica e del Papa quale suo capo (che era insediato in Roma) fece nascere una forma di espressione linguistica che usando il latino, lingua aulica comune, indicava l'insieme degli Stati che professando la religione cristiana riconoscevano la supremazia del Papa e della Santa Sede rispetto a tutte le altre entità statali. Da quel momento l'uso dell'espressione Communitas Christiana indicò l'insieme degli stati che si riconoscevano eredi dell'Impero romano.

Origine, sviluppo e declino della Communitas Christiana Come prima cosa la dottrina e gli studiosi si posero il problema dell'inizio, ossia del momento storico in cui si poteva parlare dell'esistenza di una pluralità di Stati sovrani in relazione fra di loro. Convenzionalmente, considerando l'importanza della presa di coscienza del mondo romano e tardo imperiale di questo problema della sovranità dello Stato si stabilì che il 476 d.C. fosse l'inizio della storia della Comunità internazionale per il fatto che all'Impero romano si andavano, da quel momento, a sostituire i regni romano-barbarici, quale anticipazione della nuova configurazione dei rapporti di forza in gran parte localizzati in Europa. Lo stesso Impero romano d'Oriente con capitale Bisanzio non sfuggì a questo destino di disgregazione, anche se attuatosi alcuni secoli dopo.

Questo periodo fu chiamato della Communitas Christiana, per indicare che la Chiesa di Roma con il Papa era il collante che teneva unita la pluralità di Stati nati dalla disgregazione dell'Impero d'Occidente. Infatti sottoposti alla pressione mussulmana toccò prima alla Francia e alla sua monarchia affrontare e sconfiggere il disegno di espansione dell'Islam in terra di Francia (Battaglia di Poitiers (732) e ricostruire l'Impero con il nome di Sacro Romano Impero sotto Carlo Magno (Natale 800). Questa nuova forma politica non riuscì a fermare la competizione fra l'Impero e il Papato (lotta per le investiture) che portò, progressivamente, i vari Stati considerati parte di questa Communitas, a rendersi autonomi sia dall'Impero sia dalla Chiesa. Il culmine si ottenne con due fatti molto significativi: la Riforma protestante (1517) e la Pace di Vestfalia (1648)Cfr. nella bibliografia nn. 58 e 40..

Quest'ultima segnò la scomparsa dell'organizzazione delle relazioni internazionali secondo il modello della Communitas Christiana. I nuovi principii consacrati da questa pace furono: Ogni sovrano nel suo regno non riconosceva più alcuna autorità superiore alla sua nell'ambito del suo regno. L'imperatore esercitava il suo potere solo sui propri possedimenti diretti. La casa di Asburgo ebbe il titolo di imperatore per diritto ereditario. In ogni regno la religione professata dal re doveva essere la religione di tutti i sudditi (Cuius regio, eius religio). Gli adepti di altre religioni dovevano emigrare in uno stato in cui il re fosse della loro religione. Alcuni protestanti, che venivano considerati non ortodossi, come i Valdesi o gli stessi Ebrei, incominciarono una migrazione progressiva che li portò poi alla diaspora. il Papa non veniva più considerato come un'autorità superiore a quella dei singoli monarchi, ma come il sovrano dello Stato della Chiesa, situato attorno alla città di Roma, al centro della penisola italiana. nelle relazioni internazionali vigeva il principio di parità fra i monarchi, la reciproca possibilità di scambiarsi le legazioni di rappresentanza (ambasciate) e la guerra era uno strumento per risolvere le controversie.

L'età degli equilibri Il periodo che va dalla Pace di Vestfalia alla fine della prima guerra mondiale (1919) fu denominato periodo del principio di equilibrio. perché rispetto al periodo precedente in cui l'Imperatore del Sacro Romano Impero e il Papa cercavano di mitigare le asprezze dei conflitti fra gli Stati, si venne a sostituire un periodo storico in cui le alleanze, la strategia di potenza (la coalizione di Stati più forte), lo sviluppo scientifico e militare diventavano essenziali per permettere allo Stato o alla coalizione di Stati di imporsi sugli altri che risultassero un po' più deboli. Questo periodo è quello che meglio interpreta la condizione naturale della Comunità in cui tutti gli Stati da grandi a piccoli sono posti su un piano di parità, ma anche l'enorme disparità contenuta nelle grandi differenze di potenza economica, diplomatica e militare di uno Stato verso gli altri più piccoli, più deboli e meno armatiM. Clementi, Primi fra pari. Egemonia, guerra e ordine internazionale, Bologna, Il Mulino, 2011 (ed. digit.: 2011, doi: 10.978.8815/302120).

Sono di questo periodo, in una prima fase, le conquiste coloniali quale risultato dell'aprirsi delle conoscenze europee e della scoperta di nuove terre prima non conosciute. In una seconda fase - al fine di aumentare la forza dello Stato colonizzatore rispetto alla competizione internazionale con altri stati anche loro colonizzatori - si vennero formando dei veri e propri imperi coloniali, i quali si trasformarono in strumenti di sottomissione dei paesi colonizzatiThomas M. Franck, The Gentle Civilizer of Nations: The Rise and Fall of International Law 1870-1960, Cambridge University Press, 2002.. La potenza di questi Imperi che trovavano la madre patria in Stati europei colonizzatori subì un crollo durante e dopo la seconda guerra mondiale (1939-1945). La conclusione della prima guerra mondiale produsse due risultati importanti: il primo di dar forza ai movimenti di indipendenza degli stati colonizzati i quali rivendicavano un'identità politica e autonoma dei nativi dalla madre patria.

Il secondo fu la convinzione diffusa in tutti gli Stati della Comunità internazionale che era necessario fermare la guerraImportanti, su questo tema, sono alcuni capitoli di Quincy Wright (cfr. n. 70 della bibliografia) nei quali delinea il percorso americano alla proposta della Società delle Nazioni. e cercare di superare la sua condizione di essere il solo strumento di soluzione dei conflitti fra gli Stati. La proposta americana di costituire la Società delle Nazioni (S.d.N.) (1919) fu la risposta organizzativa a questa esigenza e punto di passaggio a una nuova forma di organizzazione internazionale non esistente in precedenza.

Il principio di organizzazione Si deve alla dottrina americana, ai vincitori della coalizione degli Stati dell'Intesa e al presidente degli Stati Uniti d'America Woodrow Wilson, l'affacciarsi e il radicarsi del principio di organizzazione internazionale nella comunità internazionale e lo svilupparsi delle sue istituzioni. Esso incarnava la necessità di rendere impossibile la guerra, di trasformare tutte le forme dei conflitti i processi di risoluzione giuridica delle controversie e l'instaurazione di una nuova realtà internazionale che era la Società delle Nazioni, in cui dovevano funzionare questi nuovi strumenti.

La necessità di queste nuove forme di vita internazionali si era già manifestata in precedenza di pari passo con la rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni. Man mano l'umanità aveva sostituito alla trazione animale quella meccanica nei trasporti (locomotiva e ferrovie) si manifestarono anche esigenze di disciplina condivisa e di tutela che interessavano più Stati. Lo sviluppo scientifico e il suo penetrare nello sviluppo della rivoluzione industriale divenne il motore di questa nuova forma evoluzione economica, militare e politica. La necessità di far giungere le lettere nei luoghi più lontani della terra fu uno dei primi e più importanti banchi di prova per le costruzioni di queste nuove forme di organizzazione.