Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dellelenchos (ἔλεγχος, élenchos = "confutazione") applicandolo prevalentemente all'esame in comune (ἐξετάζειν, exetàzein) di concetti morali fondamentali. Per questo Socrate è riconosciuto come padre fondatore dell'etica o filosofia morale.

È considerato il vero padre della filosofia occidentale.

L'immagine nella storia dell'arte di Socrate risale al 330 a.C. circa ed è da circoscrivere alla «lunga serie di ritratti di letterati e filosofi che si allineano nei tre secoli dell'ellenismo, sostanziati di èthos, con vivo modellato dei pianio del volto e delle chiome», vedasi «il nobilizzato e non più satiresco Socrate di stile lisippeo». Da qui le varie copie tra le quali la Copia di Roma del Museo Capitolino. Il periodo ellenistico è «convenzionalmente fissato tra le date della morte di Alessandro (323 a.C.) e l'inizio dell'impero di Augusto (30 a.C.)».

Biografia Origini e formazione

Il padre di Socrate, Sofronisco, fu uno scultore del demo di Alopece, ed è possibile che abbia trasmesso tale mestiere al giovane figlio, anche se nessuna testimonianza gli attribuisce alcun mestiere:Monique Canto-Sperber in tal senso, secondo Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, II, 19)Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, vol. 1, Laterza, Roma-Bari 2014, p. 55, ove si dice: «Duride scrive che egli fu servo e lavorò in opere di pietra; alcuni dicono che egli scolpì le Cariti, vestite, che sono sull'Acropoli»., opera di Socrate sarebbero state le Cariti,Così anche Pausania I, 22,8 e IX, 35, 7. Ma Plinio, Historia naturalis, XXXVI, 32 precisa che tale Socrate non va confuso con Socrate il pittore («Non postferuntur et Charites in propylo Atheniensium, quas Socrates fecit, alius ille quam pictor, idem ut aliquim putant»). Qui Salvatore Rizzo (in Pausania Viaggio in Grecia I, nota 13, p.412, Milano, Rizzoli) e Giovanni Reale (nota 76, p. 1331 in Diogene Laerzio Vite e dottrine dei più celebri filosofi Milano, Bompiani) leggono come una precisazione volta a non confondere il Socrate filosofo, dall'autore dell'opera che invece sarebbe lo scultore Socrate il tebano (cit. in Pausania IX, 25,3). Diversamente Gian Biagio Conte (in Plinio, Storia naturale, vol. V, p. 573, Torino, Einaudi) critica tale lettura "moderna" considerando plausibile che il Socrate filosofo sia l'autore dell'opera. vestite, sull'acropoli di Atene. Sua madre, Fenarete, che aveva già avuto un figlio di nome Patrocle da un precedente matrimonioJohn Burnet, Interpretazione di Socrate, Vita e Pensiero, 1994 p.46 con Cheredemo,Platone, Eutidemo, 297 E sarebbe stata una levatrice.«Socrate – Oh, mio piacevole amico! e tu non hai sentito dire che io sono figliuolo d'una molto brava e vigorosa levatrice, di Fenàrete? Teeteto – Questo sì, l'ho sentito dire. Socrate – E che io esercito la stessa arte l'hai sentito dire? Teeteto – No, mai! Socrate – Sappi dunque che è così. Tu però non andarlo a dire agli altri. Non lo sanno, caro amico, che io possiedo quest'arte;» (Platone, Teeteto, 149 a-151 d.) Il mestiere che Socrate afferma di avere ereditato dalla madre è naturalmente non quello di fare nascere neonati ma l'arte della maieutica.

Probabilmente Socrate era di famiglia benestante, di origini aristocratiche: nei dialoghi platonici non risulta che egli esercitasse un qualsiasi lavoro e del resto sappiamo che egli combatté quando era tra i 40 e i 50 anni«Quando i comandanti che voi eleggeste per darmi ordini mi assegnarono un posto a Potidea, ad Anfipoli e a Delio, rimasi in quel posto che mi assegnarono e rischiai di morire (in Platone, Apologia di Socrate, 29e)» come oplitaL'oplita era un fante dotato di un'armatura pesante e costosa; per questo gli opliti erano i cittadini più facoltosi delle poleis greche. nella battaglia di Potidea, e in quelle di Delio e di Anfipoli. È riportato nel dialogo Simposio di Platone che Socrate fu decorato per il suo coraggio. In un caso, si racconta, rimase al fianco di Alcibiade ferito, salvandogli probabilmente la vita. Durante queste campagne di guerra dimostrò di essere straordinariamente resistente, marciando in inverno senza scarpe né mantello; così attesta Alcibiade:

L'attività politica Nel 406, come membro del Consiglio dei Cinquecento (Bulé), Socrate fece parte della Pritania quando i generali della battaglia delle Arginuse furono accusati di non avere soccorso i feriti in mare e di non avere seppellito i morti per inseguire le navi spartane. Socrate ricopriva la carica di epistate e fu l'unico nell'assemblea che si oppose alla richiesta illegale di un processo collettivo contro i generali. Nonostante pressioni e minacce bloccò il procedimento fino alla conclusione del suo mandato quando infine sei generali ritornati ad Atene furono condannati a morte.Maurizio Pancaldi, Mario Trombino, Maurizio Villani, Atlante della filosofia: gli autori e le scuole, le parole, le opere, Hoepli Editore, 2006 p.405 Nel 404 i Trenta Tiranni ordinarono a Socrate e ad altri quattro cittadini di arrestare il democratico Leone di Salamina affinché fosse mandato a morte.Platone, Apologia di Socrate, trad. di M. Valgimigli, 32c, in Id., Opere, vol. 1, Laterza, Bari 1966, p. 54, ove si dice: «Quando poi ci fu l'oligarchia, ecco che un giorno i Trenta mi mandarono a chiamare con altri quattro, ci fecero venire nella sala del Tolo, e ci ordinarono di condurre via da Salamina Leonte di Salamina affinché morisse». Cfr. anche Andocide (I, 94), Lisia (XII, 52; XIII, 44) e Senofonte (Elleniche, II, 3, 39; Memorabili, IV, 4, 3). Socrate si oppose all'ordine «preferendo – secondo quanto tramandato dalla platonica Lettera VII – correre qualunque rischio che farsi complice di empi misfatti».Platone, Lettera VII, trad. di A. Maddalena, 324d-325a, in Id., Opere, vol. 2, Laterza, Bari 1966, p. 1059, ove si dice: «Tra costoro [: i Trenta Tiranni] erano alcuni miei familiari e conoscenti, che sùbito mi invitarono a prendere parte alla vita pubblica, come ad attività degna di me. Io credevo veramente (e non c'è niente di strano, giovane come ero) che avrebbero purificata la città dall'ingiustizia traendola a un vivere giusto, e perciò stavo a osservare attentamente che cosa avrebbero fatto. M'accorsi così che in poco tempo fecero apparire oro il governo precedente: tra l'altro, un giorno mandarono, insieme con alcuni altri, Socrate, un mio amico più vecchio di me, un uomo ch'io non esito a dire il più giusto del suo tempo, ad arrestare un cittadino [: Leone di Salamina] per farlo morire, cercando in questo modo di farlo loro complice, volesse o no; ma egli non obbedì, preferendo correre qualunque rischio che farsi complice di empi misfatti». Cfr. anche Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, vol. 1, II, 24, Laterza, Roma-Bari 2014, p. 56, ove è detto: «[Socrate] non cedette a Crizia e ai suoi amici quando ordinarono che Leonte di Salamina, uomo ricco, fosse condotto dinanzi a loro per essere mandato a morte»; Platone, Apologia di Socrate, trad. di M.M. Sassi, 32c-32e, in Id., Apologia di Socrate-Critone , Rizzoli, Milano 2009, p. 149, ove si dice: «Anche allora [: quando i Trenta ordinarono l'arresto di Leone] [...] ho dimostrato che della morte non mi importa [...] un bel niente: sopra ogni altra cosa, invece, m'importa di non compiere azioni ingiuste o empie. Quel governo perciò, potente com'era, non mi ha spaventato al punto da farmi commettere un'ingiustizia; e usciti dalla Rotonda [: il Tolo (dal gr. Θόλος)], mentre gli altri quattro se ne andavano a Salamina a prendere Leone, io me ne sono tornato a casa. Ne sarei forse morto, se il governo non fosse stato rovesciato di lì a poco. E l'episodio vi potrà essere confermato da più d'un testimone».

Le accuse politiche

Il continuo dialogare di Socrate, attorniato da giovani affascinati dalla sua dottrina e da importanti personaggi, nelle strade e piazze della città fece sì che egli venisse scambiato per un sofista dedito ad attaccare imprudentemente e direttamente i politici. Il filosofo, infatti, dialogando con loro dimostrò come la loro vantata sapienza in realtà non esistesse. Socrate venne quindi ritenuto un pericoloso nemico politico che contestava i tradizionali valori cittadini.

Per questo Socrate, che aveva attraversato indenne i regimi politici precedenti, che era rimasto sempre ad Atene e che non aveva mai accettato incarichi politici, fu accusato e messo sotto processo, dal quale poi sarebbe derivata la sua condanna a morte.

Causa materiale del processo furono due esponenti di rilievo del regime democratico, Anito e Licone, i quali, servendosi di un prestanome, Meleto, un giovane ambizioso, fallito letterato, accusarono il filosofo di: corrompere i giovani insegnando dottrine che propugnavano il disordine sociale; non credere negli dei della città e tentare di introdurne di nuovi (empietà).

L'accusa di "ateismo", che rientrava in quella di "empietà" (ἀσέβεια, asebeia), condannato da un decreto di Diopeithes all'incirca nel 430 a.C., fu evidentemente un pretesto giuridico per un processo politico, poiché l'ateismo era sì ufficialmente riprovato e condannato ma tollerato e ignorato se affermato privatamente.Enciclopedia Treccani alla voce "Asebia". Poiché la religione e la cittadinanza erano ritenute un tutt'uno, accusando Socrate di ateismo lo si incolpò di avere cospirato contro le istituzioni e l'ordine pubblico. D'altra parte Socrate non aveva mai negato l'esistenza degli dei della città ed eluse facilmente l'accusa sostenendo di credere in un dáimon, creatura minore figlia delle divinità tradizionali.

Lisia si offrì di difendere Socrate, ma egli rifiutò probabilmente perché non voleva confondersi con i sofisti e preferì difendersi da solo. Descritto da Platone nella celebre Apologia di Socrate, il processo evidenziò due elementi: che da chi non lo conosce, Socrate è stato confuso con i sofisti considerati corruttori morali dei giovani e che egli era odiato dai politici.

Riguardo all'accusa di corrompere i giovani essa va spiegata con il fatto che Socrate era stato maestro di Crizia e di Alcibiade, due personaggi che nell'Atene della restaurazione democratica godevano di pessima fama. Crizia era stato il capo dei Trenta tiranni e Alcibiade, per sfuggire al processo che gli era stato intentato, aveva tradito Atene ed era passato a Sparta, combattendo contro la propria patria. Furono tali rapporti di educatore che ebbe con questi due personaggi a porre le basi dell'accusa di corrompere i giovani.

Oggi la critica più attenta ha dimostrato che il processo e la morte di Socrate non furono un avvenimento incomprensibile rivolto contro un uomo, apparentemente trascurabile e non pericoloso per il regime democratico, che voleva ricostruire un'unità politica e spirituale all'interno della città. Uno studioso inglese scrive infatti che fu principalmente:

Il processo