Ceva (Seva in piemontese Cêva in ligure) è un comune italiano di abitanti della provincia di Cuneo in Piemonte.

Geografia fisica Territorio

La città è ad un'altitudine di Targa indicativa presso la stazione ferroviaria e si sviluppa per su un territorio prevalentemente collinare.

Il centro storico è situato in una sorta di conca naturale, circondata da colline costituite prevalentemente da marna ed altri sedimenti di origine alluvionale. Altre aree, specialmente negli ultimi decenni, hanno iniziato a svilupparsi in zone caratterizzate da piane alluvionali.

Ceva è attraversata dal fiume Tanaro, che nel suo territorio riceve il torrente Cevetta (suo affluente di destra), che a sua volta capta le acque del torrente Bovina.

La Classificazione sismica di Ceva è 4 (bassa possibilità di danni sismici).

Clima

Ceva è classificata nella zona climatica E ed ha un fabbisogno termico di 2781 Gradi giorno. La normativa attuale limita l'accensione degli impianti di riscaldamento a 14 ore giornaliere dal 15 ottobre al 15 aprile.

La stazione meteorologica dell'Aeronautica Militare e dell'OMM più vicina al comune di Ceva si trova a Mondovì, mentre ve n'è una di ARPA Piemonte anche nel più vicino comune di Saliceto.

Origini del nome Non esiste un'etimologia certa del toponimo Ceva, ma varie ipotesi promulgate da diversi autori. Una delle più accreditate è avanzata da Padre Arcangelo Ferro, autore di Ceva e la sua zona, il quale indica una tribù di Liguri di nome Çabates o Cebates che, proveniente dalla Provenza, intorno al 2000 a.C. avrebbe fondato (o dato il nome) alla località che oggi chiamiamo Ceva, con il nome di Ceba.Altri autori sostengono che il termine Ceba derivi da una particolare razza bovina autoctona della zona in tempi antichi, oppure dalla voce pre-indoeuropea kaiva-i-s, con significato originale di recinto, accampamento, luogo abitato, divenuto successivamente borgo, città, capoluogo. Ultima ipotesi, indicata nel cosiddetto Manoscritto di Don Parola, identifica nel cognome del console romano Junius Brutus Scaeva l'origine del termine Ceva. Questo console, assieme a Quintus Fabius Gurges, pare fosse stato incaricato nel 292 a.C. dalla Repubblica romana di fondare una colonia per arginare le possibili incursioni dei Galli transalpini. In ogni caso, l'antico toponimo Ceba è rimasto nel nome della popolazione cittadina, i cebani. (Nome preceduto da cevani, sostituito da quello attuale durante il periodo fascista per rimarcare la romanità della popolazione).

Storia

Fra la fine del III millennio a.C. e l'inizio del II millennio a.C. le popolazioni iberico-liguri provenienti dalla vicina Provenza penetrarono nel nord Italia, stanziandosi e fondando innumerevoli villaggi ed insediamenti.

Durante la dominazione romana, Ceva era ascritta alla tribù Publilia. Il suo riconoscimento come municipio è dibattuto siccome viene indicato solo nel testo del Ferro e non in altri autori.

Durante il travagliato periodo delle invasioni barbariche Ceva, come tutta la regione circostante, fu soggetta a scorrerie, saccheggi e spopolamento, tanto da far definire in alcuni documenti la zona come Deserta Langarum: landa, regione deserta.

Nel medioevo Ceva conobbe un nuovo periodo di prosperità. Divenne capitale di un marchesato aleramico, fondato da Anselmo II, figlio di Bonifacio del Vasto ed originato dalla suddivisione di un dominio più vasto fra i vari figli dello stesso Bonifacio. Il marchesato ebbe i momenti più floridi nel corso del XII secolo, acquistando grande influenza e prestigio presso le corti regionali italiane. Il marchesato di Ceva parteggiò per i ghibellini, ma passò talvolta alla fazione opposta.

In questo periodo venne coniata moneta cebana, venendo istituita la zecca nell'antico palazzo municipale, vennero costruiti raffinati palazzi nobiliari, edifici pubblici ed anche un carcere cittadino, sul quale verrà, nel XIX secolo, costruito il teatro civico. Venne anche cinta da mura difensive (alcuni resti sono ancora ben visibili) e vennero costruite otto porte di accesso. Il centro urbano venne a crearsi con una regolare disposizione di vie perpendicolari fra loro, pianta che si riflette ancora oggi nella morfologia delle vie cittadine.

Dopo una devastante guerra per il potere sul marchesato fra Guglielmo IV e suo fratello Giorgio II "Nano", Ceva nel 1296 passò sotto la signoria di Asti (con il marchese Giorgio II come faudatario), perdendo per sempre la sua indipendenza. Dopo Asti, Ceva passò sotto le signorie dei marchesi del Monferrato, dei Visconti di Milano, dei duchi di Orleans ed infine, nel 1535, dei Savoia. Con l'arrivo dei Savoia ebbe anche termine la dinastia aleramica dei marchesi, venendo essa sostituita da quella dei Pallavicino. Di questa famiglia fu capostipite Giulio Cesare Pallavicino, primo ad essere nominato governatore di Ceva e ottenere il titolo di marchese, che trasmise alla sua discendenza. Oltre ai Pallavicino furono feudatari di questo castello i Bassi, i Blengini, i Derossi, i Filippone, i Morozzo di Magliano, i Massimini, i Mochia, gli Orta-Gagliardi, i Vaschi e i della Chiesa d’Isasca.

Carlo Emanuele II, con decreto del 1651, nominò Ceva capoluogo di una provincia composta da quarantuno comuni; nel 1773 venne insignita del titolo di città.

Pietro Giannone, dal dicembre 1738 al 1744, fu tenuto prigioniero nella fortezza della città, dove scrisse alcuni dei suoi componimenti più famosi.

Durante la campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte Ceva rischiò di essere teatro di battaglie: vi era, sulla rocca che sovrasta la città, un'importante fortificazione (la cui prima edificazione risale al XVI secolo) dotata di artiglierie che, stando alle cronache dell'epoca, costituiva una spina nel fianco nella strategia napoleonica. Si prevedeva che la fortezza dovesse essere assediata e che la città dovesse subirne le conseguenze, ma la rapida avanzata francese da meridione fece sì che il forte venisse abbandonato dalla sua guarnigione, nel tentativo di ricongiungersi con il resto delle armate piemontesi ed austriache (Battaglia di Ceva). Nel 1800 il forte venne raso al suolo per ordine diretto di Napoleone.

Durante il XIX secolo, Ceva divenne un importante snodo ferroviario sulla linea diretta tra Torino e Savona. V'è la biforcazione per l'Alta Val Tanaro (il progetto era di arrivare nella Liguria di ponente), ma la linea si fermò ad Ormea. Questo sistema ferroviario, le permise di dotarsi di un discreto apparato industriale. Notevole sviluppo ebbe, l'industria tessile, con l'allevamento del baco da seta e la relativa produzione di filati. Ad oggi non resta nulla di quelle produzioni, a parte il toponimo filatoio rimasto a designare il quartiere ove un tempo si trovavano le officine dedite a questo genere di produzione.

Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'8 settembre, Ceva fu sede di un comando tedesco, che in associazione con i fascisti della repubblica di Salò, rastrellò vari cittadini cebani, costringendoli ai lavori forzati in Austria e Germania. La presenza di quel comando nazista portò ad alcuni bombardamenti tattici da parte delle aviazioni britannica e statunitense. Episodio notevole fu l'attacco della presunta sede del comando germanico, che secondo le informazioni in mano agli Alleati si trovava in una chiesa a pianta circolare sovrastata da una cupola. L'attacco aereo colpì la chiesa di San Bernardino, che effettivamente presentava una pianta simile. La sede del comando però si trovava nella cappella adiacente al Castello Rosso, antica dimora dei marchesi, così l'edificio rimase intatto.

Nel novembre 1994 la città subì ingenti danni a causa dello straripamento del fiume Tanaro e dei suoi affluenti. Vennero superati i tre metri di piena.

Simboli Stemma Lo stemma di Ceva è uno scudo fasciato di sei pezzi d'oro e di nero, timbrato da una corona da marchese e circondato da due fronde di palma.

Le armi della città sono le stesse che il marchese Guglielmo I (della dinastia aleramica del ramo di Savona) adottò quando, nel 1170, divise il territorio di Ceva da quello di Clavesana (del quale il fratello Bonifacio divenne primo marchese).

Le palme simboleggiano i numerosi assedi subìti dalla città: nel 1260 da parte di Carlo d'Angiò, nel 1352 dai Visconti di Milano, nel 1415 da Amedeo VIII di Savoia, nel 1796 e nel 1800 da parte delle truppe di Napoleone Bonaparte.

Gonfalone

Il gonfalone di Ceva riporta lo stemma cittadino circondato da ricami dorati, sovrastato dalla dicitura "" su un drappo a fondo azzurro.

Onorificenze Il comune ha titolo di città grazie ad un decreto di re Carlo Emanuele III di SavoiaEmanato a Torino, datato 4 gennaio 1773 e registrato il 21, è conservato nella serie Patenti Controllo Finanze conservata presso l'archivio di Stato di Torino. Recita: «L'attuale e ragguardevole qualità del Comune di Ceva, che fu già Capo di una delle Provincie dei nostri stati, la fedeltà ed il selo, che in ogni tempo dimostrarono i suoi abitanti, le circostanze delle Fortificazioni, e Presidio con varie altre, che rendendolo per degni riguardi , mossero sì Noi, che da lungo tempo i Reali nostri Predecessori a onorarle in molti pubblici atti col trattamento, titolo e distinzioni delle Città, Ci hanno invitati a benignamente accogliere le supplicazioni per una efficace concessione di detto titolo (…) ed avendo avuto il parere del nostro consiglio abbiamo creato, costituito, e stabilito, creiamo, costituiamo e stabiliamo il Comune, il Luogo e territorio di Ceva in Città (…)».

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture civili

Castello Bianco: antica abitazione dei Marchesi Pallavicino di Ceva e Priola ed antica casa canonica. Castello Rosso: antica abitazione dei Marchesi Pallavicino di Ceva e Priola. Torre del Campanone: anticamente detta Porta Solaia, era la via d'accesso attraverso le mura per chi proveniva da meridione. Trasformata e rimaneggiata più volte, venne trasformata in torre campanaria in stile settecentesco, con la funzione di orologio cittadino e segnalazione di allarmi. Teatro Carlo Marenco: è un raffinato edificio di gusto neoclassico, fu iniziato nell'aprile del 1860, abbattendo gli antichi locali delle carceri della città, e completato il 31 agosto 1861. Negli ultimi anni sono stati effettuati importanti restauri che hanno riportato il teatro ai suoi antichi splendori. Si trova in piazza Cardinale Francesco Adriano e può contenere circa trecento persone. Palazzo di Città: è un edificio ottocentesco progettato dall'ingegnere cebano Levi Donato, i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1860 e si conclusero nel 1866. Si presenta come un monumentale ed imponente palazzo, ingentilito da sobrie ed eleganti decorazioni, affacciato sulla piazza maggiore del centro storico. La facciata presenta alla sommità un grande orologio, seguito più in basso un imponente balcone con lo stemma cittadino. Sono inoltre presenti i busti marmorei di due illustri cebani ed alcune targhe commemorative. Al piano terra è presente un ampio porticato, che ospita una fontana in marmo chiaro locale.

Casa medioevale. In Val Gelata, attuale via De Rossi, un'antica costruzione civile con elementi portanti in legno.

Architetture militari

Torre di Porta Tanaro: comunemente nota come "Torre Guelfa" pur presentando una merlatura a coda di rondine, quindi chiaramente Torre Ghibellina costruita fra la metà del XIV secolo e l'inizio del XV, dopo che l'alluvione del 7 ottobre 1331 distrusse il ponte di dodici arcate sul Tanaro e la porta che lo controllava. La torre è a gola aperta, ovvero chiusa su tre lati, il quarto aperto e rivolto verso l’interno città. Nei secoli successivi la sommità della torre ed i relativi merli vennero coperti da un tetto, e solo in epoca relativamente recente sono di nuovo stati messi alla luce.