Famosa è la sua statua giacente sulla lastra tombale, oggi conservata nel Museo d'arte della città di Ravenna.
Biografia
Una vita da condottiero Guidarello Guidarelli nacque a Ravenna, al secolo facente parte dei domini della Repubblica di Venezia, tra il 1450 e il 1460 da una famiglia d'origine fiorentina trasferitasi nella città romagnola agli inizi del XV secolo. È il primo di sette figli, erano tre maschi e quattro femmine, e il padre, Francesco, era notaio. I Guidarelli erano una casata patrizia dell'ordine senatorio, conti e cavalieri del Sacro Romano Impero. Uomo d'arme, Guidarello (ancora in giovanissima età) venne insignito, appunto, del rango di cavaliere dall'imperatore Federico III d'Asburgo, nel 1468. Nel settembre del 1498 combatté come condottiero al fianco dell'esercito veneziano nella guerra che vide contrapposte Firenze e Pisa (quest'ultima sostenuta militarmente dalla Serenissima Repubblica di Venezia) sul lago di Bientina. Prese parte all'assedio di Marradi (conquistata il 22 settembre 1498) e partecipò ad un consiglio di guerra in Valdarno con alcuni capitani di ventura (tra cui Guidobaldo da Montefeltro, Annibale II Bentivoglio, Astorre Baglioni e Bartolomeo d'Alviano). Agli inizi del 1499 fu assoldato fra le truppe di papa Alessandro VI. Nell'agosto partì per la Croazia per combattere nella città di Veglia contro i turchi ottomani, ma non al soldo della Chiesa, bensì della Serenissima Repubblica di Venezia, per poi tornare a servire il Papa nel dicembre dello stesso anno, tra le file di Cesare BorgiaVerso la fine del 1499 papa Alessandro VI decise di intraprendere una lunga campagna militare per riportare gli Stati ribelli della Romagna (che rivendicavano l'indipendenza) sotto la giurisdizione della Chiesa, incorporandoli - non solo di nome, ma anche di fatto - nello Stato Pontificio. In realtà l'idea di Rodrigo Borgia era quella di fare dello Stato Pontificio una sorta di principato, formalmente sotto l'autorità del Papa, ma nella realtà del tutto indipendente e governato dalla sua famiglia (in linea con la sua politica nepotistica). Incaricò della campagna militare il figlio Cesare Borgia, che per l'occasione venne nominato capitano generale della Chiesa.. All'epoca Guidarello era sposato con Benedetta Del Sale, appartenente alla nobile famiglia dei Del Sale.
Ricevuta la nomina di capitano al servizio del Valentinoduca di Valentino o semplicemente il Valentino era il soprannome che venne attribuito a Cesare Borgia in seguito alla cessione a suo favore del ducato di Valentinois da parte di re Luigi XII di Francia., Guidarello si trasferì ad Imola per prendere parte a quella campagna militare che avrebbe portato Cesare Borgia a conquistare in breve tempo la Romagna anche con l'apporto del suo luogotenente e sicario Michelotto Corella. Imola fu la prima città del piano papale ad essere conquistata (24 novembre 1499) e gli Sforza furono i primi signori ad essere cacciati, permettendo al Valentino di assumere direttamente il potere della città. Fu poi la volta di Forlì e, dopo una breve pausa, anche di Cesena, Rimini e Pesaro (al confine tra le Marche e la Romagna). Durante tutto il periodo della guerra Guidarello, oltre che condottiero al servizio della famiglia Borgia (e quindi del Papa), svolse pure il ruolo di informatore per la Repubblica di VeneziaQuesto tipo di comportamento era molto comune all'epoca e non destava alcuno scandalo, soprattutto per un condottiero, diviso tra il ruolo di capitano di ventura (che lo portava a giurare fedeltà ad un Signore di volta in volta diverso) e, nel caso di Guidarello, quello di cittadino ravennate (e quindi fedele alla Repubblica di Venezia, che a quel tempo dominava sulla città di Ravenna).. Dal 3 ottobre del 1500 cominciò ad inviare dispacci da Forlì per tenere informati i veneziani circa i movimenti dell'esercito pontificio sulla conquista di Faenza, specificando anche la disposizione delle truppe ed eventuali strategie adottate o da adottare. Il 9 novembre dello stesso anno, al comando di venti balestrieri e duecento cavalieri, si affacciò ad una delle porte di Faenza con l'intento di provocare il nemico, ma senza suscitare alcuna reazione. Appostato sotto le mura della città Cesare Borgia procedette ad un primo attacco, ma la forte resistenza che dimostrava la città faentina, associata alla difficoltà logistiche dovute ad un inverno particolarmente rigido e nevoso, costrinsero il Valentino a rimandare l'offensiva alla primavera successiva, ritirandosi nel frattempo a Cesena. Il successivo attacco alla città riuscì e il 25 aprile 1501 Faenza capitolò.
Morte
Durante il periodo di carnevale del 1501, in attesa di sferrare l'attacco decisivo su Faenza, Cesare Borgia si dilettava con i suoi passatempi preferiti: tornei, corride e balli in maschera. Fu proprio in occasione del gran ballo mascherato organizzato ad Imola per l'ultimo giorno di febbraio che Guidarello Guidarelli sarebbe stato ferito a morte.
Sulle circostanze, sui colpevoli e sui motivi che scatenarono la tragedia non ci sono notizie certe, ma soltanto supposizioni.
Seconda una prima ipotesi il condottiero ravennate sarebbe stato vittima di una vendetta (per il suo ruolo di doppiogiochista che lo vide soldato del Papa e, allo stesso tempo, informatore della Serenissima Repubblica di Venezia) ordita nientemeno che dal suo signore, Cesare Borgia, e compiuta materialmente da Paolo Orsini (il quale morirà strangolato il 3 gennaio 1503 per mano dello stesso Cesare Borgia, in seguito ad un tradimento questa volta ordito contro di lui).
Per molto tempo questa fu l'ipotesi più accreditata e la sostennero storici come Corrado Ricci e studiosi della storia ravennate come Pier Desiderio Pasolini.
Solo nel 1930 l'accademico Augusto Campana scoprì un particolare di una cronaca dell'epoca, secondo la quale Guidarello sarebbe stato vittima di una disputa nata per futili motivi con un certo Virgilio Romano: Secondo il cronista Fantaguzzi, Guidarello avrebbe acconsentito alla richiesta del nobile Virgilio Romano di prestargli una «camisa a la spagnola bellissima de lavori d'oro» (forse in realtà una sopravveste) per il ballo mascherato. Al termine della festa, o nei giorni immediatamente successivi, Virgilio si sarebbe rifiutato di restituire l'indumento al legittimo proprietario; ne sarebbe nato un diverbio, sfociato poi nel tragico duello in cui Guidarello venne ferito gravemente.
Quel che è certo è che, in fin di vita, il condottiero ravennate venne portato in casa del giureconsulto Penserio Sassatelli, il cui palazzo, chiamato in seguito Bissini, si trovava in via Emilia, al numero civico 69 (oggi Palazzo Monsignani). Dopo alcuni giorni d'agonia, il 6 o 7 marzo 1501 Guidarello Guidarelli morì. Venuto a conoscenza del fatto Cesare Borgia diede ordine di trovare l'assassino e, una volta catturato, lo fece decapitare («li fé tajare la testa»).
Sepoltura Il 6 marzo 1501, poco prima di morire, Guidarello riuscì a dettare il testamento e a dare le ultime disposizioni circa la sua sepolturaIl testamento, redatto in latino e datato 6 marzo 1501, è tutt'oggi conservato presso l'Archivio di Stato di Ravenna. Venne scoperto dapprima da Silvio Bernicoli, bibliotecario e appassionato di storia locale, e successivamente da Santi Muratori, anch'egli bibliotecario, che pubblicò un resoconto di memorie cittadine nel 1938. Secondo questi, durante la disputa tra Guidarello e colui che lo ferì a morte, sarebbe stato coinvolto pure un famiglio del condottiero ravennate, un certo Molinario, rimasto anch'egli ferito, seppure in modo non grave.. Venne chiamato a tal scopo Giovanni Cecchi, un notaio ravennate. Alla moglie Benedetta Del Sale venne dato il compito di controllare che tutto si svolgesse secondo le volontà testamentarie.
Guidarello volle espressamente che il suo corpo fosse riportato a Ravenna e che la sua salma venisse tumulata in un sepolcro all'interno della chiesa di San Francesco, più precisamente nella cappella di San Liberio, detta anche del Crocifisso, assieme agli altri membri della famiglia Del Sale. Così fu fatto.
Guidarello volle anche destinare la somma di 600 ducati a lavori di scultura per arricchire ed abbellire la cappella e la tomba dove sarebbe stato tumulato.
Lastra tombale
Ubicazione originaria e successive traslazioni
Originariamente la tomba poggiava su un'arca antica. Solamente nel 1525, a distanza di 24 anni dalla sua morte, venne commissionata dalla stessa moglie Benedetta (o, secondo altri, dal cugino di lei, Bartolomeo) una lastra tombale che raffigurasse il cavaliere ravennate, seguendo le volontà del condottiero.
La tomba di Guidarello rimase nella cappella di San Liberio fino al 1650, quando venne trasferita nel Quadrarco di Braccioforte, un sepolcreto a cielo aperto attiguo alla basilica e dedicato ai personaggi illustri (nei pressi si trova anche la tomba di Dante Alighieri) e alle famiglie eminenti di Ravenna.
Secondo un documento dell'epoca, nel 1827 la famiglia Rasponi Del Sale, allora proprietaria del monumento funebre, decise di esporre la tomba all'Accademia di Belle Arti di Ravenna, nella primissima sede di via Baccarini, fondata in quell'anno e inaugurata poi nel 1829.
Durante la seconda guerra mondiale, per impedire ai bombardamenti eventuali danneggiamenti, il sepolcro di Guidarello venne spostato in una non meglio precisata villa di campagna.
Solo nel 1945, alla fine del conflitto, esso fece ritorno alla vecchia sede dell'Accademia di Belle Arti. Nel 1949 negli stessi locali di via Baccarini, a fianco della Biblioteca Classense, fu istituito il Liceo Artistico e la statua fu posta in una saletta al mezzanino della stessa scuola. Fu trasferita poi il 3 novembre 1970 nella nuova sede dell'Accademia di Belle Arti, ovvero l'ex monastero di Santa Maria in Porto (in via di Roma, al numero civico 13).
Dapprima fu collocato in una sala al piano terra, ma nel 1972 venne traslato al secondo piano, nella nuova sede del Museo d'arte della città di Ravenna – la cosiddetta Loggetta lombardesca o Loggia del giardino (posta sul retro dell'ex monastero) – dove ancora oggi si può ammirare.
Il mistero sull'autore L'interrogativo principale che avvolge la lastra tombale di Guidarello Guidarelli riguarda l'autore. Le prime ipotesi vollero identificare nel ravennate Giacomello Baldini lo scultore della statua. In seguito venne avanzato il nome di un altro ravennate, Severo di Ravenna, per poi arrivare ad attribuire l'opera alla bottega di Pietro Lombardo, nella persona del figlio Antonio prima e dell'altro figlio Tullio poi. Il primo ad ipotizzare la mano di Tullio Lombardo fu il canonico Antonio Tarlazzi. A sostenere fermamente la teoria di Tarlazzi fu lo storico d'arte Corrado Ricci che, in un saggio del 1886 trattante l'argomento, respinse con forza la convinzione – perdurante da tre secoli – secondo cui l'opera fosse da attribuire a Giacomello Baldini o ad altri scultori. Le convinzioni dello storico d'arte si basavano per lo più su due manoscritti inediti del Settecento.
Il mistero si risolse definitivamente in seguito al ritrovamento nel 1914 di un documento, datato 21 giugno 1525, attestante il pagamento di 350 ducati a favore dello scultore Tullio Lombardo per lavori eseguiti nella cappella di San Liberio, all'interno della chiesa di San Francesco a Ravenna (la stessa cappella dove fu tumulato in origine il corpo di Guidarello).