Un alfabeto per il latino fu adottato fin dall'VIII secolo a.C., cioè fin dagli albori della storia di Roma. Come generalmente accade quando un popolo inventa un alfabeto o ne adatta uno "straniero" alle esigenze della propria lingua, c'è un'alta corrispondenza tra grafemi e fonemi, cioè ad ogni lettera corrisponde (esclusi eventuali allofoni) un solo suono.
Questo con tutta probabilità avvenne anche con il latino. L'evoluzione di una lingua, tuttavia, porta il parlato a divergere dallo scritto (si pensi per esempio all'inglese, al gaelico o al francese). Il latino non fu esente dall'evolversi e lo testimoniano alcuni fenomeni fonetici avvenuti nel corso del tempo, in particolare il rotacismo. In generale, queste modifiche nel parlato furono introdotte anche nello scritto (talvolta, come nel caso del rotacismo, con delle apposite leggi), almeno fino all'epoca classica.
Grafemi L'alfabeto latino è il sistema di scrittura sviluppato per la lingua latina. I grafemi che costituiscono l'alfabeto del latino sono i seguenti (tra parentesi quelli non usati in epoca classica):
A B C D E F G H I (J) K L M N O P Q R S T (U) V X Y Z
L'alfabeto originario come è conservato nelle epigrafi non conosceva una distinzione tra lettere maiuscole e minuscole. Esisteva già nel I secolo a.C. una grafia corsiva, dalla quale si sviluppò nella tarda antichità la semionciale, che già presentava lettere abbastanza simili alle odierne minuscole. Dalla semionciale si sviluppò, in epoca carolingia, la scrittura carolina, che può essere considerata la prima vera minuscola non corsiva usata per l'alfabeto latino. La lettera V, che aveva doppio valore, vocalico e semiconsonantico (, come in puro, e , come in uomo, tuono), ebbe come minuscola u; in seguito, verso il XVIII secolo, sulla scorta delle scelte tipografiche adottate per i testi in italiano, si scelse di sdoppiare anche nei testi latini V-u in V-v con valore consonantico (vir), e U-u con valore vocalico o semiconsonantico (ubi, quis).Per quanto riguarda la scrittura dell'italiano, si veda per esempio: Spesso, al di fuori dell'Italia, la distinzione tra v e u non è adottata neppure ai giorni nostri. La lettera J fu introdotta durante il Medioevo, inizialmente come pura variante grafica per la I in fine di parola, poi per indicare il valore semiconsonantico di I (, come in aiuto); ebbe meno fortuna dello sdoppiamento di v e u, tant'è vero che nelle edizioni di testi letterari latini arcaici, classici o tardi (non medievali) non è quasi mai usata la lettera j, mentre la u consonante è segnata con v.
Formazione ed evoluzione dell'alfabeto latino L'alfabeto latino deriva da un alfabeto greco occidentale (l'alfabeto greco non era uguale in tutto il territorio ellenico, ma si differenziava da regione a regione, soprattutto per quanto riguarda lettere assenti negli alfabeti più arcaici), probabilmente tramite la mediazione dall'etrusco, o forse direttamente da quello di Cuma, colonia greca nei pressi di Napoli.
Ad ogni modo, l'alfabeto arcaico era lievemente diverso da quello classico, anche per la pronuncia di alcune lettere. Tra le consonanti, le velari presentano una situazione molto interessante. C era posta generalmente davanti a E e I, K davanti ad A e alle consonanti, e Q davanti a V e O. Tutt'e tre rappresentavano lo stesso identico fonema, , tant'è vero che con il tempo confluirono nella C, con la sola eccezione della labiovelare scritta QV. La K rimase in qualche sporadica parola (per esempio, in Kalendae, che si trova anche scritto Calendae, e il nome Kaeso), mentre la Q fu mantenuta, come detto, solo davanti alle V che avessero valore semiconsonantico (, come in questus), mentre dinnanzi a quelle vocaliche si pose la generalizzata C (ad esempio cura). Pare inoltre certo che C avesse originariamente valore sia sordo sia sonoro (, come in casa, e , come in gas); solo più tardi al valore sonoro venne data una lettera apposita, G. Rimane traccia di ciò in alcune abbreviazioni di nome, come C. per Gaius o CN. per Gnaeus.
Per quanto riguarda le sibilanti, quelle sonore furono investite dal fenomeno del rotacismo. Originariamente, l'unica sibilante del latino era (sorda, come in sarto), resa con la lettera S. Le s intervocaliche, tuttavia, subirono in latino un mutamento detto rotacismo che le portò alla fine a confluire nel fonema . La fase intermedia tra e del rotacismo fu la sonorizzazione in (la s sonora di sbaglio); abbiamo perciò in posizione intervocalica il mutamento > > . Durante la fase intermedia del rotacismo, quando queste S intervocaliche suonavano [z], fu adottata per esse la grafia con Z. Questa lettera occupava nell'alfabeto il posto dell'attuale G, fra la F e la H (cioè la stessa posizione occupata dalla zeta nell'alfabeto greco arcaico, tra il digamma Ϝ e la eta Η). Con il compimento del rotacismo (verso la fine del IV secolo a.C.), l'allofono scomparve totalmente in favore di , che aveva già un suo corrispondente grafema nell'alfabeto, e cioè R. La lettera Z divenne quindi inutile e fu eliminata; il suo posto nella serie alfabetica verrà occupato dalla G, indicante la velare occlusiva sonora .
Per la trascrizione di parole greche (vedi anche più avanti) furono introdotte due lettere che rappresentavano fonemi sconosciuti al latino e che andarono ad occupare la fine della serie alfabetica (da notare il ritorno del simbolo Z, scomparso dopo il rotacismo, seppur come consonante affricata e non più come fricativa). Y corrispose alla lettera ypsilon, rappresentante il fonema (la u francese di bureau). Z rappresentò la consonante doppia zeta (, come l'italiano zona).
Il modo di scrivere I Romani, come d'altronde anche i Greci, utilizzavano la scriptio continua, cioè non separavano le parole le une dalle altre, se non, a volte, con un puntino medio (ad esempio, NOMENOMEN o NOMEN∙OMEN). Il senso di scrittura, come ben attestato dai reperti archeologici (il Lapis niger, ad esempio), procedette nei primi tempi in senso bustrofedico, per poi stabilizzarsi nel senso sinistra-destra proprio di tutte le lingue europee odierne.
Notevoli esempi di scrittura, anche parietale, sono stati rinvenuti a Pompei e ad Ercolano.
L'influenza del greco Dal momento in cui l'antica Roma cominciò ad assorbire aspetti della cultura greca (dal teatro alla poesia alla filosofia), si sentì la necessità di introdurre quei nuovi termini desunti dalla lingua greca che non avessero corrispondenti esatti in quella latina (i cosiddetti grecismi).
L'opera di traslitterazione risultò tutto sommato abbastanza semplice; come già accennato, gli unici fonemi greci assenti in latino erano quelli indicati da ζ zeta e da υ hȳ, i cui grafemi furono assunti in latino con valori inizialmente diversi, e quelli per le aspirate (φ phi, θ theta e χ chi), che non servivano, poiché i fonemi corrispondenti furono resi foneticamente con nessi composti dalla lettera indicante l'occlusiva sorda corrispondente seguita da H (cioè. rispettivamente PH, TH e CH). Anche l'aspirazione ad inizio parola (che in greco non fu segnalata che in epoca tarda con il segno diacritico detto spirito aspro) venne resa con H.
L'alfabeto greco veniva quindi traslitterato: Α > A; Β > B; Γ > G; Δ > D; Ε > E (breve); Ζ > Z; Η > E (lunga); Θ > TH; Ι > I; Κ > C o K; Λ > L; Μ > M; Ν > N; Ξ > X; Ο > O (breve); Π > P; Ρ > R o RH; Σ > S; Τ > T; Υ > Y (o anche, soprattutto inizialmente, V); Φ > PH (inizialmente anche solo P); Χ > CH; Ψ > PS; Ω > O (lunga).
La lettera gamma (Γ) veniva tuttavia sostituita in latino con N davanti ad altra consonante velare (C, G), quando cioè indicava in questa posizione un'occlusiva velare nasale sonora (come in vanga); ad esempio, divenne ANGELUS.
Per quanto riguarda i dittonghi, non tutti vennero traslitterati vocale per vocale; a causa dei mutamenti che già in epoca ellenistica erano avvenuti nella fonetica greca, alcuni dittonghi venivano già pronunciati diversamente da come erano scritti. In particolare, αι venne reso come ae ( passò a aethēr), οι come oe (il prefisso - divenne oeco-), ει come ī ( fu reso Hēraclītus) e ου come ū ( divenne Ūrānus). I dittonghi impropri (quelli formati da vocale lunga e iota, che nelle moderne edizioni vengono resi con uno "iota sottoscritto" sotto la vocale) vennero trascritti con la sola vocale lunga, eliminando la i ( divenne Hādēs), tranne che in alcune voci entrate molto precocemente nel lessico (come ad esempio , che fu resa, tenendo conto dello iota, in cōmoedia).
Corrispondenze tra grafemi e fonemi
Nel corso dei secoli, il latino ha subito delle modificazioni e il sistema di lettura che ci è pervenuto è quello usato dall'Alto Medioevo in poi dalla Chiesa e, fino alla nascita delle varie lingue nazionali, anche come lingua ufficiale dei documenti scritti, oltre che della cultura in generale. Questo sistema viene chiamato pronuncia ecclesiastica o scolastica proprio perché divulgato dalla Chiesa; tuttavia questo differisce dal sistema originario della lingua latina.
Linguisti e filologi si sono cimentati nella ricostruzione del sistema fonologico del latino, come avvenne per quella del greco antico; in particolare va ricordato il lavoro dell'umanista Erasmo da Rotterdam nel saggio De recta Latini Graecique sermonis pronuntiatione. Il sistema fonologico ricostruito (noto come pronuncia restituta o classica, facendo così riferimento più alla lettura dell'alfabeto, che alla fonologia stessa della lingua) esiste in varie versioni: in seguito se ne offrirà un quadro più dettagliato e una variante più semplificata, normalmente accettata come standard nelle università europee.
La pronuncia insegnata nella maggior parte delle scuole europee corrisponde alla restituta, mentre in Italia viene generalmente utilizzata la pronuncia ecclesiastica, che ha una tradizione legata al cattolicesimo e tende anche ad una maggiore simiglianza con la fonetica della lingua italiana.
La sillabazione Ai fini dell'accentazione è necessario dividere correttamente le sillabe di una parola. Di seguito le regole generali:
Due consonanti si separano sempre, anche nel caso della cosiddetta s impura italiana e delle consonanti che trascrivono due suoni: tem-pes-tas, dic-si (<dixi), ho-rid-son (<horizōn). Nel caso di gruppi di più di due consonanti solo l'ultima si separa: mics-ti-o (<mixtiō). Unica eccezione è il caso della cosiddetta muta cum liquida (consonante occlusiva+l/r): pa-tris, sa-crus, prae-clā-rus, ma-gis-tra. Anche il gruppo f+liquida ha un comportamento simile: ad-flā-tus. Anche i gruppi SC e GN, dato che rappresentano entrambi due suoni, si separano: pis-cis, ig-nis. Due vocali formano sillaba solo nel caso dei dittonghi; in tutti gli altri casi si separano: cor-nu-a, e-ō-rum, po-ē-ta (<poëta, grecismo), a-ēr (<aër, grecismo). In particolare, da notare che la i fra consonante e vocale non si consonantizza e forma quindi sillaba a sé: Iū-li-us, mix-ti-ō, au-di-ō, en-chi-ri-di-on. Il gruppo TI atono si divide dalla vocale successiva anche quando suona nella pronuncia ecclesiastica: ius-ti-ti-a; l'assibilazione, e quindi anche la consonantizzazione della i che l'ha causata fondendo le due sillabe, risale al II secolo d.C.. Il gruppo QV, che si trova sempre davanti a vocale, si lega alla vocale seguente: e-qui, quin-que. Il gruppo GV è labiovelare sonora (e si lega quindi alla vocale seguente) solo se è preceduto da N: pin-guis, an-guis. In caso contrario fa sillaba a sé: ec-si-gu-i-tās.. Le consonanti aspirate si comportano come una sola lettera: a-thlē-ta, ma-chi-na, tri-um-phus.