Villa Arconati (detta anche Palazzo Arconati), conosciuta popolarmente come il Castellazzo, è una delle ville storiche del Parco delle Groane, situata a Bollate, nella frazione Castellazzo che da essa prende appunto il nome. Si tratta di un esempio di barocchetto lombardo settecentesco ed è stata dichiarata monumento nazionale.vedi qui.
La villa nacque per volontà di Galeazzo Arconati come residenza di campagna e luogo dove accogliere la sua preziosa collezione di opere d'arte e sculture antiche. Il palazzo è costituito da elementi armonizzati architettonicamente insieme, si articola su una superficie di 10 000 m² (divisi in 70 ambienti) e, secondo una leggenda locale, ha un totale di 365 finestre. Il parco del palazzo si estende su 12 ettari di terreno.
Localizzazione
Il complesso di villa Arconati si trova all'interno dell'area protetta del Parco delle Groane, su uno dei vertici del giardino quadrangolare di 12 ettari di ampiezza che completa la struttura, a fianco delle corti e della chiesetta del borgo agricolo di Castellazzo di Bollate, a 23,7 km da Milano.
Il complesso è circondato da boschi, brughiere e terreni coltivati per circa 200 ettari. Presso la Strada statale 233 Varesina, tra Bollate e Garbagnate, fra quattro statue feline su piedistalli e due obelischi, si diparte la via dei Leoni, che tra due file di carpini bianchi conduce al cancello principale d'ingresso della villa.
Storia Le origini del complesso
Le origini del complesso di Villa Arconati risalgono, con tutta probabilità, al Medioevo. Infatti, sul sito del futuro Castellazzo esisteva, almeno dal Trecento, una "villa franca": si trattava di una cascina fortificata che godeva di particolari privilegi ed esenzioni fiscali di antica istituzione.L. De Cesare, Bollate, un territorio e la sua storia, Bollate, 1985.
Le prime notizie sulla presenza di una villa gentilizia risalgono invece alla seconda metà del Cinquecento quando, dopo una visita pastorale di San Carlo Borromeo che rilevò l'eccessivo abbandono e inadeguatezza della piccola chiesa locale dedicata a San Guglielmo, il marchese Guido Cusani, tra i maggiori proprietari della zona, si impegnò a costruirne una nuova a partire dal 1573, interpellando per l'occasione il noto architetto milanese Martino Bassi. All'interno della chiesa si trova ancora oggi una lapide con l'iscrizione che ricorda come essa fu compiuta nel 1588, post aedificatam villam, sintomo che già all'epoca doveva esservi una proprietà in loco appartenente ai marchesi Cusani.La chiesa parrocchiale di San Guglielmo, inizialmente a servizio della frazione di Castellazzo, finì per essere inglobata nel progetto finale della villa nel corso delle espansioni avvenute nella struttura tra Seicento e Settecento.
Il denaro necessario all'edificazione di questa prima villa, il Cusani lo ottenne a suo tempo grazie al fatto di essere stato nominato dal celebre banchiere genovese Tommaso Marino al ruolo di amministratore della sua eredità e di tutelarla per l'unica figlia Virginia, la quale dapprima sposò Ercole Pio di Savoia e successivamente Martino de Leyva (divenendo madre tra gli altri della celebre monaca di Monza). L'eredità dei Marino passò di diritto ai Pio di Savoia, i quali a ogni modo intentarono una causa contro i Cusani per il modo con cui avevano gestito l'eredità loro spettante e soprattutto accusandoli di essersi impossessati impropriamente di parte di essa, proprio per la costruzione della villa di campagna che possedevano a Bollate. Nel frattempo nel 1601 morì Guido Cusani e la causa venne proseguita dal suo nipote legittimato ed erede, Federico. Il contenzioso giuridico terminò nel 1609 quando infine l'eredità passò definitivamente ai Pio di Savoia i quali, vedendosi riconosciuto un danno al patrimonio, ottennero a loro vantaggio la confisca dei beni che i Cusani possedevano a Bollate, compresa la villa di campagna che passò al cardinale Carlo Emmanuele Pio di Savoia e ai suoi fratelli Ascanio e Giberto.Carlo Dones, La Villa Arconati in Castellazzo, tesi di laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1970-71 (relatore prof. Gian Alberto Dell'Acqua).
Il grandioso progetto di Galeazzo Arconati
Nel 1610 i fratelli Pio di Savoia vendettero la proprietà (che nel frattempo, oltre alla "casa da nobile" del Cusani comprendeva anche un torchio, una cascina rustica e una serie di terreni circostanti, costruzioni e acquisizioni operate dal marchese Guido) per la somma di 238 000 ducati al nobile Galeazzo ArconatiL'Arconati dilazionò l'acquisto sulla base delle rendite annuali della moglie derivate dall'azienda di famiglia che operava nel campo della tessitura e aveva legami con la Germania. I fratelli Pio di Savoia, e in particolare il cardinale Carlo Emmanuele, finirono a ogni modo per accettare anche dei corrispettivi in merci preziose da parte della famiglia Arconati per raggiungere quanto prima la somma richiesta., feudatario della Pieve di Dairago e cugino del cardinale e arcivescovo milanese Federico Borromeo nonché celebre collezionista, il quale vantava tra le proprie raccolte il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci e una statua romana completa raffigurante il cosiddetto "Pompeo Arconati", oggi identificata con un ritratto di Tiberio. Dilettante in architettura, fu proprio Galeazzo Arconati a intervenire per restaurare il "casino da nobile" di Guido Cusani il quale era composto da un unico blocco rettangolare su due piani con uno scalone, progettando personalmente un primo ampliamento della struttura con la costruzione di un portico a colonne e del piano nobile, sfruttando in parte le murature già esistenti, oltre a materiale di recupero.In quest'ultimo gruppo figuravano una serie di colonne, utilizzate per la costruzione del portico retrostante la villa, acquistate da Ercole de Capitaneis de Arconate per la villa di famiglia ad Arconate e poi rimaste inutilizzate dopo la sua morte.
Fu in realtà solo a seguito di un rientro da Roma nel 1621 che l'Arconati ebbe la geniale intuizione di realizzare in questo luogo un nuovo grandioso palazzo per esaltare la ricchezza e la potenza della sua famiglia, nonché un luogo dove accogliere le numerosissime opere d'arte di cui era proprietario e porle in mostra dei suoi ospiti. Il suo nuovo palazzo si sarebbe ispirato alle forme delle grandi ville romane e fiorentine e pertanto egli si impegnò nuovamente nella pianificazione della casa e del giardino di modo da concepirle come un tutt'uno, introducendovi viali alberati, sculture e giochi d'acqua ispirati agli studi di Leonardo da Vinci in materia. Al suo ritorno da Roma, come ebbe modo di constatare in fondi d'archivio l'architetto Luca Beltrami, Galeazzo Arconati assunse "maestro Domenico Novelli et Michele suo figliolo [artigiani romani], vasari, per condurli a Milano a lavorare vasi, et qualunque altro lavoro di terra a gusto di detto signore, per il prezzo di scudi sedici il mese di moneta di Roma".L. Beltrami, La villa di Castellazzo de iconti Sormani Busca, entratto da Ville e Castelli d'Italia, Milano, 1907, p. 5. Questa notizia, oltre a corroborare l'idea che l'Arconati sia stato in primis architetto per la propria residenza e progettista anche degli annessi giardini, mostra come il cantiere del palazzo sfruttasse anche manovalanza specifica, per la quale tra l'altro venne realizzata dallo stesso Galeazzo la grande fornace posta a nord del complesso edilizio, con annessa vasca d'acqua.
È in quest'epoca che lo scrittore Carlo Torre nel suo Ritratto di Milano definisce per la prima volta la villa Il Castelazzo, nome con cui nei secoli la villa sarà maggiormente nota. Nel 1630, alla villa ancora in fermento di costruzione, Galeazzo ospitò il celebre architetto Francesco Maria Richini che sfuggiva da Milano a causa della peste.Secondo alcune fonti il Richini avrebbe potuto in quell'occasione abbozzare qualche progetto per l'Arconati, ma non vi sono fonti certe per suffragare tale ipotesi. Nel 1634 Galeazzo vide coronato il sogno del proprio progetto con una visita che gli fece re Filippo IV di Spagna, duca di Milano, col quale si portò nei boschi circostanti di sua proprietà per una battuta di caccia al lupo.P. Ferrario, La "Regia villa": il Castellazzo degli Arconati fra Seicento e Settecento, Dairago, 2000 (II edizione).
Il progetto di Galeazzo Arconati, a ogni modo, rimase incompiuto alla sua morte avvenuta nel 1648 e venne ripreso sotto la direzione del conte Luigi Maria Arconati, suo nipote e genero, il quale si occupò di armonizzare le strutture presenti nel complesso con la villa fatta realizzare da Galeazzo: egli si concentrò nella riqualificazione delle corti rustiche con l'ammodernamento del cosiddetto "Castellazzino", la parte più antica del casamento, dove trovarono posto diciassette famiglie di pigionanti. Fece inoltre costruire le grandi scuderie del complesso (in grado di ospitare sessantaquattro cavalli), in sostituzione di quelle erette da Galeazzo nel 1615, dedicandosi anche all'acquisto di nuovi terreni e proprietà per aumentare la produttività della tenuta del Castellazzo e quindi la rendita.
La villa dal Settecento al Novecento Il disegno attuale della villa si deve però al conte Giuseppe Antonio Arconati, nipote di Luigi Maria e ambasciatore presso il Ducato di Parma, il quale iniziò nuovi lavori di ammodernamento della struttura nel 1742, ispirandosi chiaramente ai modelli d'oltralpe visti durante i suoi frequenti viaggi a Parigi e soprattutto a Versailles. Furono aggiunte alla villa l'ala sud-ovest e modellate la facciata ovest e la nuova facciata sud in stile tardo-barocco lombardo. Di questa nuova fase si occupò probabilmente anche l'architetto Giovanni Ruggeri dal 1722 al 1729 e poi direttamente il conte Arconati, confermando l'abitudine di famiglia di proprietari e architetti del complesso.Sull'attribuzione al Ruggeri, sembra essere molto cauta sia Patrizia Ferrario, autrice del volume La "Regia villa" - il Castellazzo degli Arconati fra Seicento e Settecento, come pure a suo tempo lo fu Luca Beltrami che, come viene riportato nel medesimo testo, ebbe modo di consultare direttamente l'archivio famigliare (all'epoca conservato nella villa) dal quale non si evinceva un'opera incisiva del Ruggeri sul complesso. Venne inoltre spostata la statua del Pompeo dai giardini all'interno della gipsoteca della villa per meglio proteggerla contro gli agenti atmosferici.
Anche i giardini furono rimodellati dal precedente stile italiano allo stile francese, costruendo un parterre davanti alla nuova facciata sud e inserendovi anche una ménagerie con animali esotici come raccontato da Carlo Goldoni, il celebre commediografo veneziano che fu protetto e ospite degli Arconati proprio alla villa del Castellazzo.www.ilgiornaledellarte.com.A. G. Spinelli, Lettere di Carlo Goldoni e Girolamo Medebach al conte Giuseppe Antonio Arconati Visconti, tratte dall'archivio Sola-Busca, Milano, 1882. Tra gli altri ospiti illustri che ebbero modo di visitare il complesso o soggiornarvi si ricordano anche lo scultore Antonio Canova con l'artista Giuseppe Bossi (1802)A. Vogliotti, In bicicletta nei dintorni di Milano, Milano, 2003. I due artisti furono inoltre i primi a realizzare degli studi accurati sul monumento funebre a Gaston de Foix., gli scrittori StendhalDisse a proposito della villa Stendhal: Je ne rirais pas de huit jours, si j'habitais le Palais Arconati, cit. in Patrizia Ferrario, La "Regia villa": il Castellazzo degli Arconati fra Seicento e Settecento, Dairago, 2000 (II edizione). e Alessandro Manzoni.
A lavori ultimati, la villa presentava come oggi 70 sale solo nella parte "da nobile", per un totale di 10 000 m² di abitazione calpestabile, inseriti in un complesso di parco di 12 ettari di terreno, senza contare i 1 000 ettari di terreno agricolo circostante, le stalle e le dipendenze della villa.